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Giacomo Gentili: “Tokyo è stata una falce, ci siamo detti: basta fare gli stupidi. E a Parigi il trionfo”

Giacomo Gentili si è raccontato a Fanpage.it rivivendo i momenti più importanti della sua carriera, dai più difficili ai più esaltanti. Tutti collegati dal filo rosso per l’amore per il canottaggio: “Questa fatica mi ha abbracciato e mi sono proprio innamorato di questa fatica e della sensazione di dover dare il meglio”.
A cura di Alessio Pediglieri
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Giacomo Gentili è stato protagonista della medaglia d'argento di Parigi 2024 nel quattro di coppia, contribuendo al riscatto del canottaggio italiano dopo il tonfo di Tokyo. "Nel 2022 le Olimpiadi le abbiamo vissute in un clima di tossicità. Poi ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: "Se commettiamo gli stessi errori siamo degli stupidi". E non lo siamo stati". 

A Fanpage, il 27enne campione di Cremona ha rivissuto quei momenti, tra litigi e incomprensioni poi sfociate in una intesa vincente, che lo hanno fatto cambiare: "E' stata una lezione di vita, sono maturato. Alla fine lo sport, come la vita di tutti i giorni, è come una falce: o certe cose le capisci, o vieni tagliato fuori". Un "fuori" che Gentili non vuole sentire pronunciare: "Vedo la mia carriera ancora lunga, fortunatamente sto bene. Voglio fare qualcosa di importante in futuro, magari nel Coni, di sicuro per la mia città e la mia regione". Con un sogno nel cassetto: "Los Angeles? Quattro anni sono lunghi, ma quando un atleta vince una medaglia, rivuole un'altra medaglia".

Giacomo, perché proprio il canottaggio?
Grazie a mio padre. Io ero un bambino un po' agitato, ho provato tantissimi sport. Il tennis bello, mi è piaciuto, l'ho fatto per tanti anni, solo che non riuscivo ad arrivare stanco alla sera, non riuscivo a sfogarmi nel tennis. Poi non ho fatto sport per un anno  e allora mio padre mi ha detto: "Ma scusa, hai il fisico perfetto per un canottiere. Prova".  E da lì questa fatica mi ha abbracciato: mi sono proprio innamorato di questa fatica e di questa sensazione di dare tutto.

Quando ha capito che, dandoci dentro, poteva diventare una professione?
Ero molto alto, però magrissimo, proprio magrissimo: sembravo veramente un bambino che non mangiava, anche se mangiavo tantissimo. Io andavo benino, ma non benissimo. Lì è servito tanto l'aiuto della famiglia e di mio padre che mi ha detto di crederci: un po' il sogno me l'ha dato lui, il sogno di di crederci. Poi la mia costituzione e la fase di sviluppo ha contribuito: attorno ai 14-15 anni ho capito. E' arrivato un momento in cui quando mi allenavo, miglioravo velocissimamente, ogni due settimane c'era un miglioramento.

Ma c'è stato proprio un momento in cui si è detto: "Ok, faccio questo per il resto della mia vita?"
Sì, a 14 anni. Mi allenavo a Cremona e c'era la possibilità di un college Remiero a Piediluco, proprio dove sono adesso con la Nazionale. Prendevano cinque/sei ragazzi in tutta Italia, li facevano allenare al mattino presto, poi si andava a scuola. Quando ho intrapreso questa scelta ho capito che volevo farne una professione.

E ha subito pensato alle vittorie, a partecipare un giorno alle Olimpiadi?
Che io arrivassi alle Olimpiadi e vincessi addirittura una medaglia, un mondiale, non lo so… perché io mi sono dato sempre un obiettivo alla volt, vicino. Vedevo un ragazzino che vinceva la regionale e io volevo diventare come lui; poi quando vincevo la regionale vedevo che altri vincevano i nazionali… e così via.

E quando ha capito che invece di inseguire gli altri sarebbe stato anche lei un campione?
Quando ho vinto il mio primo Mondiale in singolo, allora ho capito che ero un po' diverso rispetto agli altri, potevo fare veramente qualcosa di grande. Era una specialità che in Italia non si vinceva da più di 15 anni.

Come l'ha vissuta da giovanissimo quell'emozione?
Negli ultimi anni nessuno l'aveva mai fatto, poi io e il mio allenatore Augusto Abbagnale ci credevamo, ci credevamo tantissimo. Io ero entrato in una mentalità proprio da singolo, un po' quella pazzia che mi portò nel focus completo per il singolo.

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Anche se l'anno precedente aveva vinto anche nel quattro di coppia, giusto?
Sì, avevo vinto nel quattro di coppia, però il Mondiale non era andato bene. E ero entrato in una fase particolare, dopo quella delusione. Mi ero detto: "Ok, basta, non voglio dipendere dagli altri, voglio voglio crearmi da solo, costruirmi e perdere o vincere da solo"

Una scelta vincente?
E' stato veramente un anno pazzesco, perché ho vinto subito l'Europeo e poi il mondiale di Tokyo è stato impressionante. Un'emozione immensa riuscire a portare l'Italia da solo a vincere un mondiale in singolo è stato il giusto compenso per i sacrifici per quei due anni lontano dalla famiglia, lontano da tutto.

Ha nominato gli Abbagnale, un mito nel canottaggio: si è mai ispirato a qualcuno in particolare come modello?
A me piace guardare le cose buone di tutti. Io mi ispiro a tutte le cose buone che vedo negli altri e poi le voglio riflettere su di me. Però alla fine voglio essere io il mio eroe, per poi ripartire e migliorare ancora. Ci sono esempi positivi dappertutto, perché siamo pieni di atleti fortissimi in Italia e nel mondo.

Quando l'ha chiamata la Nazionale senior d giovanissimo, che emozione ha provato?
Una delle emozioni più grandi per me: avevo appena vinto il mondiale junior e sono stato chiamato dalla Nazionale senior a provare a partecipare alle qualifiche per Rio de Janeiro. Figurati, a 18 anni ero semplicemente entusiasta, è stato pazzesco, c'era da decidere chi avrebbe fatto il singolo.

E come andò?
Io persi contro Luca Rambaldi e mi dissi "Vabbè, mi hanno detto devi fare la riserva". Ero felice ma anche un po' sconfortato: avevo 18 anni, mi stavo bruciando tutte le mie vacanze, non ero entusiasta all'idea per nulla.

Eppure alla fine ci andò e fu un protagonista. Cosa accadde?
Un nazionale, Romano Battisti, vice campione olimpico nel 2012, doveva fare il doppio con un altro ragazzo e non esce in barca perché si era fatto male. Allora si decide: "Dai, esce la riserva". Che ero io in quel momento: usciamo in barca e questa barca si trasforma in magia. Vedere un vice campione olimpico che esce con me a 18 anni… Siamo andati a fare la gara per provare a qualificare la barca per Rio de Janeiro e ce l'abbiamo fatta! Per me è stata veramente una delle emozioni più grandi in assoluto.

Poi però a Rio lei non cera…
Pochissimi rimpianti, davvero: a 18 anni poter qualificare una barca per le Olimpiadi è stato straordinario. Ho permesso anch'io all'Italia di andarci.

Poi, l'apoteosi ai Mondiali di Glasgow, non in singolo ma col 4 di coppia. Come ci arrivò?
Il 2018 è stato proprio il sogno che ho sempre desiderato da da piccolo. Abbiamo iniziato questa avventura insieme a Andrea Panizza con cui eravamo rimasti un po' fuori squadra. Poi ci hanno messo a fare un doppio under 23: andiamo alle gare nazionali e internazionali e facciamo una performance pazzesca. Eravamo due ragazzotti che han mostrato la loro meglio gioventù e così arriva la chiamata: ci uniscono in barca con il doppio che era il più forte in quel momento, con Rambaldi e Mondelli. Da lì nasce un quattro di coppia, in effetti, magico perché quell'anno vinciamo una Coppa del Mondo, poi vinciamo l'Europeo e poi vinciamo anche il Mondiale.

Quanto è importante l'alchimia, dentro e fuori l'acqua per ottenere questi tipi di risultati?
Questo è un discorso sicuramente importantissimo in uno sport di squadra. L'ho imparato nel tempo: quando sei più giovane, sei più immaturo, molto più istintivo, pensi di meno sulle cose. Io sono fortunato che con Andrea abbiamo sempre avuto un rapporto bellissimo, un affinamento particolare. Con altri, tipo Luca Rambaldi, c'è un rapporto magari più professionale che poi negli anni comunque matura in grande amore. Perché alla fine tutti i giorni sputi sangue, fatichi, vinci, e si crea un qualcosa di di grande.

Oggi, che ha 27 anni è soddisfatto anche del suo percorso personale?
Soddisfattissimo, sì. E questo devo ringraziare sicuramente la mia famiglia, il contesto generale che il canottaggio e il lavoro di  squadra ti fa capire. Quindi sono soddisfatto di me stesso, sì, di quello che sono oggi. Alla fine è un po' è un po' una una falce: ad un certo punto le cose o le capisci o vieni tagliato fuori.

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Come in occasione delle due Olimpiadi, Tokyo e Parigi, completamente opposte l'una all'altra?
Sì, sicuramente due esperienze che riassumono il concetto di squadra. A Tokyo ci sono state discussioni, frizioni, anche con Luca Rambaldi, eravamo proprio due atleti differenti. Poi quando si creano certe situazioni è difficile togliere il il nodo alla matassa che si riversano nelle prestazioni.

E' il motivo per cui a Tokyo è andato tutto male, non solo a lei ma per il canottaggio?
Sicuramente ho vissuto a Tokyo il il peggio dello sport, non so se posso definirlo così, ma sicuramente una brutta esperienza. Perché io per primo ero ossessionato dalla medaglia, ero proprio ossessionato anche perché poi avevamo aspettato 1 anno per per il Covid che sicuramente ha creato ulteriori problematiche. Poi arriviamo a Tokyo allenatissimi ma c'erano ancora diatribe interne, una tossicità non giusta. A Tokyo è stata una delusione pazzesca, anche perché io quella medaglia  la sognavo.

E' stata una lezione di vita che l'ha cambiata?
Io ringrazio quei momenti perché da quella volta io ho svoltato la mia vita, anche nel rapporto con le persone. Ho imparato ad aprirmi molto di più, essere molto più partecipe in tutto, anche in famiglia. Vedevo solo il canottaggio e solo la medaglia olimpica, è stata una un'ossessione. Nello sport può essere anche giusto, perché molte volte l'ossessione batte il talento, però deve essere un'ossessione positiva, un'ossessione bella.

C'è riuscito da solo o si è fatto aiutare?
Devo essere sincero: ci sono riuscito da solo e sempre grazie alla mia famiglia che mi è sempre stata vicina. Mi sento fortunatissimo anche perché pure per loro era stata una grossa delusione che mi portavo addosso: sapevo di essere stato anch'io una delusione. Era un pensiero che mi ero fatto io. Poi mi son fato aiutare.

Si è rivolto ad un metal coach, ad uno psicologo?
Sì, sento che sto bene adesso. Dopo l'ultima medaglia di Parigi ho avuto dei problemi, mi sono affidato a uno psicologo perché non ho passato un bel periodo, anche se pensavo di passare il periodo più bello della mia vita. 5-6 mesi dopo la medaglia ho avuto un down completo e mi trovavo spiazzatissimo. Non avevo un obiettivo, mi sentivo appagato. E adesso invece sto sto meglio.

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A proposito di Parigi, l'altra faccia della medaglia olimpica: andò tutto alla perfezione?
In tutto e soprattutto sotto il punto di vista del lavoro di squadra, nella professionalità degli atleti: volevamo inseguire un sogno che c'era stato portato via, tutti insieme, e l'abbiamo agguantato alla grande.

Qual è stato lo switch che vi ha fatto cambiare prospettiva?
Abbiamo iniziato a parlare, nell'approcciare insieme qualsiasi cosa. Alla fine sentivamo le vibrazioni intorno differenti e positive, costruttive. In quel momento tutto intorno gira in maniera positiva: un approccio totalmente diverso. Ci siamo detti: "Se rifacciamo lo stesso lo stesso errore, allora siamo stupidi, ma più che stupidi".

Come avete saputo gestire quella pressione, che era comunque enorme?
Uno stress incredibile, che poi alla fine abbiamo trasformato in energia pura. Tutti i giorni di allenamento che abbiamo fatto, lo abbiamo fatto senza litigare, costruendo un bel rapporto interno, che continua al di là delle Olimpiadi, di rispetto reciproco

Lei ha parlato di obiettivi di vivere a obiettivi a breve scadenza: quali saranno i suoi prossimi passi?
Non nascondo che sono stati anni durissimi, mentalmente e fisicamente. In questo inverno per fortuna, grazie alle fiamme gialle che mi ha dato fiducia, grazie alla nazionale che mi ha dato fiducia, sono riuscito a distrarmi, ho resettato. Mi sono allenato molto a casa ed era da anni che non stavo così tanto tempo a casa mia. A casa con i genitori e per me è stata una gioia incredibile. Ora punto alla Coppa del Mondo a Varese poi vediamo cosa accade.

E se il passo fosse lungo fino a Los Angeles, già oggi potrebbe diventare un obiettivo?
Los Angeles è l'obiettivo: non so cosa accadrà ma un atleta quando prende una medaglia olimpica rivuole una medaglia olimpica. Il percorso è lungo, è ancora totalmente sfocato, però sicuramente un sogno sportivo, un'altra Olimpiade, certo.

Dove ci saranno novità regolamentari, la chiave giusta per rilanciare il canottaggio?
Lo spero, lo spero, sì. Io credo che il canottaggio stia prendendo man mano rilievo e visibilità perché comunque è da una vita che noi facciamo i risultati. A migliorare il tutto ci deve pensare la Federazione, noi dobbiamo fare la nostra parte: ci dobbiamo allenare e pensare a portare a casa il risultato.

E da grande Giacomo Gentili cosa farà?
Non lo so, intanto sto pensando di iscrivermi in Università. Sicuramente vedo ancora la mia carriera da sportivo abbastanza lunga, il mio fisico ancora me lo permette. Mi piacerebbe stare nell'ambito sportivo anche nel mondo del Coni, per far qualcosa per Cremona, per la mia Regione. Ma sempre nel mondo dello sport.

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