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Opinioni

Il dilemma del prigioniero a 5 Stelle

Comunque andrà a finire, il processo alla senatrice Gambaro per lesa maestà è una pagina nera del Movimento 5 Stelle. Che ha gestito la vicenda in maniera imbarazzante. E la democrazia diretta non c’entra nulla.
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Tanto per essere chiari sin dall'inizio: tra poche settimane della senatrice Adele Gambaro non resterà che l'intervista a SkyTg24 e qualche comparsata di fronte alle telecamere. Il presunto braccio di ferro con Beppe Grillo, nei fatti non esiste: il Movimento 5 Stelle è stato a lungo, e in gran parte lo è ancora, il partito dell'uomo solo al comando (sì, certo, non è un partito…). Ed il consenso dei 5 Stelle è inestricabilmente legato alla figura di Grillo, al suo carisma, alla sua detreminazione e alla sua comunicazione. Non c'è Favia, Salsi, Tavolazzi, Furnari, Mastrangeli, Labriola che tengano. Non c'è obiezione di senso che possa cancellare quello che è un "fatto": senza questa tipologia di comunicazione, senza i toni duri, diretti, senza le esagerazioni e leforzature grilline, il Movimento 5 Stelle non avrebbe mai ottenuto il consenso di 8 milioni di italiani. Ma non solo, perché senza il dogma dell'infallibilità divina dei post di Beppe, il Movimento non avrebbe nemmeno una piattaforma programmatica degna di questo nome (che fine abbia fatto la piattaforma per la condivisione – realizzazione del programma resta un mistero). E la senatrice questo non avrebbe dovuto dimenticarlo, quando ha pontificato di fronte alle telecamere sull'esito disastroso delle amministrative.

Tutto questo però non c'entra nulla con la gestione del caso Gambaro. Semplicemente imbarazzante. Una "cazzata tafazzesca", come l'ha definita Andrea Scanzi ("È un movimento politico, non una pagina Facebook in cui si blocca chi ci pare perché ha detto "brutto" all'admin"). Ma soprattutto non è affatto il trionfo della democrazia diretta. È la negazione della libertà di espressione, la rinuncia cieca ed insensata al dissenso, l'ammissione che la diversità di vedute è un bene, purché non riguardi Lui. Ma la gestione della vicenda è paradossale da ogni punto di vista. E richiama il "dilemma del prigioniero", un paradosso dal quale si può anche uscire nella maniera più indolore possibile.

In breve, Grillo e i militanti 5 Stelle si trovano di fronte ad una dichiarazione di questo tipo:

"Stiamo pagando i toni di Beppe Grillo. La sua comunicazione sbagliata che viene dal blog con questi post che lui manda: un po' minacciosi e soprattutto con l'ultimo che ha fatto con l'attacco al Parlamento. Mi chiedo come faccia ad attaccare il Parlamento, visto che non c'è mai venuto. Noi siamo qui da tre mesi e non l'abbiamo mai visto. Lo invito a venire e a seguire il lavoro che noi facciamo tutti i i giorni e forse dopo non scriverebbe più questi post".

E, traslando il dilemma del prigioniero, le opzioni erano:

  1. non arretrare di un centimetro, mettendo all'indice la Gambaro ed esponendola "alla gogna" fino all'espulsione dal gruppo;
  2. andare alla conta, muro contro muro, ampliando una crepa che prima era (quasi) completamente sotto la superficie;
  3. far finta di nulla, o meglio, trattare la questione per quello che è, magari cercando un chiarimento diretto e provando a ricucire lo strappo;

Sostanzialmente nessuna delle tre opzioni era indolore, dalla prima alla terza erano tutte "dolorose in maniera decrescente". Perché il dissenso interno è sempre causa di preoccupazione per una formazione politica. Ma il dilemma del prigioniero in salsa grillina è stato risolto nel modo peggiore possibile: emarginando la colpevole (a proposito, qualcuno si è chiesto come farà la Gambaro, nel caso in cui la Rete la salvi, a collaborare ancora con i colleghi che l'hanno espulsa?) e lasciando la sensazione di una formazione in piena crisi di nervi. E in questo caso i giornalai, la casta, il sistema e i poteri forti non c'entrano nulla. Hanno fatto tutto da soli.

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A Fanpage.it fin dagli inizi, sono condirettore e caporedattore dell'area politica. Attualmente nella redazione napoletana del giornale. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica e comunicazione. Senza pregiudizi.
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