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Per la prima volta l'Ispra ha analizzato la pressione venatoria sull’avifauna italiana dal 2017 ad oggi. Il quadro che emerge dal Report conferma la predilezione dei cacciatori per alcune specie come il tordo bottaccio, di cui nella sola stagione 2022-2023 sono stati abbattuti oltre 2 milioni di esemplari, e come in tutte le stagioni precedenti il germano reale e l'alzavola risultano gli uccelli acquatici più cacciati. Il report, però, più che mostrare la pressione venatoria sull'avifauna ha rivelato un dato decisamente più preoccupante: l'assenza quasi totale di rilevazioni sull'attività venatoria da parte delle Regioni.

Amministrazioni che hanno fornito i dati (Fonte: Ispra)
L'analisi dei dati relativi al numero di abbattimenti di ciascuna specie cacciabile è però solo un requisito minimo. Per poter effettuare una rilevazione quanto più reale dell'impatto dell'attività venatoria sono necessari altri criteri, come il metodo usato per cacciare. Questo, però, come altri dati fondamentali non vengono raccolti dalle amministrazioni regionali. Negli anni il numero di amministrazioni che hanno fornito all'Ispra i dati richiesti ha visto un discreto incremento, ma in diversi casi non risulta chiara nemmeno la percentuale di tesserini analizzati sul totale dei tesserini venatori rilasciati nel corso di ciascuna stagione venatoria.
Raggiunto da Fanpage.it, il responsabile del servizio coordinamento fauna di Ispra, Piero Genovesi, spiega: "Molte Regioni analizzano solo una parte dei tesserini venatori, e quindi i numeri che abbiamo non sono completi, e non tutte le Regioni forniscono i dati. Avere numeri più completi e accurati però ci permetterebbe di dare indicazioni più precise per una corretta gestione venatoria che sia realmente sostenibile".
Cosa è emerso dalla rilevazione?
Il report analizza i dati dei tesserini venatori e quindi fornisce una fotografia il più possibile accurata dello stato di quanti uccelli vengono abbattuti in Italia dalla caccia. Questi numeri probabilmente sono gli stessi di sempre, la differenza è che riusciamo ad avere una fotografia un po' più accurata rispetto al passato. Lo scopo era registrare il numero di animali che vengono abbattuti durante caccia. Quello che chiediamo è che questi dati diventino sempre più accurati.
Solo la Regione Campania ha trasmesso all'Ispra i propri dati per tutte le stagioni venatorie analizzate, all'estremo opposto c'è l'Umbria che non l'ha mai fatto, e in mezzo moltissime amministrazioni che fanno una rilevazione parziale. Nel tempo avete notato una maggiore contribuzione?
Sì, la situazione è molto migliorata. Inizialmente solo poche Regioni ci davano i dati, nel corso degli anni la percentuale è aumentata. I tesserini in molti casi vengono ancora raccolti in via cartacea, per cui l'analisi dei contenuti richiede alle amministrazioni stesse un notevole impegno, fortunatamente molte Regioni stanno passando a un sistema elettronico che permette una lettura automatica. Il problema quindi non è solo quello di fornire i dati, ma anche l'acquisizione e l'analisi di queste informazioni da parte delle stesse Regioni. Speriamo che il miglioramento prosegua in modo da avere numeri più esaustivi e più completi di quelli che riusciamo ad avere adesso.
Perché raccogliere questi dati?
Ci permettono di avere un quadro chiaro dell'impatto della caccia. Se avessimo dati più completi sul numero di animali abbattuti potremmo stimare meglio l'effetto della caccia e quindi dare anche indicazioni più accurate su come ridurre gli impatti negativi.
Alcune specie, come la tortora selvatica, pur trovandosi in uno stato di conservazione sfavorevole, sono rientrate tra le specie cacciabili. Questo non ne comprometterà la ripresa?
L'Unione Europea ci sta spingendo ad andare verso un sistema in cui si facciano dei piani di gestione per ogni specie, con gli interventi necessari di cui fanno parte, ad esempio, il miglioramento dell'habitat, di modulazione del prelievo, di regolamentazione nelle zone nei periodi più delicati. Una gestione compatibile con la conservazione delle popolazioni, però, richiede dei dati più accurati, per cui per la torta come per altre specie avere informazioni più accurate può permettere di tarare meglio le scelte gestionali.
Cacciatori e conservazione della biodiversità sono spesso visti come antagonisti, è sempre così?
No, i cacciatori possono essere dei fruitori di un bene naturale in modo compatibile con la conservazione, esistono anche progetti nei quali i cacciatori hanno svolto un ruolo attivo e positivo, penso al progetto Life Perdix che abbiamo completato da poco che è stato fatto insieme a Federcaccia e ha permesso di recuperare una sottospecie che era scomparsa. L'importante è incoraggiare l'attività venatoria verso forme che possono concorrere alla conservazione della biodiversità, ma soprattutto che siano poi sostenibili. Soprattutto in Italia, l'attività venatoria dovrebbe rispondere a un principio di sostenibilità visto che la tradizione è molto concentrata sulle specie migratrici, e la gestione di queste è più complessa rispetto alle stanziali.
C'è poi però un altro mondo oltre a quello venatorio: il bracconaggio. Essendo un fenomeno criminale è difficile da rilevare, ma è possibile stimare l'impatto del bracconaggio sull'avifauna?
È difficile stimarlo perché per definizione un'attività illegale. Abbiamo dati che indicano che ancora oggi il bracconaggio è presente in molte aree del paese, ma anche lì sono stati fatti progetti. Ad esempio, in collaborazione con il CUFA (Comando unità forestali, ambientali e agroalimentari) è stato redatto un piano nazionale per la riduzione del bracconaggio. Sono in atto sforzi per cercare di ridurre gli effetti di questa pratica inaccettabile.
Può avere un peso sui numeri delle popolazioni oppure si tratta di un fenomeno trascurabile?
È difficile dirlo perché non abbiamo dei numeri chiari, per cui non riusciamo a monitorarne gli impatti sulle popolazioni. In alcuni paesi è evidente che sia molto rilevante, però non abbiamo dati certi per poterne stimare il reale effetto.
Perché è necessario preservare la biodiversità dell'avifauna?
Viviamo in un momento di forte crisi della biodiversità, molte specie di uccelli, per esempio nel nord Italia, stanno diminuendo a ritmi vertiginosi. Negli ultimi decenni ci siamo resi conto che proteggere la funzionalità e la ricchezza degli ecosistemi serve a mettere in sicurezza la natura e indirettamente anche la nostra vita, per cui gli impegni che abbiamo preso su scala internazionale per arrestare la perdita di biodiversità servono proprio per mettere in sicurezza la natura, ma anche lo sviluppo delle nostre comunità. Per farlo è importante preservare tutti gli anelli che compongono l'ecosistema. Questo non vuole dire agire solo attraverso una protezione totale, uno sfruttamento sostenibile è compatibile con gli obiettivi, però deve essere basato su dati certi e su un utilizzo ragionevole di ogni risorsa naturale.