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Oggi è il “Giorno del Ricordo” per le vittime delle Foibe

Oggi si celebra il “Giorno del ricordo” delle vittime dei massacri etnico-politici perpetrati in Dalmazia, Venezia Giulia e Istria dalle milizie di Tito. Ecco gli avvenimenti che portarono al terribile epilogo delle Foibe ed alla morte di migliaia di italiani.
A cura di Cristian Basile
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Solo pochi giorni fa, il 27 gennaio, si è celebrata la giornata della memoria per ricordare le vittime dei regimi nazisti e fascisti dell'Olocausto e l'eroismo di quanti rischiarono le loro vite per aiutare i perseguitati. Il tempo di riflettere sulle efferatezze che l'uomo è capace di compiere, di indignarci ancora oggi per quanto successe scongiurando che tragedie simili non accadano mai più, che un'altra giornata ci ricorda, dopo anni di silenzio, l'immane tragedia che colpì le popolazioni italiane dell'Istria, della Dalmazia e della Venezia Giulia tra il 1943 ed il 1947.

Si chiama "Giorno del Ricordo" e si celebra nel nostro Paese il 10 febbraio di ogni anno "al fine – come si legge nel testo della legge che istituisce la ricorrenza – di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. Nella giornata sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. Altresì è favorita, da parte di istituzioni e enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti, in modo da conservare la memoria di quelle vicende".

Ma cosa successe di preciso in Dalmazia, Istria e Venezia Giulia? Bisogna ricordare che prima del XIX secolo, in queste regioni, avevano convissuto pacificamente popolazioni di diverse etnie con differenze di carattere linguistico-culturale e che non avevano fra di loro tensioni dovute ad ancor inesistenti concetti di nazionalità (fonte Wikipedia). Quest'equilibrio però si logorò con l'avvento della Restaurazione e la diffusione in Europa di sentimenti nazionalisti, e che poi si ruppe definitivamente con la Prima Guerra Mondiale.

Le vicende che portarono poi al terribile epilogo delle foibe iniziarano proprio nel 1914, quando fu stipulato il patto di Londra che, in caso di vittoria per l’Intesa nella I Guerra Mondiale, prevedeva, tra l’altro, l’annessione all’Italia dell’Istria e di parte della Dalmazia. Ma il patto non fu rispettato e il presidente americano Wilson, incaricato di tracciare i confini post-bellici nelle ex province asburgiche, non assegnò all'Italia i territori stabiliti dal patto di Londra.

L'opinione pubblica italiana non accolse di buon grado la cosiddetta "vittoria mutilata" tanto che Gabriele D’Annunzio, facendosi interprete del malcontento nazionale, alla testa di un piccolo esercito di volontari, occupò la città di Fiume proclamando la Reggenza del Carnaro (così si chiamava lo stato libero istituito nella cittadina dal poeta-soldato). Successivamente fu il regio esercito italiano, dopo un violento scontro fratricida con il legionari della città, a liberare nuovamente Fiume. Si arrivò così al trattato di Rapallo del 1920, un accordo con il quale l'Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni stabilirono consensualmente i confini dei due Regni e le rispettive sovranità, che dichiarava Fiume città libera ed assegnava all’Italia l’intera Istria e, in Dalmazia, Zara ed alcune isole.

Con l'avvento di Mussolini e la conseguente italianizzazione forzata delle etnie slave presenti, i problemi  e le tensioni dell'area si acuirono ulteriormente. Così 23 anni dopo la firma del trattato di Rapallo, nella notte appena successiva all’armistizio dell’8 settembre 1943, approfittando dello scompiglio venutosi a creare tra le truppe italiane disorientate e, nel contempo, entusiaste di poter finalmente abbandonare il fronte dopo 3 anni di guerra, i miliziani di Tito occuparono, quasi senza colpo ferire, i territori istriano e dalmata.

Il maresciallo Tito, luogotenente di Stalin, riuscì, grazie all’ultima conquista, a realizzare il progetto di Grande Jugoslavia, che poteva estendersi così fino ad i suoi confini “naturali”. Immediatamente cominciò la caccia all’italiano, visto dagli slavi come un invasore da eliminare e istituendo il Tribunale del popolo, per legalizzare in qualche modo i brutali omicidi commessi. Per quanto riguardava le uccisioni, le esecuzioni consistevano nel legare tra loro i prigionieri italiani con del filo di ferro dopo di che venivano messi in fila sull’orlo delle foibe: in questo modo una volta ucciso e precipitato il primo della fila, gli altri venivano trascinati nel baratro.

Dopo molti giorni di omicidi indiscriminati, i tedeschi, con l’operazione “Nubifragio”, riuscirono a sottrarre all’occupazione di Tito l’Istria e la Dalmazia, mettendo fine,almeno per il momento, al massacro. Gli italiani sopravvissuti acclamarono i soldati nazisti come salvatori anche se in realtà, liberare gli italiani, non era certo l'intenzione dei tedeschi che invece riunirono le terre conquistate ribattezzandole Adriatisches Kustenland e annettendole al Reich. Nonostante però la dominazione germanica sulla regione non fosse proprio una benedizione, quando ormai sembrava scontata la sconfitta della Germania nella II Guerra Mondiale, la popolazione italiana cominciò a temere che il maresciallo Tito avrebbe preceduto gli alleati nella liberazione del litorale nord-adriatico. Il timore divenne cruda realtà all’inizio del maggio del 1945, quando le truppe di Tito, ripresero possesso dell’intera regione. Immediatamente ricominciarono le persecuzioni e di nuovo gli italiani di Istria e Dalmazia furono costretti a vivere nella paura di vedere le loro famiglie prelevate ed infoibate dagli slavi.

Nel giugno del 1945 con la linea "Morgan", che divise la regione in due zone (una sotto il controllo degli alleati ed una dei titini), l’occupazione militare Jugoslava si concluse, almeno in parte. Per gli abitanti della zona sotto controllo jugoslavo, però, le efferatezze non erano ancora finite, anche in vista della slavizzazione che sarebbe stata applicata di lì a poco ai loro danni. Per questo, iniziò un lento ma inesorabile esodo che sottrasse così alla morte 350000 persone, accolte dalla madrepatria. Il bilancio delle vittime fu, comunque, altissimo: solo dal 1943 al 1947 gli "infoibati" furono almeno 10000.

Vittime per molto tempo dimenticate dal mondo e dalla storia, delle quali non parlavano fino a poco tempo fa nemmeno i libri scolastici ma che ci ricordano oggi, dopo la giornata della memoria, un'altra pagina orribile e neanche troppo lontana nel tempo, della storia europea, per ricordarci che mai bisogna abbassare la guardia e che l'odio razziale e l'intolleranza sono minacce dalle quali guardarsi bene ancora oggi.

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