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Fa bene ai bimbi iniziare uno sport agonistico da piccoli? La psicologa: “Dipende dagli adulti che li circondano”

La storia di Arianna Manfredini che a 13 anni è diventata la più giovane giocatrice di sempre a calcare il campo della Serie A ci ha portato a riflettere sui benefici dello sport agonistico in giovane età, e sulle rinunce che questo comporta.
Intervista a Prof.ssa Caterina Gozzoli
Coordinatrice scientifica di Cattolicaper lo Sport, Direttrice scientifica dell'Unità Psicologia, Sport e Società, del Master di secondo livello in Sport e Intervento Psicosociale e Responsabile scientifico di diversi progetti sullo Sport.
A cura di Sophia Crotti
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Credits: Profilo Instagram di vbc_casalmaggiore
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Tredici anni, le ginocchiere un po' abbassate e negli occhi la gratitudine e la paura del primo ingresso in campo in prima squadra. È quanto accaduto ad Arianna Manfredini, classe 2011, che qualche giorno fa è entrata in campo sul 24-16, per la sua squadra, Casalmaggiore Ostiano.

Ad attenderla la rosa composta dalle altre 5 giocatrici molto più alte e grandi di lei, attorno le grida di gioia e incitamento di un palazzetto pronto a celebrare l'atleta più giovane in assoluto ad aver calcato il campo di una partita di Serie A.

Manfredini ha raggiunto le altre atlete con il volto sognante e le ginocchiere ancora abbassate, di chi era probabilmente già contenta del suo posto su una panchina così importante. Difficile rimanere concentrata in un contesto del genere, ci ha pensato il suo allenatore a ricordarle subito di prepararsi all'azione. Una vita dedicata allo sport e alla scuola quella della ragazza, per cui lo studio, come spiega la sua mamma a numerose testate, rimane la priorità.

Abbiamo chiesto alla psicologa dello sport, coordinatrice del tavolo Cattolica per lo sport e del Master sullo sviluppo del talento e processo di inclusione per l'Università Cattolica, Caterina Gozzoli, di spiegarci i risvolti positivi e quelli negativi di approcciarsi ad uno sport a livello agonistico e al contesto di palazzetti pieni, telecamere puntate e atleti più grandi ed esperti che ne fanno parte, tanto presto.

Prof.ssa Caterina Gozzoli
Prof.ssa Caterina Gozzoli

Professoressa, è una cosa buona approcciarsi all'agonismo nello sport molto presto per i ragazzi?

Dipende dal ragazzo o dalla ragazza in questione, dal momento che ognuno di noi è diverso. Se i genitori si rendono conto che loro figlio è molto portato per un dato sport, anche nella sua pratica agonistica, e che ha un gruppo di adulti pronto a supportarlo in modo positivo, iniziare a praticare uno sport ad alti livelli già a 13 anni può essere un'opportunità.

Quanto sono importanti gli adulti che attorniano il ragazzo in questa fase?

Fondamentali, i genitori devono cercare di non spingere troppo il ragazzo oltre i suoi limiti, permettendogli di dare valore all'esperienza che sta vivendo, senza che questa si trasformi nell'unica finalità della sua vita. Anche perché a 13 anni la loro esistenza è ancora tutta da scrivere e possono intraprendere molti percorsi. In secondo luogo gli allenatori sono figure cruciali in questo passaggio, perché riescono a comprendere quali atleti abbiano il desiderio e le potenzialità per affrontare l'agonismo o la prima squadra, ed è giustissimo che permettano loro di vivere queste esperienze. Tuttavia, devono svolgere anche una funzione educativa, senza che l'agonismo diventi qualcosa di forzato, in modo che i ragazzi sappiano sempre che a volte si vince, altre si perde.

Quindi iniziare uno sport a livello agonistico molto presto se ben indirizzati ha risvolti positivi per la vita dei giovani atleti?

Certo, perché l'agonismo fatto del mettercela tutta per raggiungere un obiettivo comune, rispettando gli avversari e accettando il fatto che non si possa sempre primeggiare fa benissimo, fin dalla tenera età. Non è lo stesso quando l'agonismo diventa qualcosa di sfrenato.

La storia di Manfredini, ottima atleta e giocatrice, ha fatto il giro di tutti i notiziari, che effetto ha su una ragazzina questa attenzione mediatica?

Il fatto che Manfredini abbia avuto successo è una cosa bella, ed è giusto raccontarla, dipende però sempre quale sia l'intento di questa narrazione. Ci sono atleti molto forti sul campo fin da piccoli, ma estremamente fragili, osannati dai social e che poi non reggono il primo insuccesso o tutta la pressione mediatica che si forma loro intorno. Il punto è sempre che gli adulti, genitori, allenatori o chi racconta le gesta di questi atleti, deve sempre agire per proteggerli dalle insidie che il mondo online porta con sé.

Non risulta un po' come le notizie che portano alla ribalta i ragazzi si laureano in un anno, screditando inevitabilmente chi fa fatica a laurearsi in corso?

Sicuramente è un tema socialmente delicato, il punto è che la vita mette dinnanzi a tutti noi le differenze, continuamente, l'importante è che il singolo successo o insuccesso, proprio o degli altri, non venga confuso con il valore del sé. I ragazzi devono sapere che se non sono particolarmente predisposti all'agonismo o si infortunano e devono interrompere la loro carriera sportiva, il fatto di non raggiungere risultati eccellenti, come per esempio Manfredini ha fatto in giovane età, non c'entra nulla con quello che valgono. So che nella nostra società i modelli di successo dicono ben altro, ma bisogna riuscire a spiegare ai ragazzi, e qui ancora una volta chiamo all'appello le figure adulte, tra familiari e allenatori, che è vero, ci sono persone che riescono meglio nello sport di altre, ma che tutti abbiamo caratteristiche diverse e per tanto siamo più o meno bravi in qualcosa.

Confrontarsi con avversari più grandi, imparare a gestire l'ansia da prestazione valgono l'impossibilità di continuare a vivere la propria vita di bambini? Cosa dà e cosa toglie lo sport ad alti livelli?

Dipende tutto dalla personalità del bambino e dalle sue inclinazioni, ho visto atlete rinunciare alla vita delle loro coetanee per lo sport ed esserne entusiaste, a quelle bambine o ragazze sarebbe impossibile tarpare le ali, perché vanno volentieri a fare sport, a prescindere dalla durata degli allenamenti o dalla loro intensità. Al contempo c'è anche chi sta invece molto male, va in crisi, si trova ad abbandonare la scuola e, a poco a poco, lo sport. C'è da dire che oggi esistono nella scuola dei percorsi specifici che non sono scorciatoie, ma permettono agli alunni di giostrarsi tra scuola e attività fisica agonistica. Per quanto riguarda le "skills" che lo sport può dare agli atleti, credo che il passaggio di queste dal campo alla vita quotidiana non sia sempre scontato, perché non è detto che una persona che riesce ad essere leader con la sua squadra poi lo sia anche nel lavoro. Però certo può insegnare ad impegnarsi e appassionarsi alle attività per le quali ci si sente più inclini.

Le informazioni fornite su www.fanpage.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra un paziente e il proprio medico.
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