UN PROGETTO DI
video suggerito
video suggerito
26 Febbraio 2025
11:14

Perché ho scelto di fare volontariato in canile e come ho scoperto che lì dentro non c’è solo dolore ma tanta amicizia

Come tanti pensavo che entrare in un canile avrebbe significato per me vivere un'esperienza importante ma che potesse causarmi dolore nel vedere i cani abbandonati senza una famiglia o una persona di riferimento. In realtà ho scoperto che dedicare loro del tempo significa creare dei veri e propri rapporti di amicizia e scoprire che non c'è solo dolore in certi rifugi ma vere e proprie occasioni di stringere legami tra cani e persone.

74 condivisioni
Immagine
Hiro, Pastore Tedesco che vive nel rifugio "L’emozione non ha voce" a Napoli

Ho scelto di adottare Frisk, il meticcio con cui condivido la vita, con il chiaro intento di volere accanto un amico che avesse bisogno di trovare una famiglia di riferimento. Mi sono subito rivolta al mondo delle adozioni, non volendo acquistare un animale e pensando che ci sono tantissimi cani alla ricerca di una casa nei canili italiani o nel mondo delle associazioni che se ne occupano.

Nove anni fa lui è arrivato nella mia vita da Palermo a Genova, dove vivevo, tramite un contatto diretto con una coppia che aveva trovato quel cucciolo da solo in mezzo alla strada. Frisk da quel momento ha completamente cambiato la mia visione del rapporto tra esseri umani e cani, andando a scoprire tante sfaccettature di come viene concepito nel nostro Paese. Sono infatti venuta in contatto sempre di più con le tante persone che fanno volontariato nei canili e nei rifugi di tutta Italia, grazie principalmente anche al mio lavoro – la giornalista – e alle specializzazioni che ho preso nel corso degli ultimi anni, ovvero diventando ‘esperta in etologia canina' e istruttrice cinofila con approccio cognitivo zooantropologico.

Quella che era una naturale propensione verso gli animali in generale e i cani in particolare, infatti, con la presenza di Frisk si è trasformata nel desiderio di avvicinarmi a questi ultimi con la dovuta conoscenza che si dovrebbe riservare a una specie che ci è accanto da migliaia di anni ma di cui, poi, poco sappiamo realmente nella vita quotidiana tra ‘proprietario' e cane.

A parte studiare sentivo anche che volevo fare qualcosa di concreto. C'era un ‘però', però, e lo ammetto: ero anche io, come tante persone che vorrebbero darsi da fare, impaurita dall'idea che i canili fossero dei luoghi orribili dove recarsi. Nell'immaginario comune si pensa a questi luoghi come posti che causano come effetto collaterale quello di non riuscire poi a sopportare il dolore dei soggetti rinchiusi nei box e mediamente condannati a un ‘fine pena mai'.

La prima volta in assoluto che sono entrata in un canile è stato a Genova, al Municipale che si chiama "Monte Contessa". Il mio battesimo è stato fortunato, sicuramente. Mi sono infatti ritrovata all'interno di una struttura dove gli operatori, i volontari e gli educatori cinofili avevano una cura attenta e delicata nei confronti dei cani. Sempre nella Superba, poi, ho scoperto però qualcosa di davvero importante  soprattutto quando sono stata al rifugio Buoncanile. Creato da tre donne, tutte educatrici cinofile, lì ho imparato grazie a loro qualcosa di davvero fondamentale per una neofita: in canile c'è da pulire, certo, e dare la pappa a tutti ma la cosa più impattante per i cani è investire il tempo nel rendergli le ore meno ‘dure' di quanto necessariamente sono per chi, dentro un box, non ci dovrebbe proprio stare. Al Buoncanile, così, è franato per me un altro luogo comune, ovvero che ‘dare una mano' ai cani significhi solo provvedere al farli stare in un ambiente pulito e farli mangiare.

Ciò di cui in realtà i cani in canile hanno più bisogno è di stringere un legame di amicizia, sebbene a intermittenza, con chi va a trovarli. Dell'esperienza genovese conservo ricordi di relazioni forti con animali che sono stati dei veri amici: Rottino, in primis, che poi è stato adottato anche da una cara amica. Buzz, un Cane Corso di Palermo che ha avuto anche lui una splendida adozione. Ma anche cani che sono ancora lì, come Bellolampo – che si chiama così perché fu accalappiato, letteralmente, alla discarica di Palermo –  la cui ‘colpa' è di non gradire la presenza degli esseri umani, ma in realtà trattato con rispetto e cura è diventato anche con me un simpatico compagno di passeggiate. Ricordo anche Sasha, una simil Pitbull, che continua ad essere lì a Davagna, dove c'è la sede del rifugio, e su cui pende lo ‘stigma' della razza ma nel tempo ha costruito una relazione fortissima con una ragazza che oggi è maggiorenne ma che, da quando insieme alla sua famiglia ha fatto volontariato lì, praticamente era una bambina di otto anni circa.

Poi mi sono trasferita a Napoli e c'è stata la scoperta dei canili in Campania, dove ho potuto con altra consapevolezza diventare parte di una famiglia di persone e cani che si incontrano al rifugio "L'emozione non ha voce" di Luigi Carrozzo, un'oasi in cui gli animali vengono considerati ognuno in base alla loro individualità, trattati con rispetto e fatti vivere in gruppi sociali che sono veri e propri nuclei familiari di cani che si fanno compagnia l'un l'altro e che possono esprimere la loro personalità grazie a chi gli ha dato la possibilità di vivere quanto più possibile come se si trovassero in una casa vera e propria.

Ho conosciuto cani come Hiro, il Pastore Tedesco che vedete nella foto in apertura a questo articolo, che aveva un grave disturbo ossessivo compulsivo (rincorrersi la coda fino ad autolesionarsi): era stato lì abbandonato proprio per questo motivo e vederlo rinascere attraverso un percorso di riabilitazione che ha fatto con me è stata un'esperienza che mi ha davvero cambiato la vita. La verità è che è stato più lui ad insegnare a me il senso della parola ‘rinascita‘ e, donandomi la sua fiducia, mi ha fatto comprendere quanto, cane o umano che sia, solo attraverso una relazione onesta si può davvero consentire all'altro che si trova in uno stato di bisogno di riprendere la propria vita in mano avendo accanto qualcuno che semplicemente ti dice ‘io ti vedo e ti accetto per quel che sei e so che ce la puoi fare a stare meglio‘.

In quel rifugio poi ci sono tanti altri amici cani, come Twist, un mix Pitbull che si chiama così perché dopo essere stato investito da una macchina ha le zampe anteriori storte ed è uno dei cani più allegri e simpatici che abbia mai incontrato, capace di dare affetto a persone e altri cani senza dare alcun peso a un disagio fisico che nel tempo gli ha procurato un dolore che è stato sempre tenuto sotto controllo grazie alle cure di Luigi. O come Luna, una pastorona che era stata etichettata come "diffidente" e poco incline al contatto con le persone ma che in realtà ha bisogno solo di essere rispettata nei suoi tempi e che ora, ogni volta che vado, è la prima ad accogliermi all'entrata.

Questi sono solo alcuni esempi di legami che ho creato con cani che non hanno famiglie di riferimento: alcuni di loro ancora sono alla ricerca di qualcuno che faccia quel passaggio mentale che ho fatto anche io, ovvero capire – e solo andando effettivamente in un canile o in un rifugio può avvenire questo cambiamento – che come ha scritto l'istruttrice cinofila Claudia Marini su Kodami "in canile c'è l'oro".

Quanto fin qui raccontato non significa, sia chiaro, che non esistano i cosiddetti "canili lager", ovvero luoghi in cui il benessere animale non è proprio preso in considerazione. Ma al riguardo il focus dovrebbe essere in generale non certo come ci sentiamo noi umani a entrarci dentro ma perché permettiamo che esistano questi luoghi, fruttuose fonti di danaro solitamente per persone senza scrupoli che fanno un vero e proprio business sulla pelle del ‘miglior amico dell'uomo' e di chi dona senza sapere come stanno realmente le cose.

Sfondo autopromo
Segui Kodami sui canali social
api url views