Suicidio assistito, Tribunale di Trieste dice no a Martina Oppelli malata di sclerosi multipla da vent’anni

Il Tribunale di Trieste ha rigettato ieri la richiesta di Martina Oppelli, malata di sclerosi multipla da oltre 20 anni, di ordinare all'azienda sanitaria Asugi di applicare la sentenza della Corte costituzionale e di riconoscere il suo diritto al fine vita. A renderlo noto è l'Associazione Luca Coscioni che ha seguito il caso. La decisione è stata presa dai giudici a seguito di una valutazione effettuata da un team di medici, secondo i quali la donna "non dipende da trattamenti di sostegno vitale quindi non ha diritto ad accedere al ‘suicidio assistito' in Italia".
La sentenza richiamata dall'Associazione Luca Coscioni è la sentenza 135 della Corte Costituzionale dello scorso luglio, in cui viene chiarito che il concetto di trattamento di sostegno vitale deve comprendere anche l’assistenza di caregivers e non deve essere limitato a supporti meccanici o farmacologici. Il Tribunale di Trieste – ricorda l'Associazione – aveva ordinato all'Asugi, entro 30 giorni, di procedere a una nuova valutazione delle condizioni della donna 42enne. Nonostante il peggioramento della suo stato di salute e pur avendo riconosciuto la necessità di trattamenti vitali come l'uso della macchina della tosse, l'assistenza per le funzioni biologiche quotidiane e la terapia farmacologica, nella sua relazione l'azienda sanitaria ha concluso che questi elementi non rappresentano un "trattamento di sostegno vitale". Di conseguenza, Martina Oppelli non ha diritto di accedere alla suicidio assistito, così come riconosciuto dal dettato costituzionale.
Quello del Tribunale triestino è l'ennesimo no incassato dalla donna, che già la scorsa estate si era vista respingere la richiesta da parte dell'azienda sanitaria. Dopo il peggioramento delle sue condizioni, il Tribunale aveva richiesto una rivalutazione del caso, ma l'Asugi ha confermato il rifiuto. "Come faccio io, totalmente immobile, a bere, a mangiare, ad assumere farmaci nelle 24 ore, poiché necessito di antiepilettici anche la notte? Chi mi schiaccia la pancia fino a frullarla per riuscire ad espletare i bisogni fisiologici? Chi mi lava? Chi mi cambia i presidi per l'incontinenza? Chi si spezza la schiena per riuscire a piegarmi anche solo una gamba o per mettermi a letto o a sistemarmi sulla carrozzina? Chi mi accende il computer per poter accendere i comandi vocali indispensabili per lavorare? Evidentemente io sono qui ‘a pettinare le bambole', citando Bersani", ha commentato la donna.
"Non sono una giurista ma trovo offensiva sia nei miei confronti che in quegli degli Enti pubblici che mi erogano i sussidi necessari e indispensabili per coprire le spese assistenziali, la parte in cui (nella decisione di Trieste ndr) si asserisce che l’assistenza è finalizzata alla mera cura della persona", ha proseguito in una nota diffusa dall'Associazione Coscioni. "Avendo una invalidità certificata del 100 per cento con gravità riconosciuta ai sensi della legge 104, mi chiedo dunque se le commissioni esaminatrici non si siano sbagliate".
Per la legale Filomena Gallo, "il difensore di Asugi, in udienza lo scorso gennaio, ha evidenziato che la sentenza 135/2024 della Consulta, essendo di rigetto, non è vincolante per i medici che hanno eseguito le nuove verifiche della condizione di Martina. È per questo che martedì scorso all'udienza in Corte costituzionale sul caso di Elena e Romano, abbiamo chiesto anche di ribadire l'interpretazione del concetto di trattamento di sostegno vitale ai fini dell' accesso al suicidio assistito con una sentenza di accoglimento, che possa vincolare aziende sanitarie e tribunali al suo rispetto e nel caso al rispetto della scelta di Martina", ha aggiunto l'avvocata.