Femminicidi e patriarcato, il grido di Milano: “Quante ancora di noi devono morire?”

Di fronte alla notizia degli ennesimi femminicidi, centinaia di ragazzi e ragazze a Milano hanno aderito alla chiamata del movimento “Non una di meno” per dire no alla violenza di genere.
A cura di Chiara Daffini
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"Quante ancora di noi devono morire?". È la domanda, urlata eppure irrisposta, che esce dai megafoni delle ragazze e dei ragazzi in corteo a Milano per dire basta alla violenza di genere. Un presidio, organizzato dal movimento Non una di meno, che ha radunato davanti all'Università Statale centinaia di giovani, arrivati poi all'ingresso del Tribunale in corso di porta Vittoria.

"Quando abbiamo sentito la notizia degli ennesimi femminicidi – spiega Chiara, 24 anni, tra le organizzatrici – abbiamo avvertito l'urgenza di far sentire la nostra voce, a maggior ragione perché le ultime vittime erano studentesse come noi. Quindi ci siamo sentite con le compagne di Non una di meno e abbiamo lanciato questa iniziativa davanti all'Università".

Le voci di ragazze e ragazzi

"Mi spavento – continua la ragazza – perché so che tra le vittime potrei esserci io, come potrebbe esserci la mia compagna di corso, la mia amica e sento anche di quanto siano giovani i perpetratori di queste violenze, quindi quello che vorrei è che l'educazione al consenso, all'affettività e alla sessualità partisse sin da subito alle scuole elementari, alle scuole medie e anche nelle università".

"Mi è capitato – dice ancora – di assistere a relazioni disfunzionali, tossiche, direi di possessività, in cui le donne venivano viste come l'oggetto dell'uomo. E purtroppo in questi casi spesso si tende a colpevolizzare la vittima, che invece non è colpevole di non riuscire a uscire da una relazione tossica. Colpevoli sono sicuramente altri: sono quelli che non mettono i fondi nella prevenzione alla violenza di genere e nei centri antiviolenza, e la cultura dello stupro che non viene combattuta".

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"Mi sento di essermi costruita in un certo modo un ambiente protetto – dice una delle tante ragazze presenti in corteo -, quello che viene definito come “safe space”, però nel momento in cui faccio un passo al di fuori, in contesti non protetti come possono esserlo la famiglia o un luogo di lavoro, sento queste magari anche piccole discriminazioni che però vengono non solo fatte, ma reiterate".

"Quando accadono certe cose provo sempre un grande senso di vergogna e di colpa – dice Giorgio, 24 anni -, perché sento di essere anch'io figlio di questo stesso sistema. Tante volte magari mi sono sentito a disagio in un gruppo di amici riguardo a determinate cose [che facevano o dicevano sulle donne] e non ho fatto abbastanza. Quello che mi interessa fare adesso è cercare di migliorare ogni giorno".

"Secondo me – osserva Yuri, 26 anni – è fondamentale ricordarsi che ogni singola persona tra le nostre amiche, tra i nostri amici, può essere coinvolto in questi casi di violenza di genere ed è fondamentale rendersi conto che chi uccide una donna o la maltratta non è mai un mostro alieno, ma potrebbe essere una delle persone che incontriamo a calcio, a scuola, per strada. L'aver iniziato a informarmi un po' di più e capire meglio nei singoli dettagli cosa può essere patriarcato mi ha aiutato a smontare questa idea che tante persone hanno di “cosa arcaica”. È facile pensare che sia una cosa vecchia e che sia bastato dare il voto alle donne".

"Il patriarcato è un problema che riguarda non solo atteggiamenti nei confronti delle ragazze – precisa Leonard, 24 anni – ma anche il modo di vivere se stessi. Per esempio per un maschio è molto più difficile esprimere la propria sensibilità e la propria emotività attraverso il pianto, perché è sempre la stessa cultura patriarcale che impone a noi maschi di apparire virili".

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