Mazzette sui certificati di morte, impresario funebre dal carcere ai domiciliari

È stato scarcerato per motivi di salute, e sottoposto agli arresti domiciliari, il titolare di una nota impresa funebre napoletana, tra i 69 arrestati dell'inchiesta sui certificati di morte firmati dai medici dell'Asl senza fare accertamenti e analisi e in cambio di soldi. L'imprenditore è difeso dagli avvocati Matteo De Luca e Anna Catapano. Ieri il Tribunale del Riesame ha disposto l'attenuazione della misura cautelare, e non la revoca, e non la revoca, ritenendo sussistente il pericolo di inquinamento delle prove, sul quale i due legali hanno annunciato ricorso in Cassazione.
L'inchiesta era deflagrata lo scorso 11 marzo e aveva coinvolto quasi tutte le imprese funebri napoletane: secondo quanto ricostruito dagli inquirenti i certificati di morte e i prelievi di Dna (necessari per la cremazione) venivano firmati da medici compiacenti (anche loro indagati e raggiunti da misura cautelare) che, nei fatti, non effettuavano le constatazioni dei decessi. Si trattava, secondo gli inquirenti, di un sistema ben rodato, che veniva messo in atto con medici del distretto sanitario 24 dell'Asl Napoli 1, quello di via Chiatamone. Ed era venuto fuori anche una sorta di tariffario: 50 euro per un certificato di morte, 70 per quello del Dna.
Dalle indagini è inoltre emerso che un medico avrebbe firmato anche la certificazione utile per ottenere dei contrassegni per il parcheggio disabili, chiedendo in cambio somme fino a 300 euro. Nel corso delle indagini i carabinieri avevano anche sequestrato dei test per il Dna in dotazione dell'Asl Napoli 1 e che, invece, erano nelle disponibilità di impresari delle agenzie funebri.