Marocchino: “Capita di andare a trovare il mio amico Scirea al cimitero, ci facciamo compagnia”

Nel calcio di oggi la parola "ala" non si usa più, si parla di "esterno alto", eppure la bellezza di quell'immagine che dà la sensazione di qualcuno che "si involi" a perdifiato lungo la linea laterale, cercando la terra promessa rappresentata dalla linea di fondo, resiste nella memoria di chi ha vissuto quei tempi. I tempi di Bruno Conti, Franco Causio e anche di Domenico Marocchino, che proprio del ‘Barone' Causio è stato l'erede alla Juventus all'inizio degli anni '80, promettendo di diventare quel campione che poi non è stato. Dribbling e folate, questo è stato Marocchino per poche stagioni, riuscendo anche a vestire per una volta la maglia della nazionale, oltre a mettere in bacheca due Scudetti e una Coppa Italia.
Oggi 67enne opinionista televisivo, il vercellese prova a sintetizzare la seconda parte della sua vita, dopo aver abbandonato il mondo del calcio: "Mi sono spesso sentito come una barchetta in un lago, che gira ma non approda mai da nessuna parte. Oggi mi emozionano i piccoli gesti. Ogni tanto entro in chiesa e penso alle persone a cui ho voluto bene. Mi capita di andare a trovare il mio amico Gaetano Scirea, sepolto nel cimitero di Morsasco. Sto lì, ricordo, immagino, ci facciamo compagnia", spiega Marocchino, ricordando l'ex compagno, morto tragicamente ad appena 36 anni in un incidente stradale il 3 settembre 1989.

Marocchino messo sotto controllo da Boniperti alla Juventus
Tanto talentuoso quanto ‘vivace' fuori dal campo, Marocchino non si è fatto mancare niente ai bei tempi, al punto da indurre qualcuno che era abbastanza importante nella Juventus a metterlo sotto controllo. Il presidente bianconero Giampiero Boniperti affidò a un maresciallo in pensione il compito di dare un occhio al Domenico ‘extra campo': "Tanti anni dopo la figlia di quel maresciallo mi disse: mio padre passava più tempo a seguire lei che a giocare con noi figlie", racconta oggi l'ex calciatore alla Gazzetta dello Sport.

"Nella mia carriera a penalizzarmi è stata la distrazione – spiega Marocchino – Mi distraevo per ogni cosa. Normale per uno che fino ai 17 anni è stato in collegio, avevo un debito di ossigeno nei confronti della vita. Una volta l'allenatore della Cremonese Settembrino ci mandò in ritiro. Figurarsi, esco, torno alle quattro di mattina e lo trovo steso sul mio letto. Per poco non mi prende un colpo. Un giorno un amico di mio padre gli disse: ‘Ugo, il Domenico gioca bene a pallone, né?'. E mio padre: ‘E il secondo tempo?'. Aveva capito tutto di me… Cosa mi piace del calcio di oggi? Gli incompleti. Penso a Yildiz, che è come un folletto che esce dal bosco, alza sempre un po' di vento e scompiglia l'ordine della partita. E poi mi piacciono i gesti tecnici: il gol di Orsolini a Venezia, una meraviglia. Oggi la tecnica non si insegna più".