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Mannocchi denuncia ritardi liste d’attesa nel Lazio: come funziona il Ssn Regione per Regione

Le lunghe liste d’attesa nel Servizio Sanitario Nazionale, denunciate dalla giornalista Francesca Mannocchi, mettono in luce una crisi sanitaria che riguarda tutta Italia. Nonostante gli interventi del governo, la carenza di personale e il sottofinanziamento continuano a rallentare le riforme, accentuando le disuguaglianze tra regioni e tra pubblico e privato.
A cura di Francesca Moriero
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Il tema delle lunghe liste d'attesa nel Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è tornato sotto i riflettori pubblici dopo la denuncia della giornalista Francesca Mannocchi. La reporter, affetta da sclerosi multipla, ha raccontato la sua esperienza di attesa per una risonanza magnetica necessaria per monitorare la sua malattia; dopo aver provato ripetutamente a prenotare tramite il sistema pubblico, ha scoperto che l'unica disponibilità era per luglio 2025, a Frosinone, a 90 chilometri dalla sua casa. Di fronte alla difficoltà di ottenere una risposta adeguata, Mannocchi ha deciso di rivolgersi al settore privato: nonostante la risonanza fosse coperta da esenzione, il costo per una visita privata era di 680 euro, con un appuntamento disponibile quasi subito. Come ha sottolineato, "perché ne ho bisogno, perché è urgente, perché ho la fortuna di potermelo permettere".

Il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, ha risposto alla denuncia di Mannocchi dichiarando che la questione delle liste d'attesa è una "priorità assoluta" per la sua amministrazione. Rocca ha sottolineato che la Regione ha raggiunto un livello di rispetto dei tempi di attesa prossimo al 96% e ha sottolineato che l'impegno è concentrato soprattutto su quel 4% di ritardi residui, poiché "in quel 4% ci sono storie, persone, sofferenze". La dichiarazione di Rocca, sebbene rassicurante, non nasconde però la realtà di una crisi diffusa che va ben oltre i confini regionali.

Il problema delle liste d'attesa: una crisi nazionale

Le difficoltà riscontrate da Mannocchi non sono un caso isolato, ma riflettono una problematica ben più ampia che affligge l'intero Sistema Sanitario Nazionale. Le lunghe attese per visite, esami diagnostici e interventi chirurgici sono un ostacolo crescente per molti cittadini italiani, in particolare per quelli che non possono permettersi di ricorrere al privato. Nel 2023, l'attesa media per una visita specialistica nel SSN ha superato i quattro mesi, mentre per esami diagnostici come risonanze magnetiche e TAC, i tempi sono arrivati fino a 12 mesi. In particolare, le malattie gravi come il cancro e le patologie cardiache, che richiedono diagnosi tempestive, sono le più colpite dalla lentezza del sistema.

Ad accentuare le disuguaglianze nell'accesso alle cure c'è il sottofinanziamento del SSN, la carenza di personale sanitario e la forte disparità tra le diverse regioni italiane.

La Fondazione Gimbe e la lentezza della riforma

La Fondazione Gimbe, nel suo ultimo report, ha messo in evidenza la lentezza con cui vengono attuate le misure per ridurre le liste d'attesa, nonostante l'adozione di un decreto (DL 73 del 7 giugno 2024), convertito in legge (L. 107 del 29 luglio 2024), che avrebbe l'obiettivo di risolvere la situazione: tra le principali disposizioni, c'è la creazione della Piattaforma nazionale delle liste di attesa presso l'AGENAS, finalizzata a garantire l'interoperabilità tra le piattaforme regionali e a monitorare i tempi di attesa a livello nazionale. Il governo Meloni ha previsto l'istituzione della piattaforma nazionale per il monitoraggio delle liste d'attesa, con l'obiettivo proprio di garantire le prestazioni nei tempi previsti dal Piano nazionale di governo delle liste di attesa (Pngla). L'attuazione di questo provvedimento è stata però ostacolata dalla mancanza di decreti attuativi e dai difficili accordi tra Stato e Regioni. Gimbe ha sottolineato come la riforma non stia producendo effetti concreti, sollevando preoccupazioni sulla capacità del governo di affrontare il problema in tempi utili.

Come si legge in uno dei recenti comunicati: "I potenziali benefici previsti dal DL Liste di attesa rimangono ancora un lontano miraggio: l'obbligo per le Regioni di creare un centro unico di prenotazione integrato con le agende delle strutture pubbliche e private accreditate; l'introduzione di un sistema di disdetta delle prenotazioni; il divieto di chiudere le agende; l’attivazione dei percorsi di garanzia (se il cittadino non ottiene una prestazione nei tempi previsti nel pubblico, questa deve essere erogata nel privato convenzionato o tramite l’attività intramuraria). E naturalmente anche i benefici volti a migliorare la governance delle liste di attesa: dalla piattaforma nazionale per uniformare la lettura dei dati sui tempi di attesa tra le Regioni, all’istituzione di un organismo di verifica e controllo che può esercitare i poteri sostitutivi nelle Regioni inadempienti. "Le interminabili liste d'attesa", dice Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, "sono il sintomo di un indebolimento tecnologico, organizzativo e soprattutto professionale del SSN. Affrontare questa criticità richiede consistenti investimenti sul personale sanitario e coraggiose riforme organizzative. Concentrarsi unicamente sul “sintomo" (i lunghi tempi di attesa), piuttosto che risolvere "le cause della malattia" è un approccio semplicistico che guarda al dito invece che alla luna. In tal senso, l'ambiziosa complessità del DL liste di attesa, sommata al giogo amministrativo di sei decreti attuativi, allunga le tempistiche perché si scontra con numerosi ostacoli: attriti istituzionali a livello centrale, diseguaglianze regionali nella completezza e trasparenza dei dati, modalità poco trasparenti nella gestione delle agende di prenotazione sia del pubblico che del privato convenzionato, impossibilità di assumere personale sanitario per gli stringenti vincoli economici imposti dal MEF. Inoltre, il tentativo di centralizzare dati, informazioni e decisioni, che da quasi 25 anni vedono le Regioni nel duplice ruolo di controllati e controllori, aggiunge ulteriori complessità non facilmente risolvibili. Questi fattori rallentano la pubblicazione dei decreti attuativi, rendono impossibile definire tempistiche certe e, da ultimo, allontanano i benefici attesi per milioni di cittadini e pazienti. In definitiva, le riforme annunciate restano un esercizio retorico se non tradotte in azioni concrete, mentre il raggiungimento di risultati parziali è solo una magra consolazione politica, priva di reali benefici per la società".

Perché ci sono tempi di attesa così lunghi

I tempi di attesa lunghi sarebbero causati dunque da una serie di fattori strutturali:

  • Carenza di personale sanitario: il blocco del turnover e i pensionamenti hanno ridotto drasticamente il numero di medici e infermieri disponibili. Entro il 2025, circa 50mila medici hanno già lasciato il SSN, ma la formazione di nuovi specialisti non copre il fabbisogno.
  • Sottofinanziamento della sanità pubblica: l'Italia spende solo il 6,2% del PIL per la sanità, un valore inferiore alla media OCSE (6,9%) e molto al di sotto di Paesi come Germania e Francia. Questo ha un impatto diretto sulla qualità e disponibilità delle prestazioni sanitarie. (L'Italia è al sedicesimo posto tra i paesi OCSE per la spesa sanitaria in percentuale del PIL).
  • Disparità regionali: i tempi di attesa variano drasticamente da una regione all’altra. In Lombardia, ad esempio, una risonanza magnetica può essere prenotata in 3 mesi, mentre in regioni come Calabria e Campania si devono attendere oltre 12 mesi.
  • Prescrizioni inutili e medicina difensiva: l'elevato numero di prescrizioni non necessarie, in parte per evitare contenziosi legali, contribuisce a sovraccaricare il sistema sanitario.

Per affrontare il problema delle liste d'attesa, sarà certamente necessario un intervento strutturale che preveda l'assunzione di nuovi medici e infermieri con contratti stabili e condizioni di lavoro migliori, fondamentale per garantire un servizio sanitario efficiente. A questo si aggiunge la necessità di maggiori investimenti per ampliare gli orari degli ambulatori e aumentare l’offerta di prestazioni e un sistema nazionale unico per la gestione delle prenotazioni potrebbe ridurre le inefficienze e ottimizzare l’accesso alle prestazioni. Sottoscrivere poi, convenzioni con strutture private per smaltire le liste d’attesa più lunghe senza gravare sui pazienti. E un controllo più severo delle richieste di esami potrebbe ridurre i tempi di attesa e liberare risorse per chi ne ha davvero bisogno.

Il caso del Lazio: i tempi di attesa per gli esami

Nel Lazio, le disuguaglianze nella gestione delle liste d’attesa sono evidenti da tempo. Basta andare autonomamente sul sito salutelazio, cliccare sul sistema di rilevazione dei tempi di attesa (TDA) e scorrere tra le tabelle, gialle, verdi e rosse, per visionare come, nella regione alcuni esami presentino un livello di efficienza elevato, mentre altri soffrano invece di lunghissimi tempi di attesa e bassi indici di performance: un esempio positivo riguarda l'ecografia ginecologica, che registra un indice di performance perfetto e un tempo medio di attesa di 29.1 giorni, altri esami vitali presentano invece gravi inefficienze. Ad esempio, l'elettromiografia semplice del capo ha un tempo di attesa superiore ai 100 giorni, con un indice di performance molto basso (20%): un ritardo simile può avere conseguenze drammatiche per i pazienti che necessitano di diagnosi tempestive per malattie neurologiche o muscolari. Altri esami, come l'ecocolordoppler (con un indice di performance del 49.3% e un tempo di attesa medio di 103 giorni), presentano una situazione analoga, mettendo in evidenza come la gestione delle liste d’attesa vari notevolmente a seconda del tipo di prestazione sanitaria richiesta; il lungo tempo di attesa per queste prestazioni potrebbe ritardare diagnosi che sono fondamentali per il trattamento tempestivo di condizioni che, se trascurate, potrebbero portare anche a complicazioni più gravi.

I problemi in Liguria e in Lombardia

Nonostante la Liguria sia considerata una delle regioni più avanzate sul piano sanitario, la gestione delle liste d'attesa continua a presentare problematiche significative. A fine 2023, solo una mammografia su tre presso la Asl2 Savonese rispettava i tempi di prescrizione, che prevedevano l'esame entro dieci giorni. Sempre nello stesso anno sono mancate 850mila prestazioni, tra visite ed esami, rispetto alla domanda. Le "fughe" verso il privato hanno comportato un costo di 70 milioni di euro nel 2023, contribuendo ad un significativo aumento dell'offerta sanitaria privata, non solo attraverso la gestione diretta degli ospedali, ma anche riempiendo corsie e padiglioni. La Liguria, da tempo, è diventata un terreno di investimento per i privati, occupando la terz'ultima posizione tra le regioni italiane per l'acquisto di prestazioni sanitarie private, un fenomeno che ha sollevato non poche preoccupazioni politiche e sociali.

Anche la Lombardia, pur vantando un sistema sanitario avanzato, ha visto aumentare le difficoltà legate alle liste d’attesa. Nel 2023, la durata media per una visita specialistica nel Servizio Sanitario Nazionale ha superato i quattro mesi, mentre gli esami diagnostici, come risonanza magnetica e TAC, hanno registrato attese fino a 12 mesi.

La situazione in Campania e in Calabria

La Campania è una delle regioni del Sud che ha registrato forti difficoltà nella gestione delle liste d’attesa: tempi massimi sanciti dal Pnlga non vengono quasi mai rispettati; nonostante alcuni tentativi di miglioramento, i tempi di attesa per prestazioni come TAC, risonanze magnetiche e visite specialistiche sono spesso molto lunghi, a volte superiori ai due o tre anni: nell'Asl Napoli 1 Centro, per una visita cardiologica in classe B bisogna attendere 47 giorni, quasi cinque volte in più rispetto ai 10 previsti dalla legge. Per una mammografia bilaterale l'attesa arriva a 202 giorni in urgenza e a quasi un anno se programmata (classe P). Le carenze di personale e la scarsità di strutture sanitarie attrezzate sono tra le cause principali: in alcuni casi, i pazienti sono costretti a rivolgersi al settore privato, con conseguenti disuguaglianze nell'accesso alle cure. Anche la Calabria soffre di una gestione inefficiente delle liste d’attesa: le difficoltà nell'accesso a prestazioni diagnostiche, come esami radiologici e visite specialistiche, sono notevoli. A causa della carenza di medici e strutture adeguate, i tempi di attesa superano i 12 mesi per molte prestazioni, causando ritardi nelle diagnosi e nel trattamento di malattie gravi. Le disuguaglianze tra Nord e Sud si riflettono in modo marcato anche in questa regione, dove l'offerta di servizi pubblici è limitata rispetto alla domanda.

Il problema delle liste d’attesa, dunque, non è solo una questione logistica, ma una vera e propria emergenza sanitaria che colpisce la qualità dell’assistenza e aumenta le disuguaglianze sociali. Se non affrontato con urgenza, rischia di accentuare la dipendenza dai servizi sanitari privati, escludendo ancora di più le fasce di popolazione meno abbienti.

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