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Opinioni

Un Governo capace di fare delle scelte. È chiedere troppo?

Nel momento in cui le risorse scarseggiano ed i margini di manovra sono risicati occorrerebbero scelte chiare e precise. Che un Governo di compromesso non è in grado di fare, quasi per sua stessa natura.
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"Che cosa si aspetta a Roma per agire?": così si interroga sulle nostre pagine Luca Spoldi, evidenziando "la drammatica realtà di una crisi che da quattro anni sta facendo tabula rasa del nostro apparato produttivo". Il punto, che non sfugge al nostro analista, è che in questi mesi abbiamo avuto la lampante testimonianza dell'incapacità di incidere in maniera efficace e soprattutto immediata di un Governo zavorrato da grane e complicazioni di ordine squisitamente politico. Del resto, che le larghe intese, o meglio che queste larghe intese (anche per il modo in cui ci si è arrivati), non fossero la miglior medicina per i mali del Paese lo si era capito fin da subito. Del resto, come una cura omeopatica, si è inteso combattere l'instabilità e la frammentazione del quadro politico – istituzionale con un compromesso al ribasso in cui coesistono personalismi, trasformismi e improbabili alchimie politiche. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Senza peraltro che si possano rintracciare colpe evidenti nella figura del Presidente del Consiglio (che magari non starà "dando il sangue" come da lui stesso dichiarato, ma che sicuramente sta riuscendo nello sforzo di dare un minimo di dignità al carrozzone – Paese), ma la constatazione condivisa, alla luce dei balletti su Imu, Iva, Cig, Ilva (solo per fare qualche esempio), dovrebbe essere quella del fallimento o quasi della politica della finta emergenza (quella sorta di "predisposizione d'animo" che spinge "l'esecutivo a muoversi con una fretta pari solo alla mancanza di incisività, portando in Parlamento provvedimenti che contengono “tutto ed il contrario di tutto” e sostanzialmente esautorando le Camere, costrette ad un lavoro di tipo notarile: un timbro, una ratifica"). Perché possiamo anche riempirci la bocca con parole del tipo "riforma strutturale", "respiro ampio", ma poi ci troviamo a fare i conti con rattoppi, rinvii di tre mesi, trucchi contabili e via discorrendo.

Certo, i margini di manovra sono risicati, le risorse sono poche e la congiuntura economica non è delle migliori (in realtà su questa cosa ci sarebbe da discutere). Ma è proprio in questi casi che la politica dovrebbe entrare in gioco. Operando delle scelte, indicando le priorità, individuando come spendere quelle poche risorse che ci sono. E dovrebbe farlo in base a visioni del mondo, programmi, idee, riferimenti ideali, culturali, sociali. Non c'è spazio e modo per "accontentare tutti", non è il momento di mediazioni al ribasso o di inutili mezze misure. È, anzi meglio sarebbe, il tempo delle scelte. Che spetterebbero prima di tutto agli elettori, che su questo Governo non si sono espressi (pur nella legittimità della scelta di Napolitano, perché sia chiaro che nessuno può pensare che le larghe intese siano l'antitesi della democrazia rappresentativa: il punto semmai è che si trattava di una possibilità nettamente esclusa dai programmi e dalla propaganda elettorale delle diverse coalizioni). E, si badi bene, senza che nemmeno c'entrino i guai di Berlusconi…

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A Fanpage.it fin dagli inizi, sono condirettore e caporedattore dell'area politica. Attualmente nella redazione napoletana del giornale. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica e comunicazione. Senza pregiudizi.
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