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Qui dove ammalarsi è una colpa: se non te lo puoi permettere, meglio se ti ammazzi

Il secondo caso di suicidio-omicidio di due anziani dalle parti di Torino ci indica l’allarme: gli anziani sono diventati le periferie della nostra società. E anche ammalarsi è qualcosa che ti devi poter permettere.
A cura di Giulio Cavalli
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Quegli altri erano stati trovati seduti sulle poltrone, uno accanto all'altra, seduti come si siedono quelli che si arrendono con uno sbuffo. Lei era malata di Alzheimer, non lo riconosceva più ormai. Oggi, sempre dalle parti di Torino è la volta, di Ezio, settantasette anni e la notizia di un tumore che non l'avrebbe portato troppo lontano: ha chiesto scusa a tutti, ha avvisato le forze dell'ordine e poi si è tolto la vita, insieme alla madre ultracentenaria. Una resa, anche questa.

In Italia ammalarsi è un colpa grave da morire. Intorno si sono sfilacciati i servizi di cura e di assistenza talmente tanto che alla fine un compagno, un figlio oppure come in un'Eneide invertita addirittura un anziano genitore, sono il sostentamento indispensabile per immaginare un futuro. Così succede che se sopraggiunge una fragilità qualsiasi (sia malattia, sconfitta sul lavoro o ferocemente anche solo la vecchiaia) alla fine la sensazione è quella di essere nel gorgo insieme alle persone vicine, responsabili di una sconfitta che diventa immediatamente collettiva è quindi punge come una colpa. Che povero Paese è quello dove la malattia è qualcosa che ti devi poter permettere, qui dove l'attenzione per la persona improduttiva e addolorata è un'elemosina di qualche ora alla settimana, solo se hai la fortuna di avere tutte le carte a posto. Quando siamo abbastanza vecchi per poter poter insegnare qui invece cominciamo a essere dimenticati e a dimenticare.

Dietro al caso di cronaca nera in questo caso c'è la storia di una speranza che si consuma senza nessuna possibilità di ristoro. Questo è un Paese maledettamente schiacciato sul presente – l'io, qui, ora – in cui troppo spesso il futuro è un faticoso fardello da attraversare: i famigliari sono l'unico welfare su cui fare conto fino a diventare giogo. "Che per gli ultimi quindici o vent'anni della sua vita un uomo non sia più che uno scarto è una cosa che denuncia il fallimento della nostra civiltà, e questo fatto ci prenderebbe alla gola se considerassimo i vecchi come uomini, con una vita d'uomini dietro di loro, e non come cadaveri ambulanti", scriveva Simone de Beauvoir nel 1970 in una frase che oggi risuona attualissima. Gli anziani sono diventate le periferie della società: rinchiusi, isolati, accontentati dei servizi minimi per un sopravvivente trascinamento, reietti da un sistema sanitario che interpreta la vecchiaia come una cronicità che non ha da essere troppo dispendiosa. E così insieme a loro si sgretola la gratitudine, la memoria, la solidarietà e ogni tanto si sbriciola anche qualcuno di loro.

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Autore, attore, scrittore, politicamente attivo. Racconto storie, sul palcoscenico, su carte e su schermo e cerco di tenere allenato il muscolo della curiosità. Collaboro dal 2013 con Fanpage.it, curando le rubriche "Le uova nel paniere" e "L'eroe del giorno" e realizzando il format video "RadioMafiopoli". Quando alcuni mafiosi mi hanno dato dello “scassaminchia” ho deciso di aggiungerlo alle referenze.
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