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“Sono stata vegana per 9 anni. Oggi torno alla carne: puro godimento”

Sibilla Iacopini, milanese, attualmente residente per lavoro a New York, ha raccontato perché dopo 9 anni ha smesso di essere vegana e lo ha fatto con grande orgoglio. E i motivi del suo “pentimento” sono idealmente gli stessi che l’avevano portata in origine ad eliminare carni e derivati animali dalla sua dieta.
A cura di B. C.
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Ha deciso di dire ‘stop’ al veganesimo e tornare all'alimentazione che seguiva prima di eliminare completamente dalla sua dieta ogni cibo di origine animale. Ha innescato una importante discussione online la scelta di Sibila Iacopini, milanese, attualmente residente per lavoro (si occupa della diffusione del “sistema Bars”, una pratica di benessere) a New York. Dopo nove anni, Sibilla ha abbandonato i pasti vegani raccontando che questa decisione per lei è "puro godimento". Ciò che più fa discutere è che le ragioni del suo pentimento sono concettualmente le stesse che portano a imboccare la strada del veganesimo, vale a dire il desiderio di liberarsi da quei condizionamenti sociali che ci impongono gusti e stili di vita potenzialmente nocivi per noi stessi e la natura.

“Non so che ne diranno i dietisti, i vegetariani, i vegani, i macrobotici, i crudisti, la mia mamma (che saluto) e gli esperti di ogni genere – ha scritto la Iacopini, dopo aver raccontato di aver fatto incetta di cibi assolutamente ‘vietati’ ai vegani – per me è puro godimento, e ancora non ho smesso di raccogliere consapevolezza da questo immenso senso di libertà che provo, da quando ho smesso di imporre al mio corpo punti di vista altrui spacciati per miei. (Forse qualcuno avrà notato l’assenza della carne: ho scoperto che mi va di mangiarne ben poca, solo ogni tanto, molto, molto meno di quanta ne mangiavo dieci anni fa. E’ dall’aver rimosso il tabù che mi arriva la leggerezza. E, per chi se lo chiedesse, non sono mai stata così in forma.)”.

Questo il testo integrale dell’intervento di Sibilla Iacopini, raccolto dal sito GenerazioneBio.

Perché ero veg e ora non lo sono più.
Ho iniziato a cambiare la mia alimentazione circa nove anni fa, quando sono diventata vegetariana prima e poi, gradatamente, vegana.

L’ho fatto per tanti motivi, etici innanzitutto, avendo letto e compreso dell’impatto che lo stile di alimentazione vigente ha sul pianeta, le persone e gli animali; poi salutistici e infine psicologici, per il senso di controllo sulla mia vita che ricavavo dall’attenermi scrupolosamente a una regola.

Questo percorso mi ha dato infiniti stimoli per approfondire e rivedere il mio rapporto col sacro, con la meditazione e mi ha spinta a praticare diverse tecniche di disintossicazione, una su tutte il digiuno, che ancora utilizzo anche se in maniera meno estesa di un tempo. Insomma, ho amato molto la mia scelta veg*, mi ha insegnato tanto e riempita di soddisfazioni.

Ciononostante, non mi sono mai sentita veramente parte di un gruppo, perché non mi riconoscevo nello spirito battagliero che normalmente viene associato a una persona vegana. Quel mix di superiorità morale, indignazione e condanna che senza parole, o con molte parole, dice: tu sei sbagliato.

Anch’io ho avuto i miei momenti, specie all’inizio, in cui mi mettevo nella condizione di essere uno contro tutti (certe cene tra amici, per esempio, allietate dal godibile siparietto ‘beh ma allora anche le carote soffrono’), ma ho rapidamente realizzato che un simile accanimento non faceva che sortire l’effetto opposto (un po’ come andare a parlare di tumori al fumatore incallito: se ne accende subito un’altra). Quindi mi sono rilassata e ho lasciato che l’esempio facesse da sé, dando piena disponibilità a chi cercava informazioni e nessun appiglio a chi cercava il conflitto, e ottenendo in questo modo riscontri maggiori.

Ho visto attorno a me diverse persone cambiare i loro punti di vista, e spesso ho avuto il piacere di sentirmi dire che ero la sola veg* che non prendesse di mira i carnivori, che si sentivano così a loro agio da venirmi a chiedere il perché di questa scelta e farsi delle domande. Da un punto di vista salutistico, come tanti ho ricercato quella che potesse essere l’alimentazione giusta, definitiva, parteggiando per l’una o per l’altra corrente.

Inizialmente ho scoperto quelle nozioni di base che più o meno tutti i vegetariani, o forse tutti in generale, ormai sanno: la carne fa male, è cancerogena ecc. Toglierla è stata molto più semplice di quanto immaginassi. Subito dopo ho sentito le ragioni del veganesimo, la tematica della dannosità di una dieta iperproteica e della parte che i latticini hanno in tutto questo. Bye bye latticini. Per quanto riguarda togliere le uova, mi è bastato sentire come funziona la catena produttiva, senza contare che le si usa quasi solo come ingrediente e la gran parte delle volte si trovano alternative molto efficienti (amido, banane, agar agar, fecola, maizena…).

In seguito mi sono imbattuta negli ehretisti, che utilizzano il criterio della formazione di muco come fonte di tutti i mali e per evitarlo eliminano tutti i cibi che lo producono, compresi i cereali. Sempre più difficile. Il sostrato teorico mi appariva convincente, e ancora più convincente è stata la prova che ho fatto: per due anni mi sono attenuta alla dieta ‘di transizione’ verso l’ehretismo, e sono stata ancora meglio. Forse era quella la dieta perfetta. Ancora un piccolo passo ed ecco i crudisti, che a quanto detto aggiungono che quando è nato l’uomo certo non cucinava il proprio cibo, cosa che fa parte della sua evoluzione, mentre il suo apparato digerente è rimasto quello delle origini, motivo per cui non cuociono nulla e si assicurano un apporto vitaminico maggiore. Come dargli torto? Ne ho conosciuti alcuni e stavano benissimo, e sicuramente se adottata come dieta curativa dava ottimi risultati; chissà che meraviglie attenercisi per una vita intera.

All’interno dei crudisti ci sono però i fruttariani, puristi che mangiano solo i frutti, sostenendo che l’uomo originario, e quindi il suo apparato digerente, non avrebbe scelto verdure sgradevoli al palato da crude (crucifere, tuberi…) ma avrebbe decisamente preferito la frutta dolce e matura, che non a caso piace ai bambini (quelli non corrotti dal cibo spazzatura), ed è alla base dell’attrazione dell’animale uomo verso il sapore dolce.

Fino a qui, ancora mi potevo trovare d’accordo, anche se in questo caso non ero pienamente convinta della fattibilità pratica di questa dieta calata in un contesto sociale; uno qualsiasi. Era questa la dieta ideale? Forse. A dirla proprio tutta, all’interno dei fruttariani ci sono anche i monofrutto: i melariani, ad esempio, rilevano che la composizione della mela sia così completa ed eccezionale che, in un organismo perfettamente disintossicato, potrebbe rappresentare l’unico sostentamento. Perchè no? Le mele mi sono sempre piaciute.

Beh, qui la ricerca della dieta perfetta aveva raggiunto lo stadio di ‘aspetta un attimo…’. Anche perché, volendo, esiste l’alimentazione pranica: vivere di sola luce. C’è una signora australiana, Jasmuheen, che insegna a ricavare il nutrimento dall’energia universale, e la intende, tra l’altro, come una possibile soluzione alla fame nel mondo. Ogni volta che vengo a contatto con l’argomento provo una sorta di attrazione, rispetto, senso di comunione con queste persone, e capisco che senz’altro potrei farlo anch’io, se lo scegliessi.

Di certo, la pratica del digiuno mi ha mostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, che l’apporto dicibo come fonte di energia è a dir poco sopravvalutato. Ecco, è proprio questo il punto. Non solo, per chi voglia vederlo, è oltremodo chiaro che non esiste alcun cibo indispensabile (visto che si vedono persone in perfetta salute che si alimentano nelle maniere più diverse), ma è anche chiaro che la salute è costituita da molti altri fattori capaci di generare malattia alla faccia dell’alimentazione più curata, o viceversa grande vitalità anche in chi si è sempre alimentato come se non ci fosse un domani. Perché? Non siamo forse anche noi come gli altri animali, che si possono classificare sulla base delle loro caratteristiche fisiche (dentatura, artigli, lunghezza intestino, acidità dei succhi gastrici…), e poter così affermare con sicurezza chi è fatto per mangiare carne, chi erba, chi semi? Per anni è stato uno dei miei cavalli di battaglia: il carnivoro che ha l’intestino corto perchè la carne è tossica e va espulsa subito, l’erbivoro che ce l’ha lungo e noi che ce l’abbiamo lunghetto perchè è la frutta e i vegetali ciò che dovremmo mangiare. E allora gli eschimesi? Va beh, è un rebus senza soluzione.

Come sempre, la soluzione, almeno per me, si trovava al di fuori di questo livello di pensiero: non siamo animali come tutti gli altri. A un certo punto sono approdata alla consapevolezza concreta della nostra natura di esseri infiniti, che hanno molti corpi come una grande matrioska al centro dei quali c’è il più piccolo: il nostro meraviglioso, straordinario, magico e ambitissimo corpo fisico. Ho acquisito molti strumenti, gran parte da Access Consciousness, che mi hanno messo in comunicazione diretta col mio corpo, i suoi gusti, desideri, talenti e preferenze. Per la prima volta mi sono aperta alla domanda se tutta questa faccenda del veganesimo fosse leggera o pesante per me, e la risposta, forte e chiara, è stata: PESANTE. Per me, per tutte le altre persone nella stanza mentre me lo chiedevo, forse pure per chi sta leggendo qui. Un intrico di falsa superiorità morale e tanto, tanto giudizio. Ero diventata vegan a partire da nessuna domanda ma tante conclusioni e decisioni: avevo deciso di volta in volta quale cibo fosse migliore per me, l’avevo imposto al mio corpo senza mai ascoltarlo, ero andata a caccia di tutte le prove a favore della mia tesi, mi ero assunta personalmente il compito di guarire il grande dolore che l’alimentazione comune procura al pianeta. In quel momento stavo lasciando andare tutto questo.

Com’ero diventata così fortunata? Mi sono resa conto, ad esempio, che in tanti anni di astinenza il mio corpo ancora aveva l’acquolina in bocca a sentire l’odore della carne. Stava forse cercando di dirmi qualcosa? Una cosa che ora so è che esistono corpi che si mantengono in salute e prosperano su un’alimentazione completamente vegetale, per i quali il veganesimo può essere una scelta di espansione e consapevolezza. La gran parte, in compenso, richiede quantità variabili di carne. Il bello è che esserne consapevoli non implica necessariamente che si farà questa scelta: si può comunque scegliere quello che si vuole! Ho cominciato a farmi domande, eccone alcune:
Se mi vedo come risolutrice di problemi, che cosa sto creando nella mia vita?
Il fatto di percepire il dolore altrui, e agire partendo da questo dolore, creerà altro dolore?
Se il corpo richiede un dato cibo per stare bene, il non fornirglielo è un abuso?
Come sarebbe scegliere di avere lo spazio, attenzione, nutrimento, denaro, cura amorevole di cui, per nascita, abbiamo diritto?
Che decisione c’è alla base che ci impedisce di avere questo?
Chi potrà darci tutto ciò, se non siamo noi disponibili in prima persona a farlo?
Come possiamo cambiare e contribuire a cambiare il mondo, se non siamo disponibili a dare a noi stessi ciò di cui abbiamo bisogno?
Come sarebbe scegliere di mangiare ciò che il corpo richiede, e mangiarne solo finché ci dà godimento?
Senza punti di vista o limitazioni..? Mangeremmo meno? Mangeremmo meglio?
E se fosse il corpo a scegliere cosa mangiare? In fondo, è lui quello che mangia! (Naturalmente sarebbe orribile applicare ciò anche all’attività fisica, agli abiti che indossiamo o al sesso, non fatelo mai!)

Per ogni presa di posizione estrema c’è una compensazione di segno opposto. Tanta luce, tanta ombra. Squadre, fazioni. Vegani contro carnivori. Ehretisti contro macrobiotici, crudisti contro vegetariani. Tutto questo conflitto e giudizio può salvare davvero il nostro amato pianeta e gli animali sfruttati? O sono per caso ulteriori separazioni? E se la Terra ci richiedesse gioia, espansione e consapevolezza? Che scelte faremmo? Restare nella domanda senza punti di vista significa diventare la roccia attorno alla quale si muovono le correnti, senza creare attrito, senza generare nuove compensazioni, nella piena libertà di creare la propria vita.

Concludo con il mio menù di oggi: stamattina mi sono svegliata presto e ho bevuto l’acqua dal comodino, avevo un po’ fame ma sono riuscita a fare colazione solo sul tardi. Come mio solito (i due terzi delle volte) ho mangiato frutta: anguria baby (praticamente mezza) e più tardi una manciata di ciliegie. A pranzo ho scaldato delle tagliatelle di grano saraceno con del sugo in barattolo e accanto zucchine, patate e cipolle in padella, insaporite da qualche scaglia di feta. A finire mousse al cioccolato composta di datteri, cacao e latte di cocco frullati, più un paio di fragoline di bosco dal mio giardino (squisita!). Tè misto verde e nero, il tutto consumato sotto l’ombrellone. Nel pomeriggio ho piluccato dal barattolo della frutta secca e uvetta, e per merenda ho mangiato uno yogurt alla fragola. A cena avevo una gran fame, quindi insalatona di perini sbucciati, romana e belga, avocado, germogli misti, carote e vinaigrette di tahin, olio, limone e paprika, poi gnocchi al pesto (avanzati per metà) e budino al cacao fatto da me, che avevo nostalgia della mousse di pranzo. Tarda serata, scrivendo qui, latte di mandorla molto freddo.

Non so che ne diranno i dietisti, i vegetariani, i vegani, i macrobotici, i crudisti, la mia mamma (che saluto) e gli esperti di ogni genere: per me è puro godimento, e ancora non ho smesso di raccogliere consapevolezza da questo immenso senso di libertà che provo, da quando ho smesso di imporre al mio corpo punti di vista altrui spacciati per miei. (Forse qualcuno avrà notato l’assenza della carne: ho scoperto che mi va di mangiarne ben poca, solo ogni tanto, molto, molto meno di quanta ne mangiavo dieci anni fa. E’ dall’aver rimosso il tabù che mi arriva la leggerezza. E, per chi se lo chiedesse, non sono mai stata così in forma.)
Sibilla Iacopini

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