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Mario Draghi è l’ennesimo uomo che vuole spiegare alle donne come raggiungere la parità di genere

“Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi”. Al momento, tuttavia, questa parità di condizioni semplicemente non esiste. E le quote rosa rappresentano una battaglia che molte donne hanno portato avanti proprio per combattere le discriminazioni di una cultura maschilista, paternalista e arcaica che da troppi anni le colpisce. Per cui sminuire la loro lotta affinché si introducano le quote rosa, definendola “farisaica”, non sembra la giusta via verso la parità.
A cura di Annalisa Girardi
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La parità di genere, così come indicato anche dalle linee guida dell'Europa, dovrà essere al centro dei Piani nazionale di rilancio dell'economia, per il superamento della crisi innescato dalla pandemia di coronavirus. E infatti è stata anche una delle priorità fondamentali indicate dal presidente del Consiglio Mario Draghi. Che però ha detto: "Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi". Al momento, tuttavia, questa parità di condizioni semplicemente non esiste. Lo dimostra il numero esiguo di donne impegnate in politica e quello ancora più piccolo di donne ai vertici, di cui si è parlato molto in questi giorni.

Draghi ha proseguito parlando di "un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro". Ma non è chiaro come il nuovo governo abbia intenzione di concretizzare questi obiettivi. Difficile però che la strada giusta verso la parità passi attraverso sminuire la battaglia di molte donne affinché si introducano le quote rosa, definendola "farisaica".

Svalutare la lotta delle donne non è la soluzione

Secondo Draghi "garantire parità di condizioni competitive significa anche assicurarsi che tutti abbiano eguale accesso alla formazione di quelle competenze chiave che sempre più permetteranno di fare carriera – digitali, tecnologiche e ambientali. Intendiamo quindi investire, economicamente ma soprattutto culturalmente, perché sempre più giovani donne scelgano di formarsi negli ambiti su cui intendiamo rilanciare il Paese". Questo è sicuramente un primo passo fondamentale e la ragione è semplice: il problema del divario di genere in Italia, infatti, è fondamentalmente di tipo culturale. Per cui senza una profonda azione sul sistema educativo che cresce le nuove generazioni e senza un intervento incisivo per scardinare i modelli alla base della nostra società, profondamente sessisti e arcaici, è difficile affrontare la questione femminile in Italia.

Ma svalutare la lotta di molte donne, che hanno rivendicato le quote rosa come uno strumento per tutelare la loro presenza a livelli in cui sistematicamente vengono scalzate dai colleghi maschi, è in parte riflesso proprio di quella cultura paternalistica e conservatrice riluttante a un vero cambio di paradigma. Un sistema che comunque Draghi riconosce e che mette a confronto con il resto d'Europa: "Il divario di genere nei tassi di occupazione in Italia rimane tra i più alti di Europa: circa 18 punti su una media europea di 10. Dal dopoguerra ad oggi, la situazione è notevolmente migliorata, ma questo incremento non è andato di pari passo con un altrettanto evidente miglioramento delle condizioni di carriera delle donne. L’Italia presenta oggi uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa, oltre una cronica scarsità di donne in posizioni manageriali di rilievo".

Perché le quote rosa sono necessarie

Ma proprio nel confronto con l'Europa le frasi di Draghi sulle quote rosa rischiano di smentirsi da sole. Perché queste, nei Paesi dove sono state introdotte, sono in effetti riuscite ad aumentare la presenza femminile, velocizzando il percorso di emancipazione delle donne in politica. Ad esempio la Francia, che è stato il primo Paese al mondo ad aver introdotto negli anni Novanta una legge che stabilisce un numero pari di candidati uomini e donne per alcuni tipi di elezioni, oggi si trova con una presenza femminile in Parlamento piuttosto elevata, circa al 40%. Anche la Spagna ha approvato una legge simile ancora nel 2007, che prevede che nessun sesso possa avere una rappresentanza più alta del 60% o viceversa sotto il 40%. E in effetti le donne nel Parlamento spagnolo sono il 44%.

Anche i Paesi scandinavi, pionieri nelle questioni di parità di genere e culturalmente molto meno affetti da stereotipi sui ruoli dell'uomo e della donna rispetto ai Paesi del Sud, hanno adottato un sistema di quote rosa, che però è legato alle singole volontà dei partiti. Ad ogni modo sembra funzionante, in quanto Norvegia e Svezia hanno alcuni dei più alti tassi di donne in Parlamento in Europa, rispettivamente al 41% e al 47%.

In Italia hanno funzionato per le società quotate in borsa

Anche in Italia, in realtà, un sistema per favorire la parità di genere è stato introdotto nel 2017 con la legge Rosato, che ha stabilito come alle elezioni nei collegi plurinominali l'elenco dei candidati di ciascuna lista debba rispettare un'alternanza di genere e nelle posizioni di capolista i candidati di ciascun genere devono essere compresi tra il 40% e il 60% del totale. E se da un lato va crescendo la presenza femminile in Parlamento, resta bassa quella al governo. Ai vertici le donne continuano ad essere lasciate indietro. I numeri parlano chiaro: la parità nelle stanze del potere e nei meccanismi decisionali è ancora lontana.

E allora un sistema più incisivo di quote rose è ancora necessario. D'altronde questo sembra funzionare nel nostro Paese per quanto riguarda le società quotate in borsa. Una legge del 2011, la Golfo-Mosca, stabilì che un terzo dei posti nei Consigli di amministrazione fosse riservato al sesso meno rappresentato. Le donne quindi, ovviamente. Ed è stata proprio questa legge ad aver spinto una più ampia partecipazione femminile nei Cda e ai vertici di importanti società. Si è passati dal 7% a circa il 36% nel 2019. E (anche se non dovrebbe essere necessario specificarlo) non è stato registrato nessun deterioramento della qualità delle decisioni prese a livello aziendale. Anzi, uno studio condotto alla City’s Business School di Londra ha dimostrato che spesso avveniva il contrario in quei Cda caratterizzati da una più elevata diversità di genere.

Raccomandare e incentivare, insomma, non è abbastanza. E come ha affermato la scrittrice Chiara Valerio, "la democrazia non è qualcosa di naturale: l'abbiamo inventata e dobbiamo in qualche modo garantirla". Per anni la presenza delle donne ai vertici economici e politici non è stata equilibrata, contando che rappresentano il 50% dell'intera popolazione di questo Paese. Forse le quote rosa potranno apparire una forzatura, in un primo momento, ma potrebbero aiutare molte donne ad occupare un incarico che finora è stato loro negato. E non certo perché non avessero le capacità per ricoprirlo, ma perché una società profondamente sessista e conservatrice tenderà sempre a mandare avanti un uomo. Le quote rosa, in altre parole, potrebbero bilanciare la rappresentanza delle donne in quelle posizioni in cui difficilmente sarebbero accettate altrimenti, proprio a causa di un contesto socio-culturale che per anni le ha discriminate e che continua a farlo.

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