Opinioni

Femminicidi, è tempo che gli uomini facciano la loro parte nella lotta alla violenza patriarcale

Il processo di emancipazione femminile non sta andando di pari passo con quello di decostruzione maschile, anzi. È il momento che gli uomini siano davvero coinvolti nel cambiamento e facciano la loro parte nella lotta alla violenza patriarcale.
A cura di Annalisa Girardi
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Due ragazze di 22 anni uccise a pochi giorni di distanza. Si chiamavano Sara Campanella e Ilaria Sula. Erano giovanissime, così come gli uomini che le hanno uccise.

Quando arriva la notizia dell’ennesima donna ammazzata da un uomo sento sempre un gigantesco senso di sconfitta, tanta rabbia e tristezza. Penso che siamo in tante a provare queste cose. E non so voi, ma quando poi le vittime e i carnefici sono così giovani, come i casi che abbiamo visto in questi giorni,  sento tutto amplificato, è tutto un po’ più pesante. E forse è perché una parte di me è come se si aspettasse che certe cose non accadano più tra le nuove generazioni. Tra chi è cresciuto in un contesto diverso da quello dei nostri genitori e dei nostri nonni, un contesto dove abbiamo imparato a riconoscere la violenza patriarcale, i mille modi in cui si esprime il machismo. E non li accettiamo più.

Ma poi veniamo sapere, un giorno dietro l’altro, di ragazzi di vent’anni o poco più, che ammazzano a coltellate l’ex fidanzata o la compagna di corso che non ricambiava le loro attenzioni. E mi chiedo come sia possibile. Mi dico che allora non è cambiato nulla. Che questa presa di coscienza, che sento e vedo attorno a me non sia altro che un’illusione.

Per provare a capirci qualcosa di più ho chiamato Margherita Carlini, una psicologa e criminologa forense, che lavora anche nei centri antiviolenza e nelle scuole. E mi ha detto una cosa che mi ha fatto profondamente riflettere. Cioè che le cose sono sì cambiate, ma per noi donne. Per la controparte maschile no.

Premessa: è chiaro che non tutti gli uomini siano dei machisti e nemmeno che tutte le donne riconoscano il patriarcato quando ne vivono gli effetti sulla loro pelle. Ma nel nostro stare in un contesto sociale e nel nostro evolvere insieme a questo contesto ci sono delle dinamiche molto chiare che possiamo notare.

Sicuramente negli ultimi anni c’è stata un’enorme presa di coscienza collettiva. Ora finalmente parliamo di violenza maschile contro le donne, di cultura dello stupro, di discrimanzioni e stereotipi di genere che non fanno bene a nessuno. Il problema è che continuiamo a parlarne tra di noi, tra donne. Questo non significa che non esistano uomini che si interrogano sulle forme di sessismo e discriminazione che pervadono la nostra società, magari facendo anche un lavoro di decostruzione su loro stessi: certo che esistono, ci sono, ma sono una minoranza.

Il problema è che questa presa di coscienza è avvenuta solo da un lato. E questo ha creato un divario ancora più ampio tra maschile e femminile. Margherita Carlini mi ha parlato molto del lavoro che fa nelle scuole. Mi ha raccontato di vedere come i ragazzi siano rimasti con quei modelli maschili che avevano interiorizzato, senza fare quel passaggio di presa di coscienza che invece molte ragazze fanno.

Da un lato c’è un processo di emancipazione femminile che accelera sempre più, ma dall’altro questo è come se creasse una reazione aggressiva dall’altra parte. La reazione di chi, più o meno inconsciamente, si sente perso se mette in discussione quei modelli con cui ha sempre vissuto.

Quando parliamo di patriarcato molti uomini si sentono accusati e, di conseguenza fanno resistenza a una spinta di cambiamento che vedono come qualcosa che va contro di loro. Mi spiego: con violenza maschile strutturale stiamo facendo riferimento a dei pattern culturali e sociali che sono ovunque, perché sono quelli con cui siamo cresciuti. Nessuno sta dicendo che ogni uomo sia un potenziale femminicida, ma sicuramente ci sono delle dinamiche tossiche che sono state interiorizzate. Ed è responsabilità di ogni uomo riconoscerle e lavorare per sradicarle. C’è una grande differenza tra responsabilità e colpa, e solo perché non ci si è mai comportati in un certo modo non vuol dire che non si abbia appunto la responsabilità di essere parte attiva di questo cambiamento.

Pensiamo che la violenza di genere sia qualcosa che stiamo superando, un passo alla volta, e per questa ragione pensiamo che sia più diffusa tra le generazioni più anziane, quelle appunto dei nostri genitori e dei nostri nonni, che sono cresciute in un contesto molto diverso dal nostro, in cui alcune cose erano considerate normali e non venivano messe in discussione. Ma le cose sono un po' più complesse di così. Ed è come se le donne avessero fatto dei passi avanti, ma la società nel suo insieme non fosse pronta. E viene da qui quel senso di frustrazione che proviamo quando ci sembra che moltissime cose siano cambiate (per fortuna), ma poi vediamo i numeri dei femminicidi, vediamo la violenza e le discriminazioni, e di colpo ci pare invece che non sia cambiato nulla.

Ma quindi, come fare?

Bisogna coinvolgere gli uomini in questo processo. Serve un lavoro sul maschile, fatto dal maschile. Finora ci siamo concentrate su noi stesse, sulla presa di coscienza, sulla consapevolezza della nostra autodeterminazione. Abbiamo aperto un dibattito, abbiamo cercato il cambiamento. Ma da sole non cambieremo mai l’intera società. Che gli uomini prendano parte a questo processo è fondamentale. Come? Le strade sono infinite, i luoghi da cui iniziare altrettanto: la scuola, le amicizie, i contenuti che vediamo sui social, la discussione politica. È arrivato il momento che anche l’universo maschile cambi.

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A Fanpage.it sono vice capoarea della sezione Video. Scrivo, realizzo video e podcast su temi di attualità e politica, provando a usare parole nuove per raccontare il mondo di sempre. 
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