Trovano monete antiche dal valore di 4 milioni di euro: “A loro spetta la metà della cifra”

Sono trascorsi più di cinque anni da quando una brocca in pietra ollare del V secolo dopo Cristo è spuntata dal sottosuolo del centro di Como. Al suo interno erano custodite mille monete d'oro, risalenti all'epoca degli imperatori Onorio, Valentiniano III, Leone Primo, Artemio e Lidio Severo, in perfette condizioni. Dopo una lunga battaglia legale, il Consiglio di Stato ha stabilito che a Officine Immobiliari, la società che detiene dell'area in cui il Tesoro di Como è stato rinvenuto, spetta un quarto del valore del bottino in quanto proprietari del terreno e un altro quarto in quanto scopritori.
L'inizio dei lavori e il parere della Sovrintendenza
La storia inizia il 26 gennaio del 2016 quando Officine Immobiliari acquista il compendio immobiliare dell'ex Teatro Cressoni per ristrutturare i muri esterni e realizzare un complesso abitativo privato. Gli scavi iniziano due anni più tardi.
Poiché l'area è considerata "a rischio archeologico", la proprietà coinvolge la Sovrintendenza per i Beni archeologici della Lombardia. L'amministrazione conferma l'interessa e il Ministero impone che "tutte le opere di scavo dovranno avvenire con controllo di operatore archeologico".
La scoperta del tesoro

In effetti, gli scavi portano alla luce mosaici, capitelli e anche qualche scheletro. Fino al 5 settembre del 2018: tra la terra smossa, appare la brocca strabordante di monete d'oro. Al momento il valore è stato stimato intorno ai 4 milioni di euro, ma questo dovrà essere quantificato più avanti.
Secondo il Ministero, a Officine Immobiliari doveva essere corrisposto il 9,25 per cento del valore totale. L'azienda, però, appellandosi all'articolo 92 del Codice dei Beni culturali si è opposta sostenendo che in caso di ritrovamento di un reperto, il riconoscimento ai proprietari dell’immobile è di un quarto del valore.
La decisione del Consiglio di Stato
Il collegio presieduto da Giancarlo Montedoro ha accolto il ricorso presentato da Officine Immobiliari, ma non solo. All'azienda va riconosciuto anche il fatto di aver svolto direttamente l'attività di scavo, "seppur attraverso la materiale esecuzione da parte di soggetti e macchinari incaricati". Per questo motivo "il conseguente ritrovamento non può che imputarsi direttamente alla stessa società, titolare del bene e delle attività in essere".
Officine Immobiliari, dunque, dovrà ricevere il 25 per cento del valore del tesoro in quanto proprietaria dell'area del ritrovamento e un altro 25 per cento in qualità di scopritore del reperto. Alla somma totale, che potrebbe aggirarsi intorno ai 2 milioni di euro, non andrà applicata la ritenuta alla fonte a titolo di imposta perché "non si tratta di un premio per una vincita rimessa alla sorte"