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Presidenza Trump

Guida per capire i dazi di Trump: cosa sono, chi ci rimette e cosa succede ora, spiegato da economisti

I dazi di Donald Trump, applicati dagli Stati Uniti a quasi tutto il resto del mondo, hanno scosso l’economia e la politica internazionale. Fanpage.it ha chiesto a tre economisti di spiegare perché l’amministrazione Usa ha scelto questa strada, cosa si devono aspettare l’Italia e l’Europa, chi pagherà le conseguenze peggiori e cosa succederà.
Intervista a Leonardo Becchetti, Carlo Carnevale Maffè e Raul Caruso
Economisti
A cura di Luca Pons
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Donald Trump ha lanciato i suoi dazi, annunciati da settimane, colpendo quasi tutti i Paesi sul pianeta. Le tariffe vanno dal 10% (per il Regno Unito, ad esempio) a percentuali ben più alte come il 46% per il Vietnam il 34% alla Cina. L'Unione europea invece è stata colpita con un incremento del 20%. Questo significa che le aziende dei Paesi colpiti, per vendere i loro prodotti negli Usa, dovranno versare una tassa aggiuntiva. Quindi o dovranno alzare i prezzi negli Stati Uniti (rischiando di vendere meno), o dovranno pagare di più per esportare e quindi ridurre i loro guadagni.

Il presidente degli Stati Uniti ha messo in atto una mossa senza precedenti – almeno su questa scala – che potrebbe rivelarsi un'arma di contrattazione politica, ma anche cambiare gli equilibri economici mondiali. Fanpage.it ha consultato tre economisti esperti del loro settore per capire chi ci rimetterà di più, cosa può fare l'Europa per rispondere e quali saranno le conseguenze.

Chi ci perde di più con i dazi di Trump

La prima domanda è proprio chi pagherà le conseguenze peggiori dall'innalzamento dei dazi statunitensi, in attesa che l'Europa intavoli un negoziato e decida se procedere con dei controdazi. La risposta sembra chiara a tutti: saranno proprio gli Stati Uniti.

Per Carlo Carnevale Maffè, docente di Strategia aziendale all'università Bocconi di Milano, "centottant'anni di storia economica dimostrano in maniera inequivocabile" che le prime a pagare i dazi sono "le imprese della nazione che li impone", quindi quelle statunitensi. Ora dovranno, per esempio, "comprare le scarpe dal Vietnam al 46% in più. Pensiamo a che cosa vuol dire per Nike".

Ma pagheranno anche i consumatori americani: "Si vedranno il Parmigiano reggiano o le borse di Gucci costare il 20% in più". Raul Caruso, professore ordinario di Politica economica all'Università cattolica del Sacro cuore, insiste su un punto: "I dazi colpiscono innanzitutto i poveri americani. Basta pensare al fatto che loro sono i principali acquirenti di prodotti cinesi, che aumenteranno di molto. Trump sta colpendo la classe meno abbiente degli Stati Uniti, che peraltro è quella che l'ha votato".

Leonardo Becchetti, professore ordinario di Economia Politica all'università di Roma Tor Vergata, concorda: "Chi ci rimetterà di più? Sicuramente gli Stati Uniti". Per l'Europa "la stima dei danni è di qualche decimale di Pil".

Cosa possono fare le aziende italiane colpite dalle tariffe

Le imprese italiane ed europee hanno davanti diverse possibilità. Secondo Becchetti "cercheranno di far passare la tempesta", magari pagando i dazi di tasca propria invece di scaricarli sui clienti americani alzando i prezzi, per cercare di restare competitive. "Soprattutto se penseranno che la tempesta sia temporanea, al massimo fino alla fine del mandato di Trump".

Per Maffè, le nostre imprese dovranno invece alzare i prezzi e venderanno meno. Secondo Caruso, le aziende che vendono beni finali, come formaggio o vino, saranno più che altro spinte a cercarsi altri mercati: "Se io sono uno che assembla frigoriferi in Italia e poi li vende negli Stati Uniti, ad esempio, dovrò ingegnarmi e vendere il frigorifero da qualche altra parte. Sicuramente l'offerta all'interno dell'Unione europea aumenterà, e le imprese qui potrebbero dover abbassare i prezzi". Diverso il discorso per le imprese industriali che, ad esempio, scambiano con gli Usa delle componenti tecnologiche specifiche: in questi casi è più difficile trovare alternative, e potrebbe esserci un aumento dei costi.

Cosa vuole Trump e perché ha imposto i dazi

Ma se gli Stati Uniti saranno le prime vittime dei dazi di Trump, perché li ha lanciati? Dal punto di vista strettamente economico, gli esperti bocciano l'amministrazione Usa: "È un fenomeno di idiozia di proporzioni storiche. Un caso di dazi universali, strutturali e del tutto ingiustificati come questo non ha precedenti. Quel cartello esibito al Rose Garden rimarrà un'infamia nella storia economica", dice Maffè.

Becchetti rincara la dose: "Se Trump fosse economicamente competente e avesse l’obiettivo di fare il bene del suo Paese si fermerebbe", ma "purtroppo Trump non è economicamente competente ed è mal consigliato. E non è detto che il suo obiettivo sia quello del bene del proprio Paese".

Danneggiare gli americani potrebbe non essere un grosso problema per Trump: "È al secondo mandato, può essere meno interessato persino alla perdita di consenso", per Becchetti. "C'è sempre da augurarsi che rinsavisca, ma tocca agli Stati Uniti tornare indietro", insiste Maffè.

Secondo Caruso, dietro i dazi non c'è tanto l'idiozia quanto una motivazione politica: "Trump vuole spuntare degli accordi con l'Europa. Far comprare le sue armi, farsi dare licenze per investire in Ucraina quando sarà finita la guerra, farsi concedere sconti fiscali per le sue aziende. Lui si siede al tavolo con i dazi come arma negoziale. Se la nostra classe dirigente intuisce che quello è un meccanismo negoziale, pur duro, dovrà prima imporre i dazi e poi sedersi al tavolo".

La risposta dell'Unione europea

E qui si passa a un altro punto critico: come risponderà, e come dovrebbe rispondere, l'Unione europea? Le opinioni degli economisti sono molto diverse, ma hanno dei punti in comune. Per Caruso la linea ufficiale dell'Ue – tentare di intavolare dei negoziati, e se poi non funzionano imporre dei controdazi – non ha senso: "Se davvero vogliono applicare delle contro-tariffe, lo devono fare subito. Si chiama ‘precommitment': mi siedo al tavolo quando ho già risposto ai dazi".

"Reagan si sedette al tavolo con Gorbacev per parlare delle testate nucleari dopo che le aveva aumentate. È quello che ha fatto Trump in questo caso". Secondo questa logica, quindi, "o non fai niente, proprio perché i dazi danneggiano più gli Stati Uniti che noi, oppure metti subito dei controdazi e poi ti siedi a negoziare".

Maffè sostiene che sarebbe preferibile la prima opzione: "La strada giusta è provare a far ragionare l'amministrazione Usa e nel frattempo abbassare le barriere commerciali con gli altri Paesi: all'interno dell'Europa, tra Ue e Canada, tra Ue e Sud America, ma anche verso India e Cina". I controdazi sarebbero "una scelta tafazziana", addirittura, perché danneggerebbero l'Europa stessa.

Becchetti sottolinea che l'Europa "reagirà", sì, ma la reazione non deve servire "per alzare il livello dello scontro (eviterei le parole ‘vendetta' e ‘rappresaglie' usate purtroppo dalla von der Leyen)". La contromossa europea dovrà servire per "cercare da subito un nuovo accordo ed equilibrio" con gli Usa, e dunque negoziare. Tenendo a mente che "una delle risposte potrebbe essere il rafforzamento delle relazioni commerciali con tutti gli altri Paesi".

Un punto da tenere a mente, sottolineato da Maffè, è che sarà l'Europa a negoziare. Non si può pensare, per esempio, che l'Italia prenda l'iniziativa e cerchi un accordo separato, "perché l'Europa è un'unione doganale, e la competenza esclusiva delle negoziazioni commerciali è della Commissione europea". Sarebbe come "pensare di mettersi a emettere un euro tedesco e un euro italiano: non esiste, la moneta è unica".

Cosa succede adesso che l'economia mondiale è cambiata

Dunque, cosa succederà? Immediatamente dopo l'annuncio dei dazi la borsa italiana, quelle europee, ma anche quelle asiatiche e americane "hanno perso come non accadeva dalla pandemia", sottolinea Maffè, che parla di "una pandemia economica auto-inflitta". Questo a causa anche di un altro effetto dei dazi: "L'effetto dell'incertezza, che pagano tutti. Quando si introducono le tariffe, si mette della sabbia negli ingranaggi dell'economia mondiale".

Per quanto riguarda il futuro, Caruso pensa che ormai sia nato "un nuovo regime a livello internazionale sugli scambi". Anche se "c'è margine per aprire negoziati e trovare magari tariffe più basse su singoli prodotti", la realtà è che "l'impegno dei Paesi della comunità occidentale al libero scambio ha avuto una frattura storica insanabile. Il libero scambio non è più garantito, ma da negoziare".

La situazione è rischiosa, secondo Maffè: "È avvenuto esattamente cento anni fa, negli anni Venti e Trenta, con il rigurgito nazionalista, l'autarchia… Spinto da chi vota per forze populiste, nazionaliste e sovraniste. Oggi siamo tornati a livelli di dazi superiori rispetto a quelli che gli americani imposero cento anni fa. Poi si verificò la grande recessione del 1929, poi lo scoppio della guerra. Le premesse storiche sono le peggiori possibili. C'è da augurarsi che questo non avvenga".

È più ottimista Becchetti: "Credo che sarà un formidabile stress test per il mondo e alla fine sarà una dimostrazione, per assurdo, di quanto la cooperazione sia meglio del conflitto. Alla fine ne usciremo molto più convinti di questo".

Caruso, che invece è convinto che sia iniziato un periodo decisamente diverso da quello vissuto negli ultimi 30-40 anni, pensa che dovremmo iniziare a prendere le necessarie contromisure politiche: "Se il libero scambio non esiste più, non esiste neanche più l'idea che i mercati si regolino da soli", quindi "non possiamo più lasciar oscillare i prezzi all'interno di un Paese come vogliono".

Visto che questi "cambi di rotta" hanno sempre "un effetto di impoverimento sulla popolazione", è il caso di "rimettere in piedi" strutture politiche come il vecchio "Comitato interministeriale prezzi, o Cip". Questo fu attivo in Italia fino al 1993, quando si sopprimerlo, ma oggi potrebbe essere necessario tornare a farli svolgere la sua funzione.

Quali sono le conseguenze per gli italiani

Le conseguenze più immediate per i cittadini italiani e europei "le avremo con i controdazi, che porterebbero un aumento dei prezzi", spiega Caruso. Al momento invece, sui prodotti italiani, dovremmo addirittura "vedere una diminuzione dei prezzi", dato che come detto aumenterà l'offerta. "Se non posso vendere il vino negli Stati Uniti perché hanno messo una tariffa proibitiva, provo a venderne di più in Europa, e per farlo abbasso il prezzo". La storia potrebbe essere diversa, invece, per beni come auto, elettrodomestici, e in generale quei prodotti che "magari hanno dentro delle componenti americane". Qui potrebbero esserci dei rialzi.

In ogni caso, "questi effetti li dovremmo avere tra cinque o sei mesi, anche di più. Non subito". È un aspetto importante da sottolineare, per il professore: "Spesso le imprese appena c'è un annuncio di dazi dicono che dovranno aumentare i prezzi. Ma non è vero. E anzi, dobbiamo stare attenti: se fossi in un organo di governo terrei d'occhio le eventuali speculazioni, visto che c'è confusione sugli effetti dei dazi. Nella storia è successo diverse volte".

Per il resto, come cittadini "non abbiamo solo un ruolo passivo", secondo Becchetti. "Il mercato è fatto di domanda ed offerta e la domanda siamo noi. Trump è uno e con la sua prepotenza vuole condizionare le sorti del mondo, ma i consumatori sono miliardi. Se iniziano a votare col portafoglio possono infliggere costi rilevanti a Trump, fino a fargli cambiare strada".

Il punto, secondo l'economista, è che a influenzare di più l'economia sono le persone con i loro acquisti. "Ha iniziato il Canada con il ‘maple scan', l'applicazione per comprare prodotti canadesi ed escludere quelli americani dal carrello della spesa. Lo stesso è stato annunciato in Italia da Bonelli con TrumpTax, un'applicazione costruita per fare lo stesso lavoro".

Il "voto con il portafoglio" è quello che secondo Becchetti potrebbe causare "l’uscita dalla scena politica di Musk", la cui Tesla a causa della reputazione controversa del miliardario "sta perdendo, forse per sempre, la gara competitiva sull’auto elettrica con la cinese Byd".

Come ha calcolato i dazi l'amministrazione Trump: "Abissale ignoranza"

Un aspetto secondario, forse, ma che ha attirato la curiosità internazionale è la tabella presentata da Donald Trump con l'elenco di tutte le tariffe applicate. Qui c'era una colonna dedicata ai "dazi applicati agli Usa", in cui si sosteneva ad esempio che l'Unione europea facesse già pagare tariffe del 40% agli Stati Uniti, quando naturalmente non è così.

Come emerso, il sistema di calcolo è stato decisamente particolare: "Siamo di fronte a un'abissale ignoranza. Hanno calcolato i dazi dividendo il deficit (cioè la differenza tra quanto si importa e quanto si esporta con un Paese) per il totale degli export, e poi dividendo il risultato circa a metà. Come prendere mele e pere e moltiplicarlo per le banane. Non dico un mio studente, ma neanche un un candidato alla prima ragioneria avrebbe accesso all'aula se facesse un ragionamento di questo genere", secondo Mafè.

Il professore  sottolinea anche il fatto che "San Marino e Monaco sono tra i Paesi con un trattamento migliore dell'Europa, al 10% invece del  20%. Questa cosa è imbarazzante. Se vuoi esportare il Parma Reggio oggi, apri un'azienda trading a San Marino e paghi il 10%. Non solo non sanno l'economia, ma nemmeno la geografia".

Caruso spiega che l'amministrazione Trump probabilmente "voleva dimostrare che non fossero dazi velleitari, ma con una logica. Chi un minimo capisce economia sa che quella cosa sotto il punto di vista tecnico non ha alcun senso. Le misure sono state scelte per via politica, i calcoli sono improvvisati".

Peraltro, una simile ‘improvvisazione' si può vedere anche nelle tariffe annunciate poche settimane fa dagli Stati Uniti, quelle del 25% sulle auto: "Sono prese direttamente da un manuale. È uno degli esempi usati in uno dei manuali di economia internazionale più venduti al mondo, per far capire agli studenti il meccanismo dei dazi, al secondo anno di università. L'ho detto anche ai miei studenti il giorno dopo l'annuncio: ‘Sapete da dove l'hanno preso? Dal vostro libro'".

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