Valerio Scanu: “Ho vinto Sanremo senza corsivo e autotune, snobbato perché venire da Amici non era ‘figo’ come oggi”

Valerio Scanu rappresenta un momento preciso della storia recente della musica italiana, quell'era incastrata tra l'era analogica e quella digitale, dei talent "barbari" che invadevano il mondo discografico senza chiedere permesso. Scanu è stato di quel tempo un'icona, forse senza volerlo o senza immaginarlo, ma ne ha dovuto sopportare gli effetti anche in termini di pregiudizi. Due Festival di Sanremo all'attivo, uno vinto con clamore, Scanu si racconta in questa intervista a Fanpage, a pochi giorni dalla finale di Ora o mai più, il programma di Rai1 al quale ha preso parte come concorrente. Una finale registrata sabato 22 febbraio, di cui in questa intervista non si farà menzione per ovvie ragioni.
Come è nata l'esperienza a Ora o mai più?
Sabato è andata bene, direi piuttosto lineare. Era iniziato tutto abbastanza male, mi ero detto "chi me l'ha fatto fare?", perché la prima settimana ho avuto un'assegnazione fuori dal mio canone. Avevo deciso di partecipare per essere messo nelle condizioni di esprimermi, ma mentre vedevo i miei compagni contenti, l'unico a non esserlo ero io, quindi mi dispiaceva. Poi c'è stata un'evoluzione, abbiamo iniziato a sperimentare un po' con i brani di Rita Pavone e lì ho avuto la sensazione di potermi esprimere al meglio rispetto ai presupposti. Il percorso è stato in crescita.
Questo è un programma parte da una premessa, quella di portare a qualcosa. Tu ti aspetti accada qualcosa alla fine di Ora o mai più, o la consideri un'esperienza autoconclusiva?
Ti rigiro la domanda: secondo te come lo considero?
Direi la seconda, ma confermamelo tu.
Io sono una persona molto concreta, se un programma del genere non viene supportato anche dall'azienda, ad esempio un accesso automatico a Sanremo se vinci Ora o mai più, si limita a un'esperienza. Io per la verità non mi sentivo nemmeno troppo rappresentato dai trailer su di me, l'idea di gente che ha avuto un grosso successo ed è stata dimenticata. Ma dimenticata da chi? Io discograficamente mi sono messo da parte, non lo ha mai fatto nessuno. Ho fatto delle scelte, prima di fare questo programma sono sempre stato in Tv, anche a fare l'opinionista, se pure in relazione alla musica, in relazione a temi come Sanremo, musica, autotune.
La tua ambizione oggi qual è?
Non punto a un percorso discografico come avrei pensato 15 anni fa. Io aspiro a fare spettacolo, fare musical, una cosa alla quale tempo fa avrei non avrei mai pensato, ma gli interessi cambiano. Al mio bagaglio in questi anni ho aggiunto altro, ho perso questi 30 chili che erano uno scoglio grosso, studio danza a livello agonistico e mi piacerebbe portare questa cosa in scena.
L'ambito discografico non ti interessa più?
Ho un disco di inediti pronto, che non volevo far uscire prima di questa esperienza, ma magari adesso valuterò. I miei fan attendono qualcosa di nuovo da me, ma la mia aspirazione oggi è la commedia musicale, anche se non saprei a chi rivolgermi.

Nel 2012 ti rendi sostanzialmente autonomo dal punto di vista discografico e concertistico. C'era qualcosa che non ti andava giù, o hai puntato su quella fanbase molto verticale che hai sempre avuto?
Sicuramente ho provato a creare qualcosa di mio basandomi su una grossa base di fan. Poi i fan vanno e vengono e non c'è una logica. Proprio oggi leggevo su Twitter – mi rifiuto di chiamarlo X – questa fan con un nome particolare che ricordavo, una di quelle che mi scriveva sempre, con una parola buona ogni volta: oggi mi riempie di insulti, mi fa nero. Ho scelto di autoprodurmi perché sentivo a distanza quello che è successo, ovvero che quando esci da un talent la major ti prende, ma senza un progetto artistico forte ti danno un calcio nel culo perché l'anno dopo ci sono gli altri.
Hai capito che i talent sarebbero diventati una fabbrica, un meccanismo che schiaccia.
Esatto.
Tu dal punto di vista artistico hai rappresentato quella generazione che è rimasta schiacciata tra l'era analogica e quella digitale. Ti sei visto superare dalla nuova leva che ha fatto un balzo in avanti artificiale grazie ai social?
Assolutamente sì. Poi va detto che c'è stato un periodo dal 2019 al 2021 in cui sono rimasto fermo a livello discografico e in quei due anni è cambiato tutto. Chi mi seguiva non aveva alcuna dimestichezza con il concetto di streaming, quando sono uscito con un singolo i miei fan continuavano a comprarselo su iTunes. Ho un disco di inediti pronto, arrangiato, masterizzato, pagato, ma non so che spazio trovargli. La musica che faccio è comunque una musica cantata.
A proposito di musica cantata, l'altro giorno in puntata hai cantato quel pezzo di Baglioni e io ti ho criticato dicendoti che sembrava un esercizio da ginnasta. Tu hai detto che "saper cantare sembra sia diventata quasi una colpa".
Quello che volevo dire è che quel pezzo io, secondo me, non l'ho nemmeno cantato bene, però agli occhi degli altri sembrava avessi fatto chissà quali virtuosismi. Però mi arrivano critiche che trovo spesso eccesive.
Perché tu hai chiaramente qualità canore che ti mettono su uno scalino diverso.
Però poi tutti fate in modo che questo non sia una cosa in più, ma un qualcosa in meno. Saper cantare dovrebbe essere la base.
Tu sei stato protagonista di un'onda musicale che esaltava una nuova forma di bel canto, cosa che oggi pare secondaria per chi inizia a fare musica. Cosa è cambiato?
Adesso non esiste chi fa musica, ma esiste un prodotto stereotipato e poi si sceglie chi metterci sopra. Il prodotto viene prima dell'artista.
C'è anche la sensazione che sia cambiato l'approccio all'ascolto, la voce ha una rilevanza diversa rispetto al 2008, per intenderci.
Sai cos'è? Che quando ho iniziato a fare musica da piccolo, lo facevo d'istinto, non c'erano preconcetti specifici. Io sono sempre stato uno che, magari controcorrente, faceva quello che gli piaceva fare, spesso contrariamente agli stilemi. Adesso ti dicono che per funzionare devi fare un brano stile Mahmood, per dirne uno.
Cosa che tu non accetteresti mai, se avessi la possibilità.
Non ci deve essere una casella da riempire, la casella dovrei essere io. A voler inserire qualcuno che canta come quando si cantava, anche con un brano ritmato, ma che non debba essere cantato in corsivo o con quella mondezza di autotune.
Nel corso della semifinale di Ora o mai più hai scherzato sull'orchestra che a Sanremo 2010 lanciò in aria gli spartiti in segno di protesta, un'immagine molto legata a te, oltre che a Pupo, Filiberto e Canonici. Hai fatto pace con etichette come questa?
Ti dico la verità, la cosa degli spartiti a me l'hanno sempre affibbiata, ma non me la sono mai sentita. Ad oggi posso dirti che quella cosa degli spartiti era preparata, perché quando uno fa una protesta, oltre al gesto deve parlare la faccia. Se protesti ridendo, è chiaro che è una roba organizzata. Stamattina il tuo amico che hai appena nominato e che non nominerò (Pupo, ndr), ha scritto che di gente ignorante e presuntuosa ne ha conosciuta tanta, ma io rimango imbattibile. La mia risposta è stata: come 15 anni fa.

Rispetto al senso di scandalo, tu quel Sanremo in un certo senso lo hai salvato.
Se avessero vinto loro, Sanremo non ci sarebbe più stato.
Tu rivendichi questa libertà, sei quasi un antisistema. E un'etichetta che percepisci adatta?
Se il senso di antisistema è che faccio quello che voglio, oggi questa cosa mi piace molto. Spesso mi dicono anche di parlare meno, imparare a chiudere la bocca, come mi ha consigliato la mia coach Rita Pavone. Quando Liorni mi ha chiesto se cercherò di stare in silenzio, io dico che zitto non starò mai, perché io sono così.
Tu hai questa reputazione del rompiballe, in effetti.
Ma io dico che siamo un po' tutti rompiballe, c'è chi lo fa in silenzio e chi si espone. Io di espormi non ho paura.
E questa cosa l'hai anche pagata. Se sei libero ti metti anche contro i potenti.
Sì, ho pagato e continuo a pagare. È una sorta di pizzo, perché per certe cose non esiste il diritto all'oblio.
Ci sono cose che ti perseguitano indipendentemente dalla tua volontà?
Beh sì, ad esempio la questione della De Filippi per anni mi ha impedito di mettere piede a Mediaset. Tutt'oggi io non posso passare da Cologno Monzese, ovviamente esagero però in sostanza è così. Lasciamo perdere il lato umano, perché a distanza di dieci anni mi spiace quello che è successo, ma sotto il profilo lavorativo mi ha messo i bastoni tra le ruote.
Tu a più riprese hai ammesso di avere potuto commettere errori, ma pare che su questa cosa non ci sia molto da fare.
Sì, io aggiungo che oggi una chiacchiera me la farei pure con lei, ma non perché voglia andare a fare il coach ad Amici, anche perché andare a fare il coach con Rudy Zerbi e Anna Pettinelli non è proprio la mia massima aspirazione. Secondo me anche in un programma del genere a rimanere coerente a se stessa è rimasta solo la danza. Sul canto a volte si dicono robe abominevoli.
Ti percepisci emarginato?
Per quanto si dica che ho una gran voce, un talento, io sono sempre stato snobbato dal sistema. Si dice sempre che sono quello di "in tutti i luoghi e in tutti laghi", senza tenere conto che dietro c'è una tecnica.
Questo anche perché tu hai rappresentato quel mondo alieno che ha invaso il sistema e sei finito schiacciato da quella cosa, essendo uno dei primi. Ma il sistema lo avete cambiato.
Sì, quando io ho fatto Sanremo sapevo cantare, ma non ero figo. Ora quelli di Amici che vanno a Sanremo magari non sanno cantare benissimo, ma sono fighi. La differenza è qui.
Il mondo dello spettacolo ti ha più dato o più deluso?
Mi ha sicuramente deluso, ma mi ha dato molto di più.
Hai notato che da questa intervista sembra passare l’idea che tu abbia alle spalle 40 anni di carriera?
Sì, perché ho iniziato che ero piccolissimo e, nonostante tutto, non me ne facevano passare nemmeno una.