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La balla della rottura per colpa dell’aumento dell’Iva

La favoletta della rottura del patto di maggioranza a causa dell’aumento dell’Iva è davvero improbabile. Perché la responsabilità è (anche) del Governo Berlusconi. Vi spieghiamo perché…
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L'operazione non era per nulla semplice e in effetti l'esito è stato tutto sommato fallimentare. Rompere le larghe intese, con il pretesto del mancato annullamento dell'aumento dell'Iva al 22%, cercando di far passare in secondo piano il vero nodo gordiano, l'ormai inevitabile voto della Giunta sulla decadenza di Berlusconi dalla carica di senatore. Così, il Cavaliere ha provato a suggerire che il mancato rinvio dell'aumento dell'imposta fosse "una così grave violazione dei patti", tale da legittimare l'abbandono della maggioranza da parte del Popolo della Libertà. Dimenticando però due cose essenziali, che hanno fatto crollare il castello di carte: l'aumento dell'Iva è una conseguenza della crisi politica e non la causa; le sue responsabilità nell'impostazione dell'aumento della tassa.

Sulla prima questione già si è detto, con molti esponenti del Popolo della Libertà che hanno riconosciuto come la "sospensione" del provvedimento (oltre che della cosiddetta manovrina) fosse quasi un atto dovuto dopo che il vertice azzurro aveva confermato la volontà dei parlamentari di rassegnare le dimissioni. Certo, è noto che la rottura con Saccomanni fosse già in stato avanzato, ma la tempistica dello strappo è molto più che sospetta. E risponde all'esigenza di "guadagnare tempo" e di rompere con l'alleato infedele che non accenna a passaggi concreti per l'agibilità politica del Cavaliere.

Il retroscena invece racconta un'altra storia, quella delle responsabilità sull'aumento dell'Iva, al netto della vulgata berlusconiana degli ultimi mesi (dalla campagna elettorale in poi, per capirci). Bisogna tornare al periodo luglio – settembre del 2011, con l'approvazione dal parte del Governo Berlusconi dell'aumento dell'Iva dal 20 al 21 percento. Nel pieno di una crisi finanziaria senza precedenti, con pressioni da parte delle istituzioni e degli organismi di controllo europei (Bce in testa), il Governo accettò l'anticipo di un anno del pareggio di bilancio e si impegnò a mettere in piedi misure stringenti che avrebbero dovuto portare nelle casse dello Stato circa 25 miliardi entro il 2014. Per rintracciare tale somma si immaginò un piano di interventi sulla spesa pubblica e sul modello di tassazione, salvo poi inserire la cosiddetta "clausola di salvaguardia", che autorizzava un aumento dell'imposta di ulteriori 1 – 2 punti percentuali nel caso in cui non si fosse riusciti a reperire in altro modo le risorse. Certo, fu un espediente reclamato a gran voce dalle istituzioni europee, a "garanzia" della serietà del piano di rientro italiano.

Ma fu anche un assist per il Governo Monti, che ereditò un buco colossale nei conti pubblici ed un Paese sull'orlo del commissariamento. Così, nel provvedimento denominato "salva Italia" Monti si avvalse della clausola di salvaguardia (con tutti i "però" del caso, va detto, dal momento che l'esecutivo decise di non mettere mano al comparto delle "agevolazioni in materia fiscale" e giudicò molto più ampia la forbice di intervento), decidendo di aumentare l'Iva di due punti per le aliquote del 10 e 20 percento. Un aumento che poi lo stesso Governo Monti riuscì a mitigare di oltre un punto grazie alla spending review successiva, con un rinvio graduale di "quota 22 percento". Insomma, la favoletta della lotta senza quartiere all'aumento dell'Iva ha davvero le gambe corte.

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A Fanpage.it fin dagli inizi, sono condirettore e caporedattore dell'area politica. Attualmente nella redazione napoletana del giornale. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica e comunicazione. Senza pregiudizi.
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