“Per le mamme del sud è una missione impossibile conciliare lavoro e famiglia”: i dati italiani di WeWorld Index

Il nuovo report WeWorldIndex 2025 mette in luce un dato non altrettanto nuovo, per quanto riguarda l'Italia. La popolazione più vulnerabile è proprio quella composta dalle donne, specialmente se sono lavoratrici, hanno figli a carico e vivono nel sud Italia.
Non solo nel mezzogiorno italiano ci sono poche opportunità lavorative per le donne, ma c'è anche una bassissima presenza di servizi socio-educativi, che potrebbero aiutare le neomamme a giostrarsi tra impegni lavorativi e famiglia, senza dover scegliere tra le due.
I diritti che mancano ai bambini fin da piccoli
Nessuna delle regioni italiane raggiunge un livello "forte" o "avanzato" nell'implementazione dei diritti umani, e le prime 5 regioni in questa scala si trovano tra nord e centro Italia, contro le ultime 5 che si trovano tutte al Sud. Tra le prime vittime di questa carenza di investimenti nei diritti umani vi sono donne, mamme e bambini. Il 28.3% delle donne, quasi una ogni 4 vive in una Regione in cui i suoi diritti umani sono garantiti al minimo livello e dunque benché istruita, risulta marginalizzata dal mondo del lavoro, esposta alla precarietà o alla violenza. Lo stesso accade al 29.9% dei minori che non hanno accesso a misure volte a tutelare la loro salute o a promuovere la loro educazione e conseguente crescita.

Per quanto riguarda i servizi alla prima infanzia, infatti, la situazione è drammatica, seppur per l'anno 2022/2023 si è registrato un aumento di iscrizioni nei nidi per i piccoli di età compresa tra gli 0 e i 2 anni, risultano esserci 30 posti pronti ad accogliere i piccoli del nido, ogni cento bambini sotto i 3 anni, così l'Italia si avvicina al 33% della copertura del servizio, obiettivo che era stato posto per il 2010, ma rimane lontanissima dal 45%, obiettivo da raggiungere entro i prossimi 5 anni. Senza contare che queste percentuali sono innalzate dalle strutture pubbliche e private presenti nel Nord Italia, nel Sud, invece, su 100 bambini hanno la possibilità di iscriversi al nido, meno di 18 di loro, l'esatta metà dei piccoli del Nord. Ai fanalini di coda si trovano Calabria, con una copertura del 15.7%; Sicilia (13.9%); Campania (13.2%). Secondo l'Istat, oltre alla mancanza di strutture, molto fa anche il reddito della famiglia, quando i posti al nido ci sono, spesso i bambini vivono in condizioni di rischio di povertà e per tanto le loro non riescono a coprire le spese neanche per una struttura pubblica che a Milano e Torino sono sui 500 euro mensili per una famiglia con un ISEE di 30.000 euro. Infatti meno di un bambino ogni cinque, se vive a rischio povertà, frequenta l'asilo nido.
Mamme e papà al lavoro e a casa
Le persone precarie in Italia hanno per il 41% meno di 35 anni. Questa condizione è per il 91% di loro vincolante quando in casa si inizia a parlare di figli. La componente reddituale infatti è il primo elemento a cui i giovani lavoratori guardano nel decidere se avere figli o, nel caso in cui ne avessero già uno, se farne un secondo.
In particolare per le donne che riescono ad ottenere contratti stabili e duraturi aumenta di 3 punti percentuali la possibilità di scegliere di avere un bambino. Nonostante siano in aumento le donne lavoratrici, il divario con gli uomini rimane ancora alto, i maschi di età compresa tra i 20 e i 64 anni che ricoprono una posizione lavorativa sono il 76%, contro il 56.5% delle donne (70.2% media europea). La percentuale delle mamme lavoratrici è invece del 57.8%, contro l’80,2% nel Regno Unito. Per come infatti è distribuito nel nostro Paese il congedo parentale, la genitorialità arriva a penalizzare la carriera delle donne, che soprattutto se vivono in condizioni di povertà risentono di un periodo in cui il loro stipendio viene erogato solo all'80%. I papà, dopo il parto hanno diritto a 10 o 11 giorni, a seconda che la mamma rinunci o non rinunci a un suo giorno e tra 2013 e 2023 sono triplicati gli uomini che ne hanno usufruito. Tuttavia, poco più di una settimana è ancora molto poco per dividersi equamente i compiti in casa, infatti in una famiglia é sempre la donna ad occuparsi del 74% del totale di lavoro di cura non retribuito.
Tanti tipi di famiglie ma pochi diritti
Nonostante la famiglia sia sempre al centro del dibattito pubblico, le giovani coppie italiane non hanno spesso il supporto necessario proveniente dalle istituzioni e uno stipendio e un contratto che permettano realmente di dare al mondo i figli che vorrebbero. Il nostro Paese si classifica infatti come uno con il più alto fertility gap, discrepanza tra i figli desiderati e quelli effettivamente fatti dalle famiglie. Nel 2024 le famiglie sono per lo più composte da i due genitori e un figlio, posizionato il Bel Paese tra i posti nel mondo con più basso tasso di fecondità.

Non tutte le famiglie però godono dello stesso stato di benessere e degli stessi diritti in Italia, le famiglie omogenitoriali, quelle queer, o quelle con un background migratorio esistono ma non sempre vengono considerati al pari della famiglia composta da una mamma, un papà e due bambini. Si trovano infatti spesso a vivere situazioni di ghettizzazione, a non avere le stesse possibilità in ambito di adozioni o tutele legali dei figli delle altre, a causa del mancato riconoscimento e di una mancata legittimizzazione. A non passarsela bene dal punto di vista economico sono i nuclei monogenitoriali, quelli composti da figli a carico di un genitore single che non stupirà sapere, nell'82% dei casi è proprio madre. Donne che svolgono la loro mansione nel mercato lavorativo altamente discriminatorio italiano e che quindi vivono nell'11.5% dei casi in condizioni di estrema povertà.