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Ora la discesa in campo di Monti fa davvero paura

Quali margini di manovra avrebbe un’eventuale Lista Monti alle prossime elezioni politiche? E il Professore ha davvero chance di vincere la competizione elettorale? Ma soprattutto, chi “rischia” davvero nel caso di una sua discesa in campo?
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I tentennamenti del Professore, il nervosismo di Napolitano, la preoccupazione di Bersani, la ricerca di un'alternativa di Casini e l'ostinazione di Berlusconi: è dall'insieme di questi "stati d'animo" che si prepara a nascere quello che dovrebbe / potrebbe essere il vero fattore delle imminenti elezioni politiche. Perché una Lista Monti non poteva che nascere in mezzo alla tempesta ed alla confusione generale, tra la frenesia degli ultimi giorni di Governo tecnico e l'incertezza dovuta alla non conoscenza degli attori protagonisti nella prossima consultazione elettorale. Già, perché questo è un dato estremamente significativo su cui riflettere: a due mesi dalle elezioni soltanto l'asse PD – SEL ha indicato il leader della coalizione. E se non di anomalia vera e propria, si tratta quantomeno di un indicatore dell'enorme incertezza con cui gli italiani si preparano a scegliere il successore di Monti. E proprio il professore potrebbe far saltare il banco, rompendo gli indugi ed accettando di scendere in campo in prima persona, come da mesi gli chiedono di fare i centristi ed i "vertici" delle istituzioni europee. Una discesa in campo (tanto acclamata quanto vanamente attesa) che negli ultimi giorni sembra assumere il carattere della necessarietà, per una serie di ragioni strettamente legate fra loro.

Tutto parte ancora una volta dall'ostinazione di Silvio Berlusconi e dal suo ennesimo ritorno in campo che, al di là delle sue dichiarazioni (più o meno coerenti), ha sostanzialmente fatto naufragare l'ipotesi di costruire intorno a Monti un ampio fronte dei moderati che comprendesse Fini, Casini, Alfano e finanche Gasparri e La Russa. E, come scrive de Feo sul Giornale, il disperato tentativo dei montiani del PDL di "forzare la mano e trascinare il partito sulla sponda del Professore non è riuscito". Un fallimento dovuto evidentemente ad una constatazione di fondo: il partito è saldamente nelle mani di Silvio Berlusconi, malgrado le fronde interne ed i malumori (anche dalla sponda anti – montiana). Ed è sempre Berlusconi a dettare la linea. In questa chiave acquista anche un senso diverso lo strappo sul decreto Sviluppo, che ora appare davvero una manovra di senso, volta a scavare un solco tra il partito di via dell'Umiltà ed il Professore, affossando una operazione politica che sembrava poter andare in porto. Dunque, ognuno per la sua strada, ma con qualche novità più o meno inattesa. Si tratta ovviamente della conferma che i Popolari Europei ormai considerano Monti il "vero" leader dell'area centrista in Italia: un riconoscimento, ma anche una responsabilità per il Professore, il quale difficilmente potrà sottrarsi all'ennesimo richiamo alle armi.

A capirlo per primo ancora una volta il Presidente Napolitano, che non a caso ha dapprima provato a verificare eventuali convergenze fra le scelte del capo del Governo e quelle del segretario democratico Bersani (con l'ipotesi più o meno esplicita di un ticket), per poi ricordare indirettamente che la fase transitoria è finita e che il prossimo esecutivo dovrà necessariamente trovare legittimazione nel voto popolare. Come a dire, per citare Tito su Repubblica: "Le urne dovranno indicare una maggioranza politica ed un premier politico. E se il professore vorrà davvero sottoporsi al giudizio degli elettori, allora deve sapere che la regola non cambia. Contarsi in democrazia significa anche correre il rischio di non vincere".

Insomma, Monti è "tecnicamente" di fronte ad un bivio: o scioglie la riserva e accetta l'invito di Casini e Montezemolo, che hanno legami strettissimi e hanno già impostato le basi di un accordo con uomini di peso dell'attuale esecutivo, o si "rassegna" ad un ruolo istituzionale nella prossima legislatura (ma tenendosi fuori dalla contesa e sostanzialmente lasciando campo libero a Bersani). Se scende in campo può richiamare a se parte dei delusi del centrodestra ed intercettare anche il voto dei moderati del PD (e i sondaggi lo danno tra il 15 ed il 20 percento). Ma a rischio di una vera e propria guerra proprio con i democratici, che gli hanno fatto capire esplicitamente di considerare "non necessaria" la sua diretta presenza nella campagna elettorale. E, per giunta, l'esito potrebbe essere estremamente incerto e dalla ulteriore frammentazione del quadro politico potrebbero arrivare "sorprese sgradite".

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A Fanpage.it fin dagli inizi, sono condirettore e caporedattore dell'area politica. Attualmente nella redazione napoletana del giornale. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica e comunicazione. Senza pregiudizi.
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