Perché con il nuovo regolamento Ue i migranti potrebbero essere deportati in qualsiasi paese senza alcuna tutela

La Commissione europea ha presentato una riforma della Direttiva del 2008 sui rimpatri, introducendo misure più restrittive per il ritorno dei migranti irregolari nei paesi di origine o in paesi terzi. Il nuovo regolamento, che dovrà essere approvato dal Parlamento e dal Consiglio, è sostenuto dai partiti conservatori ma ha suscitato critiche da parte delle forze progressiste e di diverse organizzazioni per i diritti umani. Tra le novità più rilevanti vi è il riconoscimento reciproco tra gli Stati membri delle decisioni sui rimpatri, la possibilità di trasferire i migranti in centri di detenzione in paesi terzi, i cosiddetti return hubs, e un inasprimento delle norme sulla detenzione amministrativa, con un possibile prolungamento fino a 24 mesi in caso di espulsione forzata. Questa riforma si inserisce nel quadro più ampio del Patto europeo su migrazione e asilo, con l'obiettivo dichiarato di rendere più efficienti i rimpatri e ridurre gli arrivi irregolari. Le nuove misure sollevano tuttavia forti preoccupazioni sul rispetto dei diritti fondamentali e sul principio di non-refoulement.
Per approfondire le implicazioni di questa riforma, Fanpage.it ha intervistato Eleonora Celoria, avvocata dell'Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi) ed esperta di diritto dell'UE.
Il nuovo regolamento sui rimpatri è legato alla riforma del sistema d'asilo prevista dal Patto europeo su migrazione e asilo. Qual è il contesto in cui si inserisce?
Il regolamento sui rimpatri arriva in un momento in cui l'intero sistema d'asilo è stato riformato con il Patto europeo, modificando molte norme che riguardano i migranti e i richiedenti asilo. La Direttiva Rimpatri del 2008 è rimasta tuttavia invariata per anni, nonostante fosse già stata oggetto di interventi della Corte di Giustizia dell'UE, che ne aveva mitigato l'impostazione restrittiva con importanti principi di garanzia. Ora, con il nuovo quadro normativo, sembra esserci la volontà di allineare gli strumenti, riducendo così le tutele.
Quindi, il presupposto alla base di questa riforma è che molti richiedenti asilo non ne abbiano diritto?
Sì, l'idea di fondo è che la maggior parte dei richiedenti asilo siano in realtà persone che abusano del sistema di asilo, senza avere un reale diritto alla protezione. Il nuovo regolamento sui rimpatri è il tassello finale di questa riforma, che punta a rendere più semplice l'allontanamento di chi viene considerato un "finto richiedente asilo".
Quali sono le principali novità introdotte dal Patto europeo in materia di rimpatri?
La novità più rilevante è che ora sarà possibile effettuare rimpatri non solo verso il paese di origine, ma anche verso altri Stati. La Direttiva Rimpatri del 2008 non specificava i paesi di destinazione, lasciando implicito che il rimpatrio dovesse avvenire verso il paese d’origine. Con il nuovo regolamento, invece, si apre la possibilità di rimpatriare le persone verso paesi in cui hanno vissuto per un periodo X, come quelli di transito, oppure verso paesi terzi con cui l'UE ha accordi. Sarà quindi possibile rimpatriare un migrante in un paese terzo considerato "sicuro" o di "primo asilo", a patto che sia passato da lì o vi abbia appunto soggiornato. Se, ad esempio, una persona ha fatto richiesta di asilo in Italia ma ha attraversato un paese terzo sicuro prima di arrivarci, potrà essere rimpatriata in quel paese.
E se il migrante non ha alcun legame con il paese terzo in cui viene rimpatriato?
Il regolamento prevede che un paese possa accogliere migranti anche senza che questi abbiano alcun legame con esso, purché esista un accordo con uno Stato europeo. Si tratta di una novità assoluta nel diritto internazionale: un paese accetta di ricevere persone migranti che non hanno alcuna connessione con il suo territorio e poi si occupa di rimpatriarle verso il loro paese di origine. Questo meccanismo ricorda l'accordo tra Regno Unito e Ruanda, ma non era mai stato adottato dai paesi dell'UE prima d'ora.
Per quanto riguarda i minori?
I minori possono essere rimpatriati, in generale (a differenza dell'Italia, dove i minori stranieri non accompagnati non possono essere mai rimpatriati). Il regolamento esclude però che possano essere rimpatriati verso uno stato "quarto", cioè un paese con cui non hanno contatti.
Non solo, il regolamento consente anche la detenzione dei minori, altra pratica che attualmente in Italia è vietata.
Per quanto tempo potranno essere trattenute le persone migranti nei return hubs?
Il periodo massimo di trattenimento sarà esteso fino a 24 mesi. Attualmente, con la Direttiva Rimpatri, il limite è di 18 mesi, una soglia che il governo Meloni aveva già adottato due anni fa. Prima del 2020, invece, il termine massimo era di 90 giorni. L'aumento del periodo di detenzione dipenderà dalla possibilità effettiva di eseguire il rimpatrio.
Il principio di non-refoulement, cioè di non respingimento, rischia di essere così compromesso?
Sì, il rischio è molto alto. Il rimpatrio verso paesi terzi solleva gravi questioni sulla tutela dei diritti fondamentali e sul rispetto del principio di non-refoulement, che vieta di trasferire persone in Stati dove potrebbero subire persecuzioni o trattamenti degradanti. È difficile garantire che il paese di destinazione assicuri pienamente il rispetto dei diritti umani. In questo senso, la responsabilità ricade poi sul paese europeo che dispone il rimpatrio, come Italia, Francia o Germania.
La Direttiva del 2008 stabiliva che la detenzione dovesse essere finalizzata esclusivamente al rimpatrio. Questo principio viene modificato con il Patto europeo?
Sì, il nuovo regolamento amplia i presupposti per la detenzione. Prima, si poteva trattenere una persona solo per rendere effettivamente possibile il rimpatrio, ad esempio per identificare la persona o per ottenere i documenti di viaggio. Ora, invece, viene introdotta una nuova categoria di soggetti detenibili, ovvero, per esempio, quelli considerati pericolosi, senza che sia esplicitamente richiesto che siano rimpatriabili. Questo potrebbe portare a un uso più esteso della detenzione come strumento di controllo, non solo per migranti con gravi precedenti, ma anche per persone con semplici segnalazioni di polizia o intercettate in contesti di marginalità.
La Direttiva prevedeva anche che gli Stati dovessero valutare misure alternative alla detenzione.
Il principio per cui la detenzione deve essere una misura di ultima istanza viene fortemente ridimensionato. Prima, se una persona aveva un indirizzo e poteva essere soggetta, per esempio, a obblighi di dimora o controlli periodici, la detenzione non era giustificata. Ora questa garanzia viene meno, e la decisione su chi trattenere sarà affidata direttamente alle autorità di polizia.
Dunque, anche l'Albania potrebbe diventare un return hubs?
No, è importante chiarirlo. L'accordo tra Italia e Albania non rientra nel meccanismo previsto dal nuovo regolamento. L'Italia mantiene la giurisdizione sui centri di trattenimento in Albania, che restano sotto il suo controllo. Quindi, l'Albania non diventa un paese terzo di rimpatrio.
Inoltre, se l'obiettivo fosse accelerare i rimpatri, trasferire migranti in Albania non avrebbe senso, perché i rimpatri da lì non vengono effettuati. Non esiste poi alcuna base giuridica che permetta di usare l'Albania come hub per il rimpatrio verso altri paesi.