“Come è andata a scuola?”: i consigli dell’esperta per non farsi rispondere solo “bene”

"Com'è andata a scuola?". "Bene". "Cosa avete fatto?". "Niente". Questo scambio, tratto da migliaia (probabilmente milioni) di storie vere, si ripete ogni volta con le stesse modalità, gli stessi interpreti e le medesime conclusioni: il genitore, colui che ha posto la domanda con il sincero intento di sapere come fosse andata la giornata, rimane puntualmente interdetto e rassegnato di fronte al mutismo selettivo del figlio, il quale invece continua a chiedersi, tra uno sbuffo e un'espressione seccata, perché mai debba essere sottoposto ogni santo giorno a un simile interrogatorio.
Per ricercatrice di Psicologia presso l'Australian Catholic University, Madeleine Fraser, questa specie di rituale che attraversa le generazioni cela dinamiche ben più profonde rispetto alla proverbiale indolenza di bambini e adolescenti. Fraser ha pertanto affrontato questo tema sul sito The Conversation, chiarendo una volta per tutte perché i bambini faticano a raccontare la loro giornata scolastica e come i genitori possano favorire un dialogo più aperto e profondo.
Perché i bambini non raccontano?
La scuola è un ambiente complesso, caratterizzato da stimoli continui e richieste sociali, accademiche e fisiche. A fine giornata, rielaborare le esperienze richiede uno sforzo mentale notevole, per cui i bambini possono non avere le energie per raccontare subito dopo il suono della campanella ciò che è successo. Inoltre, in alcuni casi potrebbero temere una reazione negativa da parte del genitore, come preoccupazione o disappunto, per ciò che è accaduto in classe.

Anche i bisogni primari dei piccoli, spiega Fraser, giocano un ruolo fondamentale: dopo ore trascorse tra lezioni e compiti, i bambini sono spesso affamati e stanchi, più inclini a cercare uno spuntino o svagare la mente che a intrattenere una conversazione che, è bene ricordarlo, non è affatto un'azione meccanica e semplice – come invece si illudono le mamme e i papà fuori da scuola – ma un impegno che richiede energia e concentrazione. Secondo la teoria della "gerarchia dei bisogni" di Abraham Maslow, le necessità fisiologiche devono dunque essere soddisfatte prima che si possa instaurare un'interazione significativa.
Se poi i bambini in questione sono in età da asilo, un ulteriore fattore di cui tener conto è il livello di sviluppo: i bambini piccoli, infatti, non hanno ancora pienamente acquisito la cosiddetta Teoria della Mente (Theory of Mind), ovvero la capacità di comprendere le intenzioni e i pensieri altrui. Di conseguenza, potrebbero non cogliere il motivo della domanda del genitore o cosa si aspetti come risposta.
Quali strategie adottare per favorire la conversazione
Per incoraggiare i bambini a condividere le proprie esperienze, Fraser suggerisce quindi di non continuare a sfinire di domande i propri figli – anche perché l'effetto potrebbe essere esattamente l'opposto di quello desiderato – concentrandosi invece sul miglioramento delle strategie comunicative per aprire nuovi canali di dialogo.
Per la psicologa, il primo passo potrebbe essere iniziare a capire il momento giusto per avviare la chiacchierata. Cominciare il bombardamento di domande subito dopo la scuola non è infatti quasi mai la scelta migliore. Rimandare la conversazione e concedere ai bambini un po' di tempo per rilassarsi, magari con un gioco o una merenda, può invece abbassare le resistenze dei piccoli. Il discorso potrà poi essere ripreso al momento della cena o, perché no, durante il tragitto verso la scuola il mattino successivo.

Il secondo consiglio di Fraser, riguarda invece l'importanza di conferire un obiettivo preciso alle domande che si rivolgono ai figli.Prima di chiedere qualcosa, è infatti utile riflettere sul motivo della richiesta. Se l'intenzione è semplicemente creare un momento di connessione, può bastare un'affermazione positiva (es: "Che bello rivederti". Se invece si vogliono ottenere informazioni specifiche, meglio formulare domande mirate ( es: "Di cosa avete parlato durante l'ora di Storia?"), anziché un generico "Cosa hai fatto?".
Infine, Fraser suggerisce ai genitori di costruire una routine di condivisione, magari dedicando un particolare momento della cena o della serata in famiglia solo ed esclusivamente al racconto della giornata.
Un ambiente accogliente per il dialogo
Per favorire una comunicazione aperta e sincera, Fraser ha anche identificato alcuni accorgimenti per creare un clima di ascolto e comprensione che renda più semplice la condivisione di pensieri ed esperienze.
- Evitare l'interrogatorio: I colloqui faccia a faccia possono mettere pressione. Parlare mentre si cammina, si gioca o si cucina insieme può rendere il dialogo più naturale.
- Ascoltare davvero: Quando il bambino si apre, è importante dare attenzione completa, evitando distrazioni come il telefono. Mostrare interesse parafrasando le sue parole o riconoscendo le sue emozioni lo aiuterà a sentirsi compreso.
- Essere curiosi e compassionevoli: Invece di offrire subito soluzioni o giudizi, è utile porre domande che stimolino la riflessione, come "Come ti sei sentito in quel momento?". Questo favorisce l'autonomia emotiva del bambino.
- Valorizzare i punti di forza: Ascoltare con attenzione permette di riconoscere le qualità del bambino. Ad esempio, se racconta di un episodio di ingiustizia, si può sottolineare il suo senso di equità dicendo "Ti ha colpito molto perché dai valore alla giustizia".
- Fare seguito alle conversazioni: Se un bambino parla di un evento futuro, ricordarsene e chiedere aggiornamenti dimostra attenzione e rafforza la fiducia reciproca.
La ricercatrice ha concluso ricordando una regola d'oro che qualsiasi madre o padre dovrebbe sempre ricordare: non esiste una ricetta universale per far parlare i bambini e ogni genitore deve sperimentare e adattare le strategie in base alla propria realtà familiare. Ciò che conta è costruire un ambiente in cui i figli si sentano accolti e ascoltati, favorendo un dialogo autentico e costruttivo