Riforma dei medici di famiglia: cosa sappiamo fino ad ora e quando partirà
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La riforma dei medici di famiglia non piace alla categoria, ma il ministro Schillaci va avanti. Questo in sintesi il contenuto del question time di oggi, durante il quale il ministro della Salute ha risposto a un'interrogazione parlamentare di Noi Moderati proprio sulla bozza del provvedimento, che dovrebbe portare a una modifica sostanziale della cornice contrattuale all'interno della quale lavorano i medici di base: non più liberi professionisti convenzionati con il Sistema sanitario nazionale, ma inquadrati come dipendenti del Ssn.
Le novità della riforma dei medici di base: cosa sappiamo fino ad ora
Si tratta di una riforma epocale, che dovrebbe lasciare ai medici già in servizio la possibilità di scegliere se esercitare nel proprio studio o anche presso le Asl territoriali. La necessità di cambiare nasce dall'esigenza di predisporre il personale medico che serve a far partire le Case di comunità, dove i medici dovrebbero essere a disposizione 7 giorni su 7, dalle ore 8 alle ore 20, a rotazione. Proprio qualche giorno fa il ministro ha indicato una precisa tabella di marcia, dettata dal Pnrr: "Entro il 2026 saranno pronte le nuove strutture territoriali necessarie per il rafforzamento dell’assistenza sul territorio che proprio durante la pandemia ha mostrato il lato vulnerabile del servizio sanitario. Sono stati aperti cantieri già per il 70% delle strutture".
"Ma perché queste strutture siano pienamente funzionanti c’è bisogno di personale", ha spiegato. Il Pnrr infatti ha stanziato 2 miliardi di euro per potenziare la prevenzione sanitaria in Italia, attraverso l’apertura di ben 1.420 Case di Comunità entro il 2026. Ma al 30 giugno 2024, ne ne risultavano attivate solo 413, concentrate in poche Regioni, come Lombardia ed Emilia-Romagna, mentre in dieci regioni, tra cui Lazio e Puglia, non ce ne sarebbe neanche una operativa, secondo i dati diffusi dall'Osservatorio sul Recovery Plan (progetto per il monitoraggio del Pnrr promosso dal Dipartimento di Economia e Finanza dell’Università di Roma Tor Vergata e da Promo PA Fondazione).
Al momento il medici di famiglia è legato al Ssn da un accordo di convenzione come libero professionista para-subordinato, percepisce uno stipendio in base al numero di pazienti, a cui deve dedicare un minimo che varia tra le 5 e le 15 ore a settimana, a seconda del numero di pazienti Con la riforma invece le ore di lavoro settimanali per i medici di famiglia diventerebbero 38.
Secondo la bozza visionata all'inizio di febbraio dal Corriere, che non sarebbero però ancora definitiva, le ore dovrebbero seguire questo schema:
- fino a 400 assistiti: 38 ore da rendere nel distretto o sue articolazioni, delle quali 6 ore da dedicare agli assistiti e le restanti per le esigenze della programmazione territoriale;
- da 401 a 1.000 assistiti: 12 ore da dedicare agli assistiti e le restanti per le esigenze della programmazione territoriale;
- da 1001 a 1.200 assistiti: 18 ore da dedicare agli assistiti e le restanti per le esigenze della programmazione territoriale;
- da 1.201 a 1.500 assistiti: 21 ore da dedicare agli assistiti e le restanti per le esigenze della programmazione territoriale;
- oltre a 1.500 assistiti: 24 ore da dedicare agli assistiti e le restanti per le esigenze della programmazione territoriale.
L'introduzione delle scuole di Specializzazione per i medici di famiglia
Il problema, come ha sottolineato Schillaci oggi, è che i medici di famiglia, che sono attualmente 30-35 mila con una quota di assistiti variabile che può arrivare a 1.500 persone, non bastano.
"I medici di famiglia sono il vero cuore pulsante della medicina di prossimità. Dal 2017 al 2023 si è registrata una diminuzione del 13% dei medici di Medicina generale e il numero dei massimalisti è aumentato del 42%; segnale di un sistema sotto pressione. Mentre il corso per la formazione in Medicina generale non sta rispondendo alle sfide del presente", ha dichiarato Schillaci in Aula. "Ne è prova tangibile la questione vocazionale: molti giovani medici pensano che la Medicina generale rappresenta oggi una seconda scelta rispetto alle Scuole di Specializzazione, considerate più prestigiose e remunerative". Basti pensare che un medico in formazione per la Medicina generale, ha ricordato il ministro, riceve una borsa di studio di soli 11.603 euro annui, contro i 25.000-26.000 euro degli specializzandi. Dunque, ha affermato, "è tempo di trasformare la Medicina generale in una vocazione d'eccellenza, equiparandola alle altre specializzazioni non solo nel percorso formativo, ma anche nel riconoscimento professionale, economico e con nuovi parametri di efficienza".
A questo proposito Schillaci ha ricordato che è stato aperto un tavolo di lavoro dedicato, che ha elaborato un Documento condiviso anche dal Gruppo per l'accesso sostenibile alle professioni sanitarie.
Ora, ha detto, "bisogna superare il corso di formazione in Medicina generale e trasformarlo in una scuola di specializzazione". Sul sul fronte contrattuale per il momento non si è sbilanciato, limitandosi a dire che "i contratti seguiranno un processo che metterà al centro la qualità dell'assistenza e la dignità della professione".