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Lebron su Michael Jordan: “Era il mio ‘Black Jesus’, Gesù in terra, un angelo sceso dal cielo”

LeBron racconta il suo primo incontro con Michael Jordan: “Era un angelo sceso dal cielo, Dio in terra. Sarei stato il suo compagno ideale: lui era un killer e con i miei assist avrei alzato il livello in quei Nulls ancor più di quanto ha fatto Pippen”. Poi, il coronavirus: “Non possiamo prendere il controllo della pandemia ma tutti vogliamo ridare il basket alla gente”
A cura di Alessio Pediglieri
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Michael Jordan e LeBron James, le due facce della stessa medaglia del talento assoluto dell'NBA. Due stelle che hanno scritto, ognuna a suo modo, momenti epici del basket americano. Nei giorni in cui si è tornati prepotentemente a parlare di ‘MJ' grazie alla messa in onda dei dieci episodi di ‘The Last Dance’, i capitoli che hanno riassunto l'epopea di ‘Air' con i Chicago Bulls, anche Lebron James ha voluto dire la sua raccontando alcuni particolari che lo legano a Jordan. Durante il suo show "Uninterrupted WRTS After Party”, il numero 23 dei Los Angeles Lakers ha raccontato del suo primo incontro con la stella dei Bulls: "Per me era Black Jesus, sembrava Gesù sceso in terra, un angelo mandato dal cielo. Non mi sembrava vero: avevo 16 anni e giocavo insieme a Michael Jordan e ad altri campioni".

Un ricordo che è rimasto immutato nella mente di LeBron che agli inizi della sua carriera nell'NBA ebbe l'onore di condividere pochi attimi di parquet con Jordan, momenti indimenticabili: "eravamo alla Hoops Gym di Chicago, lui si stava allenando per tornare a giocare. io entravo solamente se un pro della NBA era stanco ma mi importava poco restare a guardare la partita dalla panchina" ha raccontato il numero 23 dei LA Lakers. Poi, il camp del 2003, da avversari a estemporanei compagni di squadra: "Giocavamo per un’ora, un’ora e un quarto insieme anche ad altri giocatori: quando ero in squadra con lui non ho perso una partita. Sarei stato il suo compagno di squadra ideale: lui era un autentico killer e con i miei assist saremmo stati straordinari. Ancora di più di quanto riuscì a fare Pippen".

Poi, il pensiero ai giorni nostri, di un basket fermo per il coronavirus, una pandemia che ne ha caratterizzato la stagione e ne condizionerà ancora a lungo il futuro: "Non abbiamo perso ancora tutte le speranze per salvare la stagione e desideriamo ridare il basket alla gente. Molti giocatori so vorrebbero subito tornare a giocare. Farlo in sicurezza è fondamentale ma non possiamo prendere il controllo della pandemia".

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