Esiste un fascicolo secretato sul caso di Emanuela Orlandi: dentro tre telegrammi tra Governo e Vaticano

Tre telegrammi tra Vaticano e governo italiano ancora segreti. La scomparsa di Emanuela Orlandi diventa un caso di Stato, da quasi subito. E da subito fu collocato dalle istituzioni tra i faldoni riservati. Nel giugno 1983 presidente del consiglio era Amintore Fanfani, 75 anni, giunto al suo sesto governo, è in procinto di lasciare Palazzo Chigi al socialista Bettino Craxi.
Fanfani custodiva una cartellina di una ventina di fogli intitolata “Questione scomparsa Orlandi”, rimasta non consultata fino a poco tempo fa e ancora oggi inaccessibile, nonostante la regolare richiesta presentata da chi scrive. La cartellina custodita gelosamente da Fanfani è ora nell’archivio del Senato. È composta da una minima rassegna stampa, tre lettere del turco Mehmet Alì Agcà al Papa e una al cardinale Agostino Casaroli, tre telegrammi istituzionali tra Stato italiano e Santa Sede. Questi ultimi fogli evidentemente significativi e in quanto tali coperti per anni dal segreto di Stato.
Le lettera di Ali Agcà al Cardinale Casaroli
Oltre alle lettere a Giovanni Paolo II in cui Agcà, condannato all'ergastolo per l'attentato in piazza San Pietro, implora e incute perdono, alternando come suo solito minaccia e pietismo, quella davvero significativa ed inedita è indirizzata al segretario di Stato Casaroli il 23 settembre del 1982, sedici mesi dopo gli spari che hanno gravemente ferito il papa.
Nella lettera Agcà sembra esplicitare il nodo in cui è coinvolto: il suo status di un detenuto dello Stato italiano, ma per responsabilità vaticane: «Non sono prigioniero dello Stato italiano. Sono prigioniero della Santa Sede (Vaticano) che è prigioniera di Gesù Cristo che perdonò i suoi assassini senza che si pentissero…. se accade qualcosa qui in prigione, io dichiaro che l'unico responsabile sarebbe la Santa Sede Vaticana. Io sono un prigioniero di Dio, come il banchiere di Dio» (Assr Amintore Fanfani, 1.1.7.4.33).
Agcà in due righe traccia lo schema che avrebbe potuto spiegare in seguito anche le chiamate in causa da parte dei rapitori durante il sequestro Orlandi: tutto originava nelle responsabilità dello Ior. Cosa che allora non era affatto un’ipotesi contemplata dai media. Non si comprende del resto per quale motivo la lettera debba essere nel fascicolo Orlandi. Molto significativo perciò che Fanfani tenne la sua missiva ben custodita.
Tre telegrammi ancora segreti
Ma il vero clou della cartellina, sono i tre telegrammi del 21 luglio 1983 inviato dalla Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede (n. 62656) al Ministero; il telegramma del 23 luglio 1983 (n. prot. sede 69, n. prot. generale 24604) inviato dal Ministero all'ambasciata italiana presso la Santa Sede; il telegramma del 26 luglio 1983 inviato dalla Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede (n. 64064) al Ministero.
Sono ancora oggi non leggibili benché sia scaduto da anni il vincolo di segretezza e nonostante sia stata fatta istanza di lettura da mesi da parte di chi scrive, lo Stato si riserva ancora di divulgarne il contenuto. Il testo dei telegrammi è ancora sconosciuto, ma il succedersi quasi frenetico delle comunicazioni, negli ultimi giorni del governo in cui Fanfani ha assunto anche l'incarico di ministro degli Interni ad interim, sono palesemente il segnale di un coordinamento istituzionale riguardo al caso Orlandi. Cadono in un momento molto preciso e hanno conseguenze determinate.
Le conseguenze dei telegrammi
Pur non conoscendo il contenuto dei telegrammi, vale la pena chiedersi se nella cronologia degli eventi possiamo rintracciare delle conseguenze di questi.
Al Tg1 delle 13.30 del 22 luglio, viene divulgata la nomina di un nuovo rappresentante della famiglia Orlandi, dopo lo zio Pietro Meneguzzi. Si tratta dell'avvocato Gennaro Egidio, uomo dello Stato. Secondo la famiglia, sarebbe intervenuto su consiglio del capo dell'ufficiale Sisde Gianfranco Gramendola, che lo descrive come un avvocato conosciuto in Vaticano e stimato dagli inquirenti. Il maggiore dei carabinieri, davanti alla giudice Adele Rando, negherà in seguito questa circostanza.
Perché fu chiamato un avvocato, senza compenso, a gestire la comunicazione del rapimento di una ragazza, in cui tra l'altro non era ancora comparsa alcuna richiesta economica palese alla famiglia e mai comparirà? All’epoca gli Orlandi si fidarono completamente di entrambi i lati in causa, il Vaticano e lo Stato Italiano. Non sanno che le due istituzioni sono a loro volta molto probabilmente in trattativa tra di loro.
Ma cosa era successo nel frattempo tanto da provocare queste pesanti discese in campo? Tra il 14 e il 17 luglio 1983, subito prima dei telegrammi Italia-Vaticano, i rapitori avevano tentato più volte, alla fine riuscendoci, di rendere pubblico il nastro cosiddetto “delle sevizie”, la prova regina non che Emanuela fosse in vita, ma che qualcuno ne avesse abusato ferocemente. Tra le voci maschili tagliate nel nastro forse c’è anche il bersaglio di tutta la storia in cui Emanuela era stata coinvolta.
Il Sismi disse ai genitori che era solo un film porno tagliato appositamente. Ma i coevi documenti riservati stilati dal servizio raccontavano tutt’altro: “L'impressione che deriva dal confronto della voce femminile registrata sui nastri sinora esaminati, con particolare riferimento a quella relativa alla presunta “intervista” della ORLANDI, è che si tratti della medesima persona, in considerazione della somiglianza del timbro e della tonalità della voce, anche se l'intensa emotività presente nella voce registrata nell'ultimo nastro unitamente allospecifico contesto, rende più difficile il contesto stesso. Si sottolinea peraltro, che tali valutazioni si basano esclusivamente sui lamenti e sulle frasi chiaramente intellegibili pronunciate dalla donna in questione. Esse sembrano denunciare un'autentica e intensa sofferenza estremanente credibile nella sua espressione” (foglio sisde nr. 2/z 5908/ Prot. Del 18.7.1983). Altro che audio di un film montato ad arte, secondo i servizi era l'audio di una vera tortura. E la vittima era proprio Emanuela Orlandi.
Chi è l’avvocato Gennaro Egidio
L'avvocato Gennaro Egidio non è un avvocato qualsiasi. È un mediatore legale d'affari che ha lavorato per uno studio internazionale a Londra, il suo studio personale ha sedi a Francoforte e New York oltre che Roma. È un esperto di questioni finanziarie e diritto internazionale. Ha gestito entrambi i lati: quello istituzionale e quello privato. È stato console due volte dall’inizio degli anni Settanta, nell'Oman e a Panama. Il suo nome torna in numerose vicende degli anni in questione ancora costellate di misteri: si muove attorno all’ambiente del banchiere Calvi e dello IOR, di cui era stato consulente alla Milton Court di Londra sul caso Ambrosiano. E durante il secondo processo Calvi davanti alla corte inglese, affiancato dal consigliere della Regina, aveva assistito Ugo Flavoni, il primo destinatario della cruciale e segretissima borsa di Calvi a Londra da parte di Flavio Carboni.
Nel curriculum di Egidio compare anche che si era occupato anche del caso della scomparsa di Jeanette May Rotschild e della sua governante e amica Gabriella Guerin nel 1980-82. Si sospettò che la donna trafficasse gioielli di famiglia, o meglio ex-famiglia, dal momento che si era separata. In ogni caso un altro delitto collocato al centro della palude tra l’Ambrosiano, i Rotschild e i capitali di Cosa Nostra allo Ior.
Dopo i telegrammi il caso è assegnato a Domenico Sica
Un’altra possibile conseguenza che si può rintracciare del colloquio tra lo Stato italiano e il Vaticano forse sarà anche l’assegnazione – la sua collega era in vacanza – del lato giudiziario a Domenico Sica, magistrato molto “politico”, grande coordinatore della procura di Roma al tempo in cui era comunemente definita il “porto delle nebbie”. Anche di questo si parlava in quei telegrammi?