Inquietante scoperta nel fondale del Great Blue Hole, l’enorme voragine nel Mar dei Caraibi

Il Great Blue Hole è una famosissima e spettacolare dolina marina sita nel cuore dell'atollo di Lighthouse Reef nel Mar dei Caraibi, a un'ottantina di chilometri dalle coste del Belize continentale e della sua capitale Belmopan. Fondamentalmente la Grande Voragine Blu è un enorme e profondissimo “buco nel mare”, che spicca per il colore blu intenso rispetto a quello turchese delle acque cristalline circostanti. Visto dall'alto sembra una sorta di grande occhio che scruta dall'oceano, grazie alla struttura quasi perfettamente circolare.
Il Great Blue Hole, rinomato sito di immersioni divenuto celebre grazie all'esplorazione di Jacques-Yves Cousteau, ha un diametro di circa 300 metri ed è profondo 124 metri. Ebbe origine migliaia di anni fa, da una grotta carsica su un'isola calcarea di cui oggi restano le vestigia sotto forma di atollo. Gli esperti spiegano che durante l'ultima era glaciale il tetto della grotta crollò; quando il livello del mare iniziò a salire a causa dello scioglimento dei ghiacci, circa 7.200 anni la voragine fu completamente sommersa, trasformandosi nello spettacolo della natura che è oggi. Non a caso è inserito tra i patrimoni mondiali dell'umanità dell'UNESCO, essendo parte del Belize Barrier Reef, la seconda più grande barriera corallina del mondo dopo quella australiana.
Mentre i livelli superiori del Great Blue Hole sono ricchissimi di vita e di stalattiti, che suggeriscono la sua natura di grotta sotterranea sommersa, le zone più profonde sono praticamente prive di ossigeno e molto poco conosciute. Il suo fondale è tuttavia considerato uno scrigno preziosissimo di informazioni scientifiche, poiché custodisce migliaia di anni di sedimenti in un perfetto stato di conservazione e isolamento. Quando i sedimenti vengono trasportati laggiù, infatti, restano indisturbati e strato dopo strato si trasformano in un libro aperto per gli scienziati. Proprio per questo un team di ricerca ha deciso di raccogliere dal fondo della grande voragine un'enorme carota di 30 metri, nella quale sono racchiusi ben 5.700 anni della storia del Great Blue Hole, una parte dei 20.000 anni complessivi di accumulo di sedimenti. Questi strati sono uno specchio di ciò che avveniva in superficie, in particolar modo dei fenomeni atmosferici violentissimi – come tempeste tropicali e uragani – che fanno precipitare sul fondale detriti differenti e più grossolani, che gli scienziati chiamano tempestiti.
Proprio dall'analisi degli strati della lunghissima carota, un team di ricerca internazionale guidato da scienziati dell'Università Goethe di Francoforte ha fatto una scoperta inquietante. Nei 694 strati di eventi attribuiti ai cicloni tropicali, caratterizzati da tempestiti grossolane dal beige al bianco differenti dai sedimenti grigio-verdi del "tempo buono", i ricercatori guidati dal professor Eberhard Gischler non solo hanno determinato che questi fenomeni sono aumentati sensibilmente in frequenza nel corso degli ultimi millenni, ma che negli ultimi 20 anni hanno subito una brusca e anomala accelerazione che non può essere spiegata attraverso le fluttuazioni naturali.
Per quanto concerne l'incremento nel corso dei millenni, il coautore dello studio Dominik Schmitt ha spiegato che un fattore chiave "è stato lo spostamento verso sud della zona di bassa pressione equatoriale". "Nota come zona di convergenza intertropicale, questa zona – prosegue l'esperto – influenza la posizione delle principali aree di formazione delle tempeste nell'Atlantico e determina come si muovono le tempeste tropicali e gli uragani e dove toccano terra nei Caraibi".
Per quanto concerne l'impennata degli ultimi due decenni, secondo gli studiosi può essere spiegata fondamentalmente da una sola cosa: il riscaldamento globale catalizzato dal cambiamento climatico in atto. In altri termini, l'aumento di questi fenomeni estremi sarebbe colpa nostra. “Un'estrapolazione del XXI secolo suggerisce un aumento senza precedenti nella frequenza dei cicloni tropicali, attribuibile al riscaldamento dell'era industriale”, ha spiegato il professor Schmitt in un comunicato stampa. Se infatti nei precedenti sei millenni si potevano contare dai 4 ai 16 uragani o tempeste tropicali ogni secolo, negli ultimi due decenni c'è stato un incremento spaventoso, con ben nove eventi concentrati.

I dati hanno permesso agli esperti di calcolare ciò che potrebbe accadere nel prossimo futuro, con stime decisamene allarmanti sulla possibile frequenza dei fenomeni estremi, che rappresentano una delle minacce più significative dei cambiamenti climatici. “I nostri risultati suggeriscono che circa 45 tempeste tropicali e uragani potrebbero attraversare questa regione solo nel nostro secolo. Ciò supererebbe di gran lunga la variabilità naturale degli ultimi millenni”, ha dichiarato il professor Gischler.
L'impatto di questi fenomeni estremi può essere catastrofico sulle isole del Pacifico, sia per gli abitanti che per i delicati ecosistemi. Molte di queste isole, fra l'altro, finiranno letteralmente sommerse a causa dell'innalzamento del livello del mare catalizzato dallo scioglimento dei ghiacci, un altro fattore strettamente connesso all'immissione scellerata di gas climalteranti in atmosfera. I dettagli della ricerca “An annually resolved 5700-year storm archive reveals drivers of Caribbean cyclone frequency” sono stati pubblicati su ScienceAdvances.