Tatsuki Suzuki cambia vita a 27 anni: “Senza soldi la MotoGP è impossibile. Ora faccio il tecnico”

Il motociclismo non è solo velocità e vittorie. A volte, è anche il coraggio di fermarsi, di scegliere un’altra strada e reinventarsi. Questo è il caso di Tatsuki Suzuki, ex pilota della Moto3, che ha deciso di lasciare le corse a soli 27 anni. Una scelta difficile per chi ha dedicato la propria vita a inseguire un sogno, ma anche una decisione lucida e ponderata. Oggi Suzuki ha intrapreso una nuova avventura nel mondo delle sospensioni con il prestigioso Andreani Group. In questa intervista ci racconta il suo legame con l’Italia, il percorso che lo ha portato a questa scelta e le emozioni di una vita tra i motori. La storia di Tatsuki Suzuki dimostra che i sogni possono cambiare forma. Da pilota a tecnico, con la stessa passione di sempre. Il mondo delle moto non lo ha perso: lo ha solo ritrovato in una nuova veste.
Per il pubblico italiano sei il "giapporiccionese", soprannome affettuoso coniato da Rosario Triolo. Come è nato il tuo legame con l’Italia?
Fin da piccolo guardavo il Motomondiale e i piloti giapponesi più forti correvano per team italiani: Tohru Ukawa, Daijiro Kato con Fausto Gresini, Harada con Aprilia… Mi sembrava chiaro che, per diventare forte, dovevo entrare in una squadra italiana. Poi, quando ho vinto la mia prima gara a Misano, il legame si è rafforzato ancora di più. Oggi, dopo quasi dieci anni qui, posso dire che l’Italia è la mia seconda casa.
Torni spesso in Giappone?
Molto raramente. Ormai la mia vita è qui, in Italia. Certo, il Giappone mi manca, ma mi sento a casa a Riccione.

Dall’asfalto al box. Hai lasciato le corse da giovane. Com’è maturata questa decisione?
Non è stato facile. Ho sempre amato guidare e competere con moto prototipo, macchine incredibili che pochi al mondo possono pilotare. La passione per le due ruote mi è stata trasmessa da mio padre, anche se, da bambino, avrei preferito giocare con gli amici piuttosto che allenarmi ogni giorno. Poi, a 10 anni, ho avuto un grave infortunio. Il dolore è stato così forte da farmi dubitare: volevo davvero continuare a correre, con tutti i rischi del caso? Dopo un po’ di riflessione, ho deciso di proseguire. Ma questa domanda è tornata più volte negli anni.
E quando hai capito che era arrivato il momento di fermarti?
Dopo l’ultima stagione ho iniziato a riflettere seriamente. Il mio sogno era diventare campione del mondo, ma non è arrivata l’opportunità giusta per proseguire. Ho avuto offerte, ma tutte prevedevano che portassi sponsor o investissi denaro mio. La Moto3 è una categoria durissima e, senza il supporto economico giusto, è quasi impossibile emergere. A quel punto ho pensato: ha senso continuare così? Oppure è meglio cambiare strada e costruirmi un futuro solido in un altro ruolo?
Hai mai avuto paura di pentirti di questa scelta?
La paura c’è sempre, ma ho imparato che nella vita bisogna prendere decisioni con lucidità. Se avessi continuato, avrei dovuto accettare condizioni che non mi avrebbero reso felice. Meglio cambiare quando sei ancora motivato e puoi imparare qualcosa di nuovo.

Ora lavori con Andreani Group, azienda leader nelle sospensioni. Come sei arrivato a questa nuova avventura?
Quando ho deciso di smettere, ho subito pensato di rimanere nel mondo delle moto. Ho sempre amato la parte tecnica e, tra tutti i componenti, le sospensioni mi hanno sempre affascinato di più. Sono fondamentali: anche con il motore più potente, senza una buona sospensione non vai da nessuna parte. Così ho contattato Giuseppe Andreani e gli ho detto che volevo imparare e diventare tecnico. Lui mi ha guardato e mi ha chiesto: "Ma sei sicuro di smettere?". Gli ho spiegato tutto e mi ha dato questa opportunità.
Come ti trovi in questo nuovo ruolo?
È un mondo completamente diverso, ma sono molto motivato. Sto imparando tanto e il primo giorno con la maglia Andreani a Misano è stato emozionante. Ho già iniziato ad affiancare i piloti, come Mattia Casadei in MotoE. Voglio crescere in questo settore e diventare un punto di riferimento.
Guardi ancora le gare?
Assolutamente sì! Già alla prima gara della stagione mi sono svegliato alle 5 del mattino per vederla. È stato strano, perché fino a pochi mesi fa ero dall’altra parte dello schermo. Guardandola, ho pensato: "Ma questi sono pazzi!" (ride). In un certo senso mi manca, ma sono sereno.
Qual è la cosa che ti manca di più del paddock?
L’atmosfera nei box durante le prove libere. Rientrare, discutere con il capo tecnico, analizzare i dati… Era un momento di concentrazione pura che adoravo.
E quella che proprio non ti manca?
Lo stress delle qualifiche. Il pensiero di dover fare il giro perfetto, il rischio di partire indietro… Ecco, quello proprio non mi manca!

C’è una gara che vorresti cancellare dalla memoria?
Tante! (ride) Ma alla fine anche le brutte gare servono a imparare. Non le cancellerei mai.
Oggi conta più il talento o il budget?
Purtroppo, il lato economico ha sempre più peso. Per entrare nel Motomondiale non basta essere veloci, servono sponsor e investimenti. Anche se hai talento, se non hai il supporto giusto è difficile emergere. E questo non vale solo per il motociclismo: è così in tutti gli sport.
Hai parlato con Andrea Migno, che ha vissuto una situazione simile?
Ci siamo incrociati di recente e mi ha detto di aver visto il mio nuovo percorso. Mi piacerebbe confrontarmi con lui, perché anche lui ha dovuto reinventarsi. Ha trovato la sua strada come coach e con il podcast "McBubble". Credo che entrambi abbiamo fatto scelte mature.
Sei felice della tua scelta?
Sì, ora sono sereno. Dicembre e gennaio sono stati mesi difficili, ma ora mi sento motivato. Ho un nuovo obiettivo e voglio diventare un tecnico di sospensioni di alto livello. Il motociclismo è ancora la mia vita, ma in un modo diverso.