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Migranti: a bordo della Humanity 1 ci sono 40 minori costretti a sbarcare a Genova, con il mare mosso

Mercoledì notte la Humanity 1, la nave umanitaria della Ong tedesca Sos Humanity, ha soccorso 88 persone a largo della Libia: il racconto di Lidia Ginestra Giuffrida a bordo della nave.
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foto di Lidia Ginestra Giuffrida
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Ha gli occhi spalancati fissi su di me, non emette un gemito, non un pianto, non un gesto che segnali che questo corpicino avvolto in un salvagente giallo sgonfio che mi hanno messo tra le braccia, è un neonato.

Essere sul gommone di una nave umanitaria significa prima di tutto non ingombrare spazio, non disturbare, stare in un angolo a guardare quello che accade, ricordarlo e riportarlo come se non si fosse mai stati lì.

Capita però, alcune volte, che invece devi essere presente, posare la macchina fotografica e aiutare. Essere parte attiva di quello che racconterai.

Così è stato mercoledì notte, quando il gommone della Humanity 1, la nave di ricerca e soccorso della Ong tedesca Sos Humanity, è arrivato al fianco del barchino in ferro che, da lunedì scorso, era alla deriva con 40 persone a bordo. “Take the baby, take the baby” – urla la madre di M. prima di lanciarlo tra le braccia dei soccorritori, e loro tra le mie.

È il primo ad essere messo in salvo, dopo di lui altri quattro neonati, poi le madri ed alcune ragazze, e solo dopo gli uomini. Erano partiti da Sfax, in Tunisia, tre giorni prima con onde alte fino a 2,5 metri e venti a 24 nodi. Solo dopo scopriremo che quelle onde hanno inghiottito uno degli uomini che era a bordo. Uno di noi – ci dicono – non ce l'ha fatta.

Quando siamo arrivati le persone hanno iniziato ad urlare, appesi a due corde che tenevano le lame di ferro all'interno delle quali erano ammassati, agganciati ad una nave cargo. “La Gremio, nave cargo battente bandiera di Panama, era più vicina al barchino in difficoltà quando è stata lanciata la richiesta di soccorso – spiega Rocco Aiello, 54 anni, SAR Coordinator dell'equipaggio della Humanity 1, “si è avvicinata per prestare soccorso, come prevede la legge, ma non avendo capacità per portarli a bordo hanno messo le persone in sicurezza nell'attesa che arrivassimo noi. La linea di galleggiamento del barchino in ferro era molto bassa, poteva ribaltarsi in qualsiasi momento. Le barche di ferro non sono fatte per navigare".

Adesso tutte le 40 persone sono a bordo della Humanity 1 insieme ad altre 48 persone soccorse poco prima di loro, per un totale di 88 esseri umani, di cui quasi la metà minori.

Foto di Lidia Ginestra Giuffrida
Foto di Lidia Ginestra Giuffrida

“Andando verso il caso del barchino in ferro abbiamo avvistato un’altra barca in difficoltà – continua Rocco – grazie ad una nostra operatrice che ha visto un barchino in legno durante la sua vedetta, così abbiamo messo i gommoni in mare. All'inizio si vedeva solo una barca blu in vetroresina, una classica barca come se ne vedono tante. Eravamo preparati a trovare poche persone, da lontano si vedevano solo alcune teste. Ma quando siamo arrivati abbiamo scoperto che il vano sentina era pieno di gente. Da quel barchino sono uscite 48 persone, tra cui una ventina di minori, molti da soli”.

La maggior parte di queste persone è ancora terrorizzata, dopo tre giorni in acqua tra la vita e la morte, in mezzo al mare in tempesta, ma soprattutto dopo anni di viaggio, violenze ed abusi. Il primo giorno a bordo passa lentamente tra onde ancora alte, mal di mare e il tentativo di far sentire a casa le persone soccorse. Il viaggio però è ancora lungo e per volontà del governo italiano tutti i sopravvissuti, compresi i circa 40 minori e i 5 neonati, dovranno sbarcare a Genova, costretti ad almeno altri quattro lunghi giorni di navigazione in mare.

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