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Opinioni

L’Italia, il Paese dove una rivoluzione è impossibile

Non sarà la crisi economica a cambiare le cose. Non sarà la crisi politica ad aprire le porte ai cittadini. Non sarà una rivoluzione a restituirci la dignità di cittadini. Non in Italia, almeno.
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"Quanti milioni di affamati sono necessari prima di una rivoluzione?". Così si interroga Beppe Grillo in uno dei suoi post a tinte fosche sullo stato di salute del nostro Paese e sul livello di sopportazione degli italiani. Il nesso causale che sottende ogni ragionamento in tema del capo politico del Movimento 5 Stelle è sempre lo stesso, del resto: la crisi ha prodotto condizioni sociali al limite dell'accettabile e se gli italiani non si ribellano in massa ciò dipende dal fatto che in molti "galleggiano" sulla crisi. Ecco, se appare esatta la constatazione del fatto che a mitigare parzialmente gli effetti drammatici della crisi sono i cosiddetti paracadute (risparmi, rendite familiari eccetera), è il nesso povertà – rivoluzione ad apparire più che discutibile. Per una serie di fattori complessi, ma tutto sommato facilmente individuabili.

"Ci sono paesi in cui si grida ‘revolution, revolution' e altri cui si urla ‘evolution, evolution". Ecco, parafrasando Bill Hicks, direi che il nostro Paese è al terzo stadio, quello dell'involuzione. Un processo lento, ma costante, inesorabile. Chiaramente si tratta di un ragionamento relativo alla qualità del dibattito politico e culturale, ma non sfuggirà che il continuo abbassamento del livello di decenza degli attori politici e la continua strumentalizzazione a fini di propaganda elettorale dei temi del dibattito ha contribuito ad una involuzione sostanziale del rapporto con i cittadini. In sostanza, si è scelto, più o meno consapevolmente, di mettere in piazza una rappresentazione caricaturale delle dinamiche politiche e ora non c'è alcun modo di provare meraviglia di fronte all'emergere del "qualunquismo" e del "populismo".

Che però, non sono affatto propedeutici ad un cambiamento radicale. Men che mai ad una "rivoluzione" o all'abbattimento del "Sistema". Che solitamente, declinato sotto la forma della conservazione o addirittura della reazione, trae giovamento a lungo andare dall'emergere di forme di contestazione confuse e omologanti. Il caso del Movimento 5 Stelle, all'interno del quale è in corso una serrata discussione su un riposizionamento e su una ristrutturazione che la rendano forza legittimata ad assumersi responsabilità e compiti degni del consenso di milioni di italiani, è emblematico. Finora il ragionamento complessivo non si discosta molto da quello fatto dai Wu Ming qualche mese addietro: "Nonostante le apparenze e le retoriche rivoluzionarie, crediamo che negli ultimi anni il Movimento 5 stelle sia stato un efficiente difensore dell’esistente. Una forza che ha fatto da “tappo” e stabilizzato il sistema. […] Una forza con un programma confusionista dove coesistono proposte liberiste e antiliberiste, centraliste e federaliste, libertarie e forcaiole. Un programma passepartout e “dove prendo prendo”, tipico di un movimento diversivo".

È Mauro Vanetti a fornirci una chiave di lettura estremamente sensata: "Una rivoluzione consiste prima di tutto in milioni di persone comuni che iniziano a discutere di politica volando alto rispetto alle miserie del gossip parlamentare. Il primo passo di una rivoluzione è quando si cerca una spiegazione collettiva alle sfighe individuali". Ed è questo "racconto collettivo" di cui pure si avrebbe un disperato bisogno, a mancare. È una nuova forma di aggregazione, un nuovo "riconoscersi diversi ma vicini, uniti a doppio filo" che stenta a prendere piede nel Paese del gattopardo. Ecco, senza andare oltre e senza chiamare in causa riflessioni (necessarie forse ma tremendamente complesse e certamente meritevoli di approfondimenti ben più ampi) sul post ideologismo e sulle diverse impostazioni dei partiti "anti – sistema", va capito fino a che punto un cambiamento radicale possa aver luogo senza una coscienza comune, collettiva. Al netto del mito della "Rete", al momento solo la versione riveduta e corretta di quel fallimento che furono i "movimenti" di qualche anno fa. Volete altri esempi recenti? Forconi, arancioni, indignati contro la casta, viola, rosa, eccetera.

Insomma, se davvero c'è qualcuno che crede che un cambiamento possa partire dal confuso coacervo di qualunquismo, populismo e presunto post ideologismo che impera nell'opinione pubblica italiana (non c'entra solo il M5S, sia chiaro), probabilmente dimentica qualche secolo di storia. Perché quello in campo è proprio il più classico dei meccanismi di controllo sociale, quello che, per citare Noam Chomsky, "vede l'uso dell’aspetto emozionale molto più della riflessione. Sfruttare l’emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell’analisi razionale e, infine, del senso critico dell’individuo". Insomma, non c'è rivoluzione senza consapevolezza. Non c'è rivoluzione senza coscienza di se, come individuo e come "gruppo". E la crisi non aiuta, anzi, è l'ennesimo strumento nelle mani della reazione.

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A Fanpage.it fin dagli inizi, sono condirettore e caporedattore dell'area politica. Attualmente nella redazione napoletana del giornale. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica e comunicazione. Senza pregiudizi.
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