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Ciao, come stai? Ti scrivo mentre rivedo "Il Portaborse", uno dei miei film preferiti: regia di Daniele Luchetti, un monumentale Nanni Moretti e un eccellente Silvio Orlando.
Senti, io inizio a dirtelo: a ottobre, 10 e 11, a Roma, Fanpage fa il suo festival per il secondo anno. "Rumore" avrà anche uno spazio dedicato a TUFO.
Vai a vedere chi ho invitato e famme sape' ;)

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Ieri a Napoli tirava vento. In mattinata faceva ben sperare ma poi si è ammosciato; verso le quattro è tornato a farsi sentire. Assurdo: è una città di mare ma pochi sanno com'è il vento, i nomi, le direzioni.
Ai bambini dei vicoli viene insegnato che bisogna quasi diffidarne: «Spostati da qui che tira corrente». Ma nei quartieri popolari ti sfido a trovare qualcuno che ne capisca: pochissimi, non siamo isolani, non siamo più costa di pescatori ma di pescato del giorno, chi va per mare oggi ha i soldi per farlo o un'educazione che glielo ha consentito.
Il massimo rapporto del napoletano medio col fenomeno atmosferico è: «Mettiti il giubbino, tira vento»

La corrente, può avere direzioni e nomi: se i lastroni di strada o i pavimenti in cotto si fanno più scivolosi si dice che è «viento ‘e terra», una parte di miei concittadini che ascolta Pino Daniele almeno questo lo sa, è lo Scirocco, da Sud-Est, carico di umidità, io lo detesto perché col caldo mozza il fiato.

Quello di ieri non era Scirocco e aveva le carte in regola quando decideva di soffiare. Sai, il vento è coerenza: non lo si indica per dove va, ma rispetto a dove è partito. Pensa a farlo coi politici: non mi interessa ciò che stai promettendo ma quel che hai fatto per arrivare fino a qui. Ieri spirava da Est-Nord-Est; un vento di traverso; non Grecale da Nord Est, netto e tagliente, non Levante puro. Una corrente che sposta ma non travolge, cambia l'aria senza fare ammuina, un vento di confine.

Siamo l'unica città di mare che le vele le conosce non per il mare. Per noi non sono elegante elemento nautico, ma brutali elementi architettonici, non svolazzi di Dacron e Kevlar tra Capri e Posillipo ma lastroni di cemento armato sotto il cielo di Scampia.

Quest'anticipo di America's Cup è un'enorme lente d'ingrandimento che esalta le differenze già macroscopiche di pezzi di città. Mettiti nei panni di chi lavora sulle notizie, sulle differenze, sulle opinioni e sulle proteste: ti viene il voltastomaco ad ascoltare chi esalta questa fase come la Golden Age della città e senza considerare il resto, ti viene il voltastomaco ad ascoltare chi nega stia accadendo qualcosa, preferendo ignorare questo contesto.

Sono stato a passeggio ngoppa ‘a Caracciolo, sto annotando diligentemente tutte le trasformazioni urbanistiche accelerate per la Grande Occasione (La Capria torna sempre, quando si parla di Napoli) tra Bagnoli e il lungomare. Ho visto con stupore i vigili urbani alle sette del mattino in strada tra la Riviera di Chiaia e via Partenope, ho visto le fioriere di cartongesso collocate per l'occasione, ho visto panchine scrostate fin dai primi anni Duemila, ridipinte in velocità. Perfino la Villa Comunale, una vergogna monumentale, sta tornando velocemente a fasti, si spera non temporanei.

Pure durante il G7 di Napoli, il famoso vertice dei Grandi con Silvio Berlusconi fresco premier e Antonio Bassolino fresco sindaco, quello che nel 1994 sancì l'inizio del «rinascimento napoletano» la città riuscì a ripulire solo la sua facciata e ci lasciò piazza Plebiscito libera dalle automobili.

Mi chiedo, ti chiedo: cosa lascerà questa Coppa America oltre la soddisfazione degli sponsor, le pizze mangiate dai team velici, i quintali di interviste, articoli e video che celebrano l'evento?

Quando sono tornato a casa, verso piazza Trieste e Trento, ho visto i bambini che giocavano a pallone tra Palazzo Reale e il Teatro San Carlo. In nessuna città lo avrebbero consentito, pensa a Milano sotto al Duomo o a Roma in piazza della Conciliazione. Non so spiegarti la mia sensazione, ma mi sono sentito rinfrancato, mi è sembrato di ritrovare la Napoli che conosco, oltre i gazebo griffati, oltre i catamarani.

E il vento, proprio in quel momento, cambiava leggermente direzione.

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Napoli è oggi la città italiana più discussa al mondo, sospesa tra una rinascita straordinaria e i timori di chi ci vive ogni giorno. L'attesa della Coppa America, il nuovo volto di Bagnoli e le migliaia di turisti che la celebrano e l'affollano convivono con la gentrificazione, il degrado delle periferie, il caro-vita e il lavoro in nero. TUFO, la newsletter di Fanpage, nasce per ascoltare il battito profondo della città, oltre la frenesia della cronaca quotidiana. Ogni giovedì nella tua casella di posta, per fare comunità con chi Napoli la abita o la visita. Perché amare una città significa anche raccontarne le contraddizioni, senza nasconderle.

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