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Opinioni

Italia nega un porto alla Ocean Viking: è passato un anno, ma le politiche disumane sono le stesse

A bordo della nave Ocean Viking di Sos Mediterranee è stato dichiarato lo stato d’emergenza. In 24 ore si sono registrati sei tentativi di suicidio tra i 180 migranti, da oltre 9 giorni in mare. Il governo italiano dov’è? Questa vicenda riporta le lancette dell’orologio indietro di un anno, quando il dibattito politico italiano ruotava attorno allo scontro per i decreti Sicurezza di Salvini. Che non sono mai stati toccati.
A cura di Annalisa Cangemi
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Ecco. Ci risiamo. L'esperienza del Covid sembra non averci resi immuni alla mancanza di empatia, e al distacco verso le tragedie di altri esseri umani. Le politiche del governo non hanno allontanato il rischio di dimenticarci delle partenze e degli sbarchi. Al contrario l'emergenza sanitaria sembra aver sdoganato una lotta contro gli ultimi, in cui vengono erette barriere ancora più alte, ancora più spesse, e in cui l'assenza di solidarietà viene ampiamente giustificata con le sofferenza e le paure che la pandemia sta diffondendo con la stessa velocità con cui si propaga il virus.

E dovevamo capirlo dopo le prime settimane di lockdown, quando un decreto interministeriale ha stabilito che per tutta la durata della crisi sanitaria i porti italiani non possono essere considerati sicuri, e ha chiuso la porta alle navi umanitarie, che non sarebbe cambiato nulla. Un'altra estate si è aperta all'insegna della crudeltà, la nostra, verso chi affronta i pericoli di un viaggio in mare nella speranza di raggiungere una vita migliore.

La vicenda Ocean Viking

Per sette volte la nave Ocean Viking ha chiesto alle autorità marittime competenti l'assegnazione di un POS, e ben sei sono stati i tentativi di suicidio da parte dei sopravvissuti in 24 ore. 44 naufraghi hanno poi manifestato disagi mentali dovuti alla prolungata situazione di stress a cui sono sottoposti, per ciò che hanno subito in Libia e per l'impossibilità di comunicare con i propri cari. Per loro è stata fatta un'esplicita richiesta di evacuazione medica. Nessuna risposta alle richieste di aiuto.

Per questo il Comandante della nave ha dichiarato lo stato di emergenza. La situazione a bordo è deteriorata al punto che la sicurezza dei 180 migranti a bordo – ormai da oltre 9 giorni in mare – e dell’equipaggio, non può più essere garantita, dicono dalla ong Sos Medirranee, che gestisce la nave. Il governo italiano dov'è? Questa vicenda sta drammaticamente riportando le lancette dell'orologio indietro di un anno, quando il dibattito politico italiano ruotava attorno allo scontro per i decreti Sicurezza di Salvini. Da allora il tempo sembra essersi fermato, e malgrado le promesse, malgrado i proclami, quei decreti non sono ancora stati toccati dal nuovo governo giallo-rosso. Interventi di modifica di quei provvedimenti non se ne vedranno comunque prima dell'autunno.

E se è vero che dei tavoli di discussione sono stati avviatitre sono state fin ora le riunioni della maggioranza al ministero dell'Interno, incaricato dal premier Conte di apportare le modifiche ai testi richieste da Mattarella – l‘ammenda amministrativa che può arrivare anche a 1 milione di euro per chi salva i migranti, contenuta nel decreto Sicurezza bis, è ancora lì. E cancellare questa norma, bandiera del decreto Salvini, non sembra una priorità dell'esecutivo. Si parla solo di una riduzione dell’importo delle multe alle ong. Ma non cambierebbe la percezione del salvataggio dei migranti in mare come un'azione da perseguire.

Con una conseguenza molto semplice: la campagna di criminalizzazione nei confronti delle ong è diventata la normalità. Così come è ormai prassi condivisa dalle autorità maltesi e italiane non prestare soccorso, non collaborare con le organizzazioni che provano a salvare i migranti in difficoltà e che raccolgono e diramano i tanti Sos che arrivano dai barconi, e voltarsi dall'altra parte quando la Guardia costiera libica (che poi nei fatti è composta come sappiamo da un'accozzaglia di milizie e personaggi dal passato equivoco) cattura i migranti e li riporta nei centri di detenzione.

L'Ue (come l'Italia) continua a considerare la Libia un partner affidabile

È ormai stato accertato che la Guardia costiera libica collabora con i trafficanti di esseri umani. Ma la Commissione Ue ha deciso comunque di continuare a supportarla, stanziando ieri altri soldi, perché non interrompa la sua attività di contenimento dei flussi migratori dal Nord Africa. 110 milioni, per l'esattezza, come ha segnalato Arci, che andranno alle autorità libiche per far fronte all'emergenza Covid-19. Denari che si aggiungono ai 455 già destinati al Paese nordafricano tramite programmi finanziati dal Fondo Fiduciario di Emergenza per l'Africa. Ma quali garanzie ci sono che le municipalità, enti locali in mano alle milizie e ai clan, utilizzino effettivamente questi milioni a sostegno delle comunità più vulnerabili? Praticamente nessuna, come dimostrano molte inchieste giornalistiche, l'ultima in ordine di tempo è di Nello Scavo per Avvenire.

Il programma di gestione delle frontiere dell'Ue manterrà poi una disponibilità di 57,2 milioni, attraverso cui, ricorda sempre Arci, verrà incrementata la capacità di ricerca e soccorso della Guardia costiera libica, finanziando la manutenzione dei mezzi marittimi a disposizione delle autorità libiche, e la loro formazione. E questo nonostante l'OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) abbia denunciato che la sedicente Guardia costiera ha intercettato in mare e riportato in Libia – Paese in cui vengono sistematicamente violato i diritti umani – 5475 persone dall'inizio dell'anno a oggi.

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Giornalista professionista dal 2014, a Fanpage.it mi occupo soprattutto di politica e dintorni. Sicula doc, ho lasciato Palermo per studiare a Roma. Poi la Capitale mi ha fagocitata. Dopo una laurea in Lettere Moderne e in Editoria e giornalismo ho frequentato il master in giornalismo dell'Università Lumsa. I primi articoli li ho scritti per la rivista della casa editrice 'il Palindromo'. Ho fatto stage a Repubblica.it e alla cronaca nazionale del TG3. Ho vinto il primo premio al concorso giornalistico nazionale 'Ilaria Rambaldi' con l'inchiesta 'Viaggio nell'isola dei petrolchimici', un lavoro sugli impianti industriali siciliani situati in zone ad alto rischio sismico, pubblicato da RE Le Inchieste di Repubblica.it. Come videomaker ho lavorato a La7, nel programma televisivo Tagadà.
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