Dazi, quali sono i beni italiani più colpiti dalle tariffe di Trump

Dalla moda all'automotive, passando per l'agroalimentare, i dazi imposti da Donald Trump fanno tremare le imprese italiane. Il presidente americano ha applicato tariffe del 20% su tutte le importazioni provenienti dall'Unione europea e l'Italia, il cui export verso gli Stati Uniti vale il 10% del totale, è tra i Paesi più a rischio.
Le nuove misure minacciano soprattutto l'agroalimentare, in particolare le esportazioni di vino, formaggi, olio e pasta. Gli Stati Uniti sono il principale mercato per l'olio extravergine italiano, che ora si prepara a un duro colpo. Basti pensare che secondo il Consorzio Oliveti su tre miliardi di euro di export più di un miliardo proviene dagli scambi con l'America.
In generale, tutti i prodotti simbolo del Made in Italy come Parmigiano Reggiano e Pecorino romano, ma anche il settore dei salumi, potrebbero essere i più penalizzati. Oltre al food, il mercato della moda, la filiera della lavorazione dei metalli e il settore delle automobili – già in crisi – sono a rischio.
L'impatto sul Pil italiano potrebbe essere particolarmente negativo. Gli scorsi giorni, il Centro studi di Confindustria ha previsto per il 2025 una crescita del +0,6% che potrebbe salire al +1% nel 2026. Tuttavia, i dazi potrebbero far calare il nostro Pil del -0,4% quest'anno e del -0,6% il prossimo. La conseguenza dunque, è che la crescita potrebbe essere abbattuta dalla scure delle tariffe. Secondo le proiezioni di EY invece, il Pil italiano potrebbe crescere dello 0,4% nel 2025 e dello 0,7% nel 2026, mentre l'impatto complessivo delle politiche protezionistiche potrebbe essere compreso tra -0,5% e -1,0% al 2027.
Tra le Regioni più colpite, secondo alcuni studi, spiccano Sardegna, Molise e Sicilia per via delle filiere di lavorazione dell'energia. Inoltre, Sardegna e Toscana, secondo Cia-Agricoltori Italiani, dipendono maggiormente dalle esportazioni agroalimentari in America. L'entrata in vigore dei nuovi dazi "desta preoccupazione nel settore, ma ci sono ancora margini per intervenire a livello diplomatico e scongiurare ripercussioni pesanti sulle imprese e sui mercati", ha fatto sapere Coldiretti Sardegna, che fa appello "a un'azione forte e coordinata tra l'Unione Europea e l'amministrazione americana per evitare che la situazione degeneri in un conflitto commerciale dagli effetti dannosi su entrambe le sponde dell'Atlantico". Anche Lazio, Abruzzo e Campania potrebbero subire contraccolpi viste le grandi quantità di pasta, prodotti da forno e vini esportati.
Vino e pecorino i prodotti più a rischio
In attesa di capire quali contromisure adotterà Bruxelles e se il governo Meloni calcherà la strada degli accordi bilaterali con l'alleato americano, in Italia si producono le prime stime di quanto potrebbero costarci le tariffe. Per quel che riguarda l'agroalimentare il costo per le singole filiere si aggira attorno ai 500 milioni di euro solo per il vino e ai 240 milioni per l'olio d'oliva. Per la pasta le perdite potrebbero essere di 170 milioni, mentre per i formaggi di circa 120 milioni.
Tra i prodotti più a rischio figurano il pecorino romano, che vanta un export negli Usa del 57% (quasi 151 milioni di euro) e che viene utilizzato soprattutto per insaporire le patatine in busta. Ma i costi si abbatteranno anche sui cittadini statunitensi: secondo Coldiretti con i dazi sul food italiano i consumatori dovranno spendere fino a due miliardi di euro in più. Il comparto di vini, spiriti e aceti italiani invece, vale oltre 2 miliardi di euro di esportazioni verso gli Usa e coinvolge 40mila imprese e più di 450mila lavoratori, ricordano da Federvini.
Oltre all'agroalimentare, c'è la moda, che nel 2024 ha esportato beni per un valore di 3 miliardi di euro, divisi tra il settore calzaturiero, pelletteria, conceria e pellicceria. In generale, le esportazioni italiane in Europa sono le più esposte anche per quel che riguarda il settore farmaceutico, che vende circa il 30,7% del suo export agli Usa, e i comparto dell'auto e degli altri mezzi di trasporto (rispettivamente 30,7% e 34% delle vendite extra Ue).