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Campi Flegrei

Ai Campi Flegrei c’è magma fino a 20 km di profondità: nuovo studio svela segreti della caldera

Nuovo studio dell’Ingv sui Campi Flegrei: utilizzata la tecnica della tomografia magnetotellurica tridimensionale.
A cura di Pierluigi Frattasi
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Ai Campi Flegrei c'è magma almeno fino a 20 km di profondità. Lo rivela un nuovo studio scientifico dell'Ingv, l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, che ha svelato nuovi segreti della caldera dei Campi Flegrei, il sistema vulcanico situato a Nord-ovest della città di Napoli. Le immagini ottenute forniscono una visione della struttura interna dei Campi Flegrei, migliorando la comprensione dei meccanismi che governano il vulcano. Lo studio, dal titolo  ‘3D magnetotelluric imaging of a transcrustal magma system beneath the Campi Flegrei caldera, southern Italy’, è stato condotto da un team di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), in collaborazione con l’Università di Oxford, il Trinity College di Dublino e l’Università di Monaco di Baviera ed è stato appena pubblicato sulla rivista Nature Communications Earth & Environment.

Come hanno fatto gli scienziati ad arrivare a questi risultati? Utilizzando una nuova tecnica di indagine: una nuova tomografia magnetotellurica tridimensionale che ha fornito una immagine della struttura interna della caldera dei Campi Flegrei fino a 20 km di profondità, una soglia mai investigata prima. Questo studio fornisce informazioni dettagliate sull’intera struttura della caldera, compresa la sua parte sommersa, offrendo nuove informazioni cruciali sui processi magmatici che regolano il sistema vulcanico.

Roberto Isaia, ricercatore dell’INGV e primo autore dello studio, ha dichiarato:

“I Campi Flegrei possono rappresentare un rischio naturale a causa della potenziale capacità di generare eruzioni. Per questa ragione è fondamentale un'accurata e costante comprensione della loro dinamica interna. A tal fine, il nostro studio è stato condotto con l’obiettivo di ricostruire l'architettura interna del sistema magmatico del vulcano fino a 20 km di profondità, identificando la posizione e le caratteristiche delle zone di accumulo di magma per comprenderne meglio i meccanismi di trasferimento attraverso la crosta terrestre".

Le tecnica della magnetotellurica: come funziona

Per raggiungere questi obiettivi, i ricercatori hanno utilizzato la magnetotellurica (MT), una metodologia geofisica che misura le variazioni naturali dei campi elettrici e magnetici per ricostruire la resistività elettrica, un parametro fisico del sottosuolo molto sensibile alla presenza di fluidi di diversa natura, inclusi quelli magmatici. Grazie all’inversione 3D di dati elettromagnetici, il team è riuscito ad identificare zone di accumulo e trasferimento del magma. I risultati ottenuti mostrano zone compatibili con la presenza di materiale parzialmente fuso corrispondente a volumi con bassa resistività elettrica, e canali di risalita che potrebbero facilitare il trasferimento di magma e gas attraverso la crosta.

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“L’immagine tomografica è stata ottenuta grazie a un’analisi avanzata dei dati, processati con tecniche di modellazione numerica all’avanguardia”, aggiunge Antonio Troiano, ricercatore INGV e co-autore dello studio. “La capacità di rilevare zone con caratteristiche fisiche differenti fino a 20 km di profondità è un significativo passo avanti nella definizione del sistema magmatico flegreo e delle possibili vie di risalita per il magma e per i fluidi vulcanici”.

“Indagare i Campi Flegrei non è stata solo una sfida scientifica, ma anche logistica e tecnologica. L’area è densamente abitata e soggetta a forti interferenze elettromagnetiche di origine antropica, che rendono l’acquisizione dei dati un’impresa complessa. Abbiamo sviluppato protocolli di acquisizione innovativi per garantire dati di alta qualità nonostante il contesto urbano”, sottolinea Maria Giulia Di Giuseppe, ricercatrice INGV e co-autrice dello studio.

L’attuale fase di unrest dei Campi Flegrei e le preoccupazioni connesse rendono questa ricerca di estrema attualità. “Comprendere l’architettura interna del vulcano”, spiega Roberto Isaia, “è essenziale per valutare i processi in atto e fornire indicazioni utili alla comunità scientifica e alla gestione del rischio”. I risultati ottenuti dal team di ricercatori rappresentano un passo in avanti per lo sviluppo di modelli predittivi più accurati e un tassello fondamentale in un quadro di monitoraggio sempre più raffinato.

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