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Che fine hanno fatto le chiusure domenicali e festive dei negozi

La proposta di legge sulla chiusura domenicale e nei giorni festivi dei negozi procede a rilento: dopo mesi in cui il tema è stato rilanciato come un vero e proprio cavallo di battaglia della maggioranza, se ne parla sempre meno. E l’iter parlamentare ha subito un rallentamento. Tanto che in molti iniziano a dubitare che il provvedimento diventi legge. Proviamo a capire cosa sta succedendo.
A cura di Stefano Rizzuti
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La linea dura del Movimento 5 Stelle è stata ormai accantonata da tempo. La chiusura domenicale dei negozi potrebbe resistere, ma solo in versione soft. Ad oggi l’ipotesi è quella di 26 chiusure su 52 domeniche. E quattro aperture nelle dodici festività annuali. Ma il testo potrebbe ancora cambiare. O, magari, naufragare. Perché se dalla maggioranza M5s-Lega continuano a dirsi convinti che la legge si farà e arriverà in porto (ma magari non entro fine anno come inizialmente previsto), dall’opposizione la visione sembra molto meno nitida. Tanto che in molti ipotizzano che alla fine di questa proposta di legge non se ne farà nulla. E che anche la Lega potrebbe sfilarsi. Ipotesi che però il relatore della proposta, il deputato del Carroccio Andrea Dara, esclude. Per riuscire a capire che fine abbia fatto questa proposta di legge – avanzata come un vero e proprio cavallo di battaglia del M5s – abbiamo parlato con i parlamentari di maggioranza e opposizione che stanno seguendo l’iter di questo provvedimento. Ma partiamo prima dall’ultima versione, quella attualmente in discussione in commissione Attività produttive di Montecitorio, dove dovrebbe proseguire il secondo ciclo di audizioni sul testo con associazioni di categoria, sindacati e soggetti interessati al provvedimento.

Il testo unificato: 26 chiusure domenicali l'anno

Il testo unificato redatto a fine gennaio dal relatore Andrea Dara prevede la chiusura degli esercizi commerciali nelle 12 festività nazionali, con una possibilità di quattro deroghe l’anno su scelta delle regioni. Per quanto riguarda le domeniche, sulle 52 annuali le aperture possibili saranno 26 per ogni esercizio su tutto il territorio nazionale: le date di apertura e chiusura verranno concordate tra regioni, associazioni di categoria e sindacati. Saranno poi le regioni a decidere come distribuire o concentrare le 26 aperture, sulla base delle caratteristiche di ogni singolo territorio (per esempio aperture in estate per chi sta al mare, in inverno per le località montane). Si prevedono poi una serie di deroghe: ai centri storici, ai negozi di vicinato (quelli fuori dal centro storico, con criteri che variano in base alla grandezza dei comuni), alle rivendite di generi di monopoli, agli esercizi interni ai campeggi e ai complessi turistici, nelle stazioni, lungo le autostrade, alle gelaterie e gastronomie. Ma anche per i negozi di arredamento, libri, opere d’arte, stampe, autosaloni e sale cinematografiche. Infine si prevedono sanzioni che vanno dai 10mila ai 60mila euro: in caso di reiterazione la sanzione verrà raddoppiata.

Per la Lega la legge si farà, ma possibili modifiche

Il relatore del testo unico è il leghista Andrea Dara. Che contattato da Fanpage.it innanzitutto smentisce l’ipotesi che il Carroccio voglia affossare il provvedimento. Il testo unico presentato a gennaio “è la sintesi delle sette proposte” presentate e “delle prime audizioni con le associazioni di categorie e sindacati”. Dopo il varo di quel testo è iniziato un nuovo ciclo di audizioni: “Tra aprile e maggio se ne sono tenute 5-6, ne mancano ancora una decina”. L’obiettivo è quello di concludere “prima delle ferie estive”, ma tra dl Crescita e Sblocca cantieri i lavori hanno subito un rallentamento. E si attende che riprendano le audizioni nelle prossime settimane. Il tema rimane “divisivo”, ma questo “lo si sapeva anche da prima”, spiega Dara. Però il problema rimane ed è “concreto”: per questo “bisogna regolamentare meglio il settore”.

Dara smentisce anche la richiesta di rallentamento da parte del leader leghista Matteo Salvini: “Non ho avuto notizie di questo tipo”. Così come il relatore non è a conoscenza di nessun sondaggio interno sulla base del quale gli italiani si dicono contrari. Le audizioni finora svolte hanno comunque fatto emergere alcune criticità, ma “per il momento il testo è tale e quale a quello depositato: ma non era e non è la Bibbia, potrà essere cambiato dopo le audizioni”. Eppure l’ipotesi che la Lega voglia fermare questo provvedimento non è solo fantasia, anche se “al momento non c’è: prima di qualsiasi decisione, comunque, vogliamo ascoltare tutti, anche i sindacati e le associazioni di categoria”. La legge si farà? “Credo di sì”, risponde Dara spiegando che finora non ha “avuto pareri differenti rispetto a gennaio”. Ma sulle tempistiche i dubbi rimangono.

L'ottimismo del Movimento 5 Stelle

L’unico gruppo che sembra convinto di voler andare avanti a tutti i costi è quello del Movimento 5 Stelle. Massimiliano De Toma, deputato che sta seguendo il dossier, spiega a Fanpage.it che il tema è sì “divisivo” ma che l’obiettivo rimane quello di “terminare le audizioni entro la chiusura estiva della Camera”. De Toma si sofferma soprattutto sulle audizioni che hanno dato esito positivo, come quella dell’Anci, l’associazione dei comuni. Ma ci sono anche pareri decisamente contrari, come i centri commerciali. “La Grande distribuzione – prosegue De Toma – parla di licenziamenti, ma dovevano porre prima il problema, quando i piccoli negozi chiudevano. Noi stiamo cercando di riequilibrare il mercato. Quello che si perde si riacquista da altre parti, è un sistema di vasi comunicanti”. Se mai il problema, per il deputato del M5s, può essere quello dell’e-commerce: “Un problema importante ma anche un falso problema, perché aumenta a prescindere dalle chiusure”. E su questo, spiega ancora, “più che un indirizzo italiano serve un lavoro a livello europeo”.

De Toma non nasconde che il M5s partiva da “un’esigenza più forte, ma difficile da portare avanti”. E allora potrebbe bastare il compromesso trovato con la Lega, anche se “abbiamo qualcosa ancora in riserbo”, spiega. L’ottimismo del M5s resta anche sulle tempistiche: “Se tutto va come ci siamo detti entrerà in vigore il primo gennaio 2020”. Ma i tempi sono stretti, tra audizioni, parere delle regioni e approdo in Aula: “È possibile quella data solo se andiamo tutti nella stessa direzione”.

Per il Pd maggioranza prigioniera dell'ideologia

Ma le certezze dei 5 Stelle non sembrano essere condivise dalle opposizioni, a partire dal Pd. Gianluca Benamati spiega a Fanpage.it che secondo lui anche “la maggioranza sta riflettendo su quello che ha fatto”. A preoccupare M5s e Lega sarebbe l’esito delle audizioni: “Le aziende hanno indicato grandi preoccupazioni dal punto di vista occupazionale, i consumatori ci hanno fatto presente come il consumo sia posizionato nel fine settimana. Poi ci sono anche condizioni particolari per i centri commerciali: c’è una levata di scudi complessiva del mondo del commercio”. Altro tema emerso è quello dei lavoratori domenicali: “Il tema, se mai, è la contrattazione tra le parti”. La maggioranza, però, non fa passi indietro per il momento: “Credo che siamo entrati in una fase un po’ ideologica. Sulla nostra proposta molte realtà sociali erano d’accordo, ma credo che la maggioranza sia un po’ prigioniera dell’ideologia”.

Secondo Benamati ora l’unica soluzione è “modificare l’impianto” del testo. La posizione del Pd rimane distante da quella della maggioranza: “Noi ci siamo occupati degli orari cercando di fare una cosa omogenea su tutto il territorio. Consentivamo ai comuni di permettere le aperture su base volontaria per organizzare meglio i loro servizi. interverremmo con un fondo per l’assistenza alla piccola e media impresa. Oggi il tema è che il commercio sta cambiando”. E sui tempi, i dubbi sono tanti, anche se “entro la fine dell’anno qualcosa ci dovrà essere…”, anche secondo il Pd.

Secondo Fdi la maggioranza sta rallentando

Riccardo Zucconi, deputato di Fratelli d’Italia, non nasconde – contattato da Fanpage.it – la contrarietà al provvedimento emersa “dalle audizioni” sul primo provvedimento. Ora il nuovo testo raccoglie comunque molti pareri negativi, spiega ancora Zucconi. Il giudizio delle associazioni “è rimasto negativo, soprattutto per i grandi centri commerciali ma anche i supermercati. Si contesta la strada intrapresa – spiega ancora – non si può raggiungere l’obiettivo facendo chiudere i centri commerciali all’interno dei quali si muovono anche aziende piccole con un vano in affitto”. “Troviamo una maniera più intelligente, meno burocratica, meno complessa”, è l’invito del deputato di Fdi. Secondo cui se si sta facendo una battaglia di principio sui lavori domenicali “si è scelta la strada sbagliata, perché si discriminano i lavoratori di alberghi e ristoranti, per esempio, che la domenica lavorano”.

Secondo Zucconi si doveva puntare ad altro, come una discussione sul “principio di turnazione all’interno delle aziende, magari garantendo alcune domeniche libere al dipendente”. “Se la finalità – prosegue il deputato di Fdi – è penalizzare i grandi centri commerciali per ridare fiato ai negozi più piccoli, anche in questo caso si sta sbagliando. Intanto per via di principio nessuna azienda deve essere penalizzata. Ma poi si sceglie un meccanismo complicato, si buttano dentro tante norme e complicazioni”. Anche l’impressione di Zucconi è quella che “la maggioranza – che era partita molto di slancio – ora stia rallentando e forse non se ne farà nulla”. Alla fine, il deputato di Fdi è scettico su cosa succederà: “Io sono molto dubbiosi che si arrivi a una legge. Il Movimento 5 Stelle è più deciso, ma la Lega qualche dubbio ce l’ha”.

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