Cos’è il task masking: quando fingere di essere impegnatissimi sul lavoro fa tendenza

Si aggirano per l'ufficio con il Macbook di ultima generazione in mano, auricolari senza filo nelle orecchie o cuffie inutilmente ingombranti e li senti anche dall'altro capo della stanza quando parlano di call, meeting, task e deadline (tutti termini inglesi che avrebbero un corrispettivo in italiano di tutto rispetto: chiamate, riunioni, compiti, scadenze di consegna). Ma attenzione: non sono davvero così oberati di lavoro come sembrano. Se infatti non vi risulta che vi siano particolari urgenze all'orizzonte forse è proprio perché non ci sono. E il vostro collega della Generazione Z, e pure TikToker in prima linea, sta solo seguendo uno dei trend più in voga del momento: il Task masking. Ovvero si finge impegnatissimo ma in realtà non sta facendo nulla (tutt'al più dello shopping online).
Che cos'è il task masking
Nella società della performance anche il lavoro impiegatizio diventa un'occasione per esibirsi e l'ufficio il palcoscenico. A nessuno piace l'etichetta di Quo vado, il dipendente pubblico ritratto da Zalone nel suo film del 2016 che pur di non rinunciare al Posto si lascia trasferire senza proteste in diversi luoghi d'Italia e non solo, accettando le più disparate mansioni. Per questo è meglio sembrare sempre oberati di lavoro a un passo dal burn out. Ma si tratta di un trucco. Su TikTok infatti ci sono video su video di persone che spiegano come sembrare il più impegnati possibile: il primo segreto è riempire il calendario di call (nella maggior parte dei casi sarebbe bastata una mail), parlare ad alta voce delle proprie task (a chi interessa poi?), fissare lo schermo del computer con aria assorta preferibilmente indossando gli auricolari (in realtà stanno guardando le offerte di Amazon primavera), camminare veloci con il portatile sottobraccio come se ci stesse sempre recando a una riunione imminente (dove e con chi non si sa).
Se il task masking è una protesta generazionale
Per tentare di nobilitare questa pratica alcuni esperti parlano di una protesta generazionale. Dopo il Covid e la diffusione dello smartworking, oggi molte aziende stanno ritrattando su questo diritto (come Amazon e Meta), che pareva ormai acquisito, richiamando i dipendenti al lavoro in sede. La Generazione Z non ci sta, denuncia il fatto che la presenza in ufficio non è garanzia di efficienza e che molte delle mansioni, pardon delle task, che si possono fare in sede potrebbero tranquillamente essere svolte anche da remoto, evitando traffico, costi di parcheggio e stress vari ed eventuali e soprattutto preservando il loro benessere. Nel giro di pochi anni (e di una pandemia) siamo passati dalla cultura iperproduttività in cui il lavoro serviva prima di tutto a definirci e a posizionarci nel mondo, alla necessità di mettere il proprio benessere (anche sul posto di lavoro) al centro, lavorare è importante ma la salute fisica e mentale di più.
Non è un caso infatti se su Harpers'Bazaar UK si parla del task masking come un meccanismo di sopravvivenza: "In particolare nelle culture d'ufficio in cui i dipendenti si sentono sotto pressione per apparire occupati per evitare di essere esaminati o criticati". In pratica chi fa task masking lo fa per sopravvivere a una logica a cui sottende l'equazione presenza uguale produttività. Ancora su Harpers'Bazaar "Il taskmasking riguarda meno l'evitamento del lavoro e più la gestione di una cultura lavorativa che non soddisfa ancora le aspettative della Gen Z. Per molti versi, il taskmasking potrebbe essere visto come una sottile forma di adattamento, non di pigrizia". D'altra parte secondo l'indagine Joinrs Data Loop a cura di Joinrs, una piattaforma di recruiting digitale, in Italia meno di tre offerte di lavoro su dieci prevedono il lavoro da remoto mentre se guardiamo l'altra faccia della medaglia i dati ci dicono che il 37% dei giovani è in cerca di un lavoro che preveda una modalità ibrida (in sede e da remoto) e addirittura il 37% desidererebbe un'occupazione totalmente da remoto. Il commento dell'amministratore delegato e ceo di Joinrs Gabriele Giugliano a Wired pone l'accento proprio su questo divario che "evidenzia una disconnessione tra ciò che cercano i candidati e ciò che offrono le aziende. La resistenza al full remote deriva da una mentalità ancora tradizionalista, che associa la presenza fisica a controllo e produttività, ma anche dalla mancanza di investimenti nelle tecnologie necessarie per supportare modalità di lavoro più moderne”.