Il cantautore Folco Orselli: “Milano? Sempre più città per ricchi, dovrebbe occuparsi della felicità delle persone”

Folco Orselli, milanese doc, cantautore, classe 1971, che Fanpage.it incontra oggi, già da ragazzo cantava e suonava chitarra e pianoforte. La sua partenza artistica è stata col botto: nel 1995 con il duo Caligola partecipa al Festival di Sanremo, nella categoria giovani. Nel 1996, il suo primo album Il sole che respira e una partecipazione come band di apertura del tour di Tina Turner e dello Spirito Divino Tour di Zucchero.
Un battesimo con i fiocchi.
Sì, direi di sì. È stata una bella partenza. Una partenza che mi ha fatto capire tante cose. Per esempio, che la discografia vive di alcune regole che vanno al di là della musica soltanto. Mi sono un po' bruciacchiato con l'esperienza sanremese: è stato interessante, però dietro le quinte ho visto un clima molto teso. Ci sono interessi in gioco molto grandi: è stato tutto un po' strano.
Noi siamo arrivati penultimi, ma non importa. Usando una battuta, potrei dire che a San Vittore si respira un clima più tranquillo. Tremendamente interessante è stata l'esperienza, invece, con Tina Turner e Zucchero. Abbiamo messo su una grande band con grandi musicisti: Walter Calloni, Stefano Cerri (che purtroppo non c'è più), solo per citarne alcuni. Eravamo in 8 e abbiamo fatto un bellissimo tour e devo dire che lo porto ancora nel cuore. Sia quello con Zucchero, che quello con Tina Turner.
Che cosa significa essere un cantautore milanese, oggi?
Vuol dire, secondo me, andare oltre l'aspetto puramente musicale. Credo che ci sia bisogno d'impegno, di un impegno civile, in qualche modo. Sono un po' nauseato dall'emergere solo di questo "io": la mia ricerca, le mie cose, ecc. Certo, l'arte è sempre importante, ma c'è bisogno di un impegno più ampio.
Il mio impegno, il mio lavoro, è molto legato ad alcuni progetti che sto facendo con le periferie, con i giovani, artisti e non (BluesinMi, ndr). Per quanto riguarda l'aspetto artistico, mi piace, come sempre, raccontare i cambiamenti che avvengono in questa città attraverso le storie delle persone.
Perché un luogo lo fanno le persone, non le mura e i grattacieli, anche se, in questo versante, ci sono state accelerazioni improvvise da parte di Milano che, d'altra parte, ha anche la responsabilità di essere la città che muove un po' tutta l'Italia e quindi ne incarna difetti e pregi.
Il cantautorato milanese giovane dove è finito? O non è mai iniziato, lasciando spazio a rapper e trapper vari?
Io questo lavoro lo sto facendo con tanti ragazzi. Le forme che hai citato tu sono forme moderne. A me poi interessa molto l'aspetto testuale e, anche qui, si è un po' perso l'aspetto poetico della canzone per arrivare a un iperrealismo che, molto spesso, è anche di facciata.
Non voglio fare di tutto l'erba un fascio, ma il mainstream milanese, in questo momento, è più legato a un'estetica più che ad un'etica musicale. Però è anche vero che, anche se noi diamo sempre dei nichilisti a questi ragazzi, questo modo moderno di raccontare è un modo imitativo di raccontare, in quella forma, il loro disagio.
Molto spesso hanno degli stilemi, anche nei testi, che sono di quel tipo lì. Sovente lo fanno per emulazione "perché si fa così". Ma loro non vivono esattamente le cose che dicono (armi, soldi, donne trattate in un certo modo…). È che funziona così e loro lo fanno. Si è persa un po' la ricerca dell'artista che si stacca dal branco e cerca in un'altra direzione. Ma io sono fiducioso che questa cosa tornerà.
Tanti album punteggiano la tua carriera. Ma, nella tua carriera, la parola chiave è "progetto". Senza progetti, Folco Orselli che cosa sarebbe?
È una domanda difficile, a cui non saprei bene come rispondere. Per me il progetto è vitale. Viene da dentro. È vitale per ampliare l'aspetto artistico e musicale. I progetti sono i miei pensieri, come vedo il mondo e come posso, nel mio piccolo, migliorarlo. Progettare significa anche scoprire, imbarcarsi in operazioni che sai da dove partono e non sai dove arrivano. Ma, nel frattempo, il viaggio arricchisce me e spero possa arricchire anche chi ne fa parte e quindi le persone che coinvolgo: i giovani, gli artisti, i luoghi in cui rappresento questi soggetti che si portano avanti.
Nel 2013/2014 hai creato insieme a Carlo Fava e Claudio Sanfilippo "Scuola Milanese" con 24 appuntamenti tematici sulla città di Milano, a cui hanno partecipato più di 100 ospiti di spicco (Pisapia, Boeri, Gillo Dorfles, Ornella Vanoni…). Ecco, Folco che rapporto hai con Milano?
Quella che hai citato, è stata un'esperienza per cercare di indagare attraverso le voci e i protagonisti di vario tipo (sport, arte, cinema, poesia, università). Il mio rapporto con Milano è sempre di curiosità per un continuo cambiamento. Bisogna indagarla continuamente. Quelli che hai citato, sono stati tre anni meravigliosi in cui abbiamo capito che la milanesità è un aspetto peculiare del nostro essere milanesi. La "scuola" milanese ha una caratteristica particolare: unire poesia e pensiero alla musica, al jazz, al blues. Insomma, abbiamo capito che siamo profondi in quel senso.
Quindi, la Milano che vorresti, come dovrebbe essere?
Dovrebbe essere più a misura d'uomo, di vita, di persone. In questo momento, mi sembra abbastanza furiosa nei suoi cambiamenti. Sta diventando una città escludente ed esclusiva. Sappiamo tutti cosa vuol dire vivere in affitto a Milano, in particolare per giovani e ragazzi.
Sta diventando una città per ricchi e questo non mi sembra giusto. Buttando fuori e sempre più lontano coloro che hanno uno stipendio medio. Ormai con 1500 euro, che rappresentano uno stipendio medio, è difficilissimo, se non impossibile, vivere a Milano.
Questo non mi piace, per nulla. Forse il mercato vive di regole proprie ed è difficile governarlo, però i nostri governanti, come prima cosa, dovrebbero occuparsi solo di questo, delle condizioni in cui una persona sopravvive. Non è bello sopravvivere in una città, bisognerebbe riuscire a viverci. Poi, è vero che a Milano ci sono tantissime belle cose. Io dico "All you can week": tutte le settimane, c'è una week diversa. Va bene, ok, interessante. Ci stiamo, però dimenticando un po' del fattore umano. Bisognerebbe occuparsi di più della felicità delle persone. Milano dovrebbe fare questo.
Il tuo album "BluesinMi, volume 1", apre un percorso musicale attraverso le periferie milanesi. Nel novembre scorso, è stato presentato il secondo album, "BluesinMi, vol. 2", allo Spirit de Milan, nel quartiere Bovisa, una delle periferie simbolo del capoluogo lombardo. L'obiettivo di questo progetto, pluriennale, è aiutare attraverso la musica, la cultura, l'arte, lo sport, i giovani delle periferie milanesi?
Certo. È fare la propria parte, come ci ha lasciato detto Piero Angela. Ognuno deve farla. Quello che ho immaginato io, è stato di dare una mano ai ragazzi. Cercare di raccontare che la felicità si trova dentro loro ovvero individuare la propria passione, la propria inclinazione. Io sto lavorando con i giovani artisti perché mi servono da esempio per tutti gli altri.
L'artista è costretto a ricercarsi, a migliorarsi, ad avere una visione della propria vita perché poi insegue il suo sogno. BluesinMi, in realtà, è un po' questo: cercare di far capire ai ragazzi che c'è ancora il futuro di una volta. Sembra che, un tempo, tutto sia stato migliore. Invece no: dipende solamente dalla tua passione, lavora sulla tua passione.
Una volta si diceva: se individui la tua passione, non lavorerai un giorno nella vita. Questo è "BluesinMi – quartieri identità di Milano", nella sua idea generale. Poi decliniamo delle performances che vengono riprese, costruite dai ragazzi, insieme a noi. Mettiamo insieme diversità di quartieri, di culture, diversità di stili artistici. Cerchiamo di dimostrare che si può ancora immaginare un futuro ed essere felici.
Andiamo, inoltre, nei quartieri, nelle scuole, nelle università a raccontare questo, con i testimonial, che fanno parte del film. È un viaggio anche per me, è un continuo approfondimento e ricerca del lavoro che, da tanti anni, sto facendo su questa città.
Se Folco Orselli fosse il Sindaco di Milano, quali sono i primi tre provvedimenti che prenderebbe?
Primo: cercherei di incentivare la creazione degli spazi, da parte delle associazioni. Starei più vicino alle associazioni di quartiere, che conoscono bene i problemi. I ragazzi hanno bisogno di spazi dove confrontarsi, dove creare, dove cercare di scambiarsi idee e storie perché abbiamo un passato molto comune, anche se alcuni vengono da altre culture. Bisogna capire che cosa ci accomuna. Questo lo si può fare attraverso il dialogo.
Ci vorrebbero molti più spazi, dove si possano sviluppare idee. Secondo provvedimento: porto l'esempio dello Spirit de Milan. Era una vecchia vetreria abbandonata che, in modo illuminato, è stata presa da Luca Locatelli, che ha creato un posto meraviglioso, sempre pieno di gente, che va a vedere spettacoli, che va a ballare swing.
Questo, per dire che bisognerebbe mappare i luoghi, vecchi e abbandonati e metterli in relazione con imprenditori, gente che abbia idee per sviluppare nuovi luoghi di aggregazione e di spettacolo. Terzo provvedimento: tentare di calmierare il prezzo degli affitti per i ragazzi, per i giovani. Non so come si possa fare: Milano deve essere una città attrattiva, una città universitaria. Facciamo venire i giovani qui, cerchiamo di trovare un modo per creare un housing sociale. Abbassare i prezzi degli affitti significherebbe popolare la nostra città di gioventù.
Infine, qual'è il sogno nel cassetto di Folco Orselli, uomo e cantautore?
Uomo e cantautore s'intrecciano e si alternano. Di sogni, ne avrò tanti, da qui in poi. Per ora, è quello di riuscire a portare a termine il progetto di BluesinMi, che è veramente difficile, dal punto di vista della produzione ed elaborazione. Lavorare, facendo cinema e producendo tutti questi eventi, presuppone un aspetto economico molto importante: infatti sono sempre sballottato tra bandi, fondazioni, aziende, che vogliono investire in "corporate social responsability".
Il mio sogno, ora, è di riuscire a chiudere questi cinque episodi, di cui è composto il progetto. Siamo a quota 2, a settembre produrremo il terzo e ne mancheranno ancora due. Credo che ci vorranno ancora un po' di anni, due o tre, se tutto va bene. La mia voglia, in questo momento, è di declinare il "noi" , la comunità, la gente.
Attualmente, rifuggo un po' dall' io: mi sento molto stretto, in quest'ottica, per cui spero di trovare ancora idee, progetti che mi permettano di fare la mia parte. Ne ho alcuni già in cantiere, che svilupperò appena finito BluesinMe. Mi piacerebbe proporre a una rete televisiva uno show che riguardi gli artisti, i musicisti (ma non solo) che in questi momenti sono in giro per i club a farsi un mazzo tanto, ma non riescono ad assurgere alla popolarità, nonostante facciano, per esempio, della musica bellissima.
Mi piacerebbe quindi immaginare una trasmissione televisiva, con protagonisti tanti cantautori che conosco benissimo, per far vedere alla gente che non esiste solo quello che ci passa il convento (Sanremo, le radio, ecc.), ma che c'è tutto un mondo di cui ci si potrebbe innamorare. È sempre un declinare un "noi" e non un "io".