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Opinioni

Il Governo delle lunghe attese che rischia di non cambiare la legge elettorale

Ieri le Camere hanno approvato la mozione sulle riforme costituzionali, tra le proteste del Movimento ed i dubbi di alcuni democratici. E il rischio che nemmeno stavolta si riesca a cambiare la legge elettorale: ecco perché.
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Politica italiana

Partiamo dalla risoluzione bipartisan approvata ieri a maggioranza dalla Camera dei Deputati e dal Senato della Repubblica, rispettivamente con 436 e 224 sì. In buona sostanza, si tratta di una mozione che impegna il Governo a presentare entro giugno un disegno di legge costituzionale nel quale venga indicata la procedura straordinaria per il percorso di riforma della Costituzione. Una delega, in pratica, con poche certezze per quanto attiene la riforma della legge elettorale, per la quale non sembrano bastare le parole di Letta: "Va cambiata con larga condivisione e sarà parte centrale del processo di riforme". Ma, cosa da non sottovalutare, si tratta di una mozione con  l'indicazione sull'ampliamento delle "materie soggette a riforma" e con la possibilità di un "unico progetto di riforma complessivo" e non di singole deliberazioni sulle quali chiamare il Parlamento ad esprimersi. Infine, la tempistica dell'intero progetto sembra ancorata a quei 18 mesi di cui parla il Presidente del Consiglio.

Tutto "molto bene", come asserisce Letta, dunque? Nemmeno per sogno, perché le perplessità restano tante, non solo tra l'opposizione parlamentare, che pure ha presentato proposte alternative. Quelle del Movimento 5 Stelle, ad esempio, sono state tutte bocciate senza appello, come riporta la nota del gruppo parlamentare del Senato. In particolare, i 5 Stelle chiedevano di "affrontare le riforme esclusivamente nelle sedi parlamentari proprie in rispetto agli articoli 72 e 138″, opponendosi alla delega al Governo e cercando di incardinare fin da subito la discussione verso "una limitata riforma della seconda parte della Costituzione con la riduzione del numero dei deputati e dei senatori, la riduzione del numero dei consiglieri regionali, la soppressione delle Province, l'accorpamento di Comuni, l'introduzione del referendum propositivo e consultivo senza quorum, l'eliminazione di ogni quorum per il referendum abrogativo, la fissazione del numero massimo di mandati elettorali a qualsiasi livello pari a due, la previsione dell' incandidabilità alla carica di deputato e senatore di coloro che sono stati condannati con sentenza definitiva, sulle leggi di iniziativa popolare, un termine perentorio entro cui il Parlamento abbia l'obbligo di esaminarle".

Ma non ci sono solo le perplessità del Movimento 5 Stelle, perché, come delineato per altri versanti dalle parole di Matteo Renzi, la sensazione che si vada incontro all'ennesima perdita di tempo è forte e ben motivata. Del resto, il Sindaco di Firenze ha esplicitato con la solita chiarezza comunicativa, ciò che in molti temono: "Questo è il governo delle larghe intese, non facciamolo diventare quello delle lunghe attese". Anche in questo caso le perplessità maggiori sono sulla riforma della legge elettorale ed il ragionamento è semplice: se si inserisce la riforma della legge elettorale nel quadro di una riforma complessiva delle istituzioni e della politica, peraltro praticamente in coda, e se nel frattempo si evita di intervenire sul Porcellum (ecco il senso della proposta Giachetti di un immediato ritorno al Mattarellum come "paracadute"), è chiaro che se saltasse il tavolo il rischio di tornare al voto con la "porcata calderoliana" sarebbe concretissimo.

Raccogliendo questa ed altre preoccupazioni, si è mosso anche un gruppo di 43 parlamentari democratici (fra i quali Civati, Bindi, Puppato, Tocci e Casson), che ha stilato un documento in cui si critica la mozione approvata in Parlamento. In particolare per quanto riguarda: "la deroga alla procedura di revisione costituzionale che rappresenta un oggettivo problema e un pericoloso precedente"; il fatto "che siano le Camere a chiedere al Governo di impegnarsi a varare un disegno di legge costituzionale che introduca una tale deroga su materia eminentemente parlamentare quale quella della procedura di revisione costituzionale"; la possibilità di "un solo progetto di riforma complessiva anziché, come si richiederebbe, di provvedimenti distinti per titoli e materie sui quali, in Parlamento, possano liberamente prodursi maggioranze non precostituite e diverse in ragione dei singoli, specifici oggetti"; "il concreto rischio della ennesima, deprecabile stabilizzazione del “porcellum”, in aperta contraddizione con il solenne impegno da tutti proclamato della sua cancellazione".

Insomma, altro che "tutto molto bene". Perché da un lato il Governo si sovrappone al Parlamento nel processo di riforme costituzionali (con una forzatura), dall'altro mancano certezze sulla tempistica e sull'efficacia dei provvedimenti, soprattutto se legati alla sopravvivenza stessa dell'esecutivo. E lo spettro dell'ennesimo nulla di fatto continua ad aleggiare tra Montecitorio, Palazzo Madama e Palazzo Chigi.

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A Fanpage.it fin dagli inizi, sono condirettore e caporedattore dell'area politica. Attualmente nella redazione napoletana del giornale. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica e comunicazione. Senza pregiudizi.
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