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Giornalisti in piazza: “Siamo tutti precari, altro che casta” (REPORTAGE)

Cronisti e redattori freelance si riuniscono a Montecitorio per chiedere dignità e rispetto della professione: “24mila precari contro 19mila assunti. Quello degli editori è un trattamento incivile. Subito la legge sull’equo compenso”. Con loro anche Giovanni Tizian, il giornalista minacciato dalla ‘ndrangheta: “Siamo un Paese che in fatto di democrazia ha ancora tutto da imparare”
A cura di Enrico Nocera
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Giornalisti precari: il sit-in di Montecitorio

I cronisti freelance lanciano il loro appello: "Ridateci la dignità del nostro lavoro"

“Sai perché c’è poca gente? Sono tutti in giro a lavorare gratis”. Le parole di un giovane giornalista, presente al sit-in di Montecitorio dei 26 gennaio, riassumono in pieno i motivi che hanno spinto i cronisti a scendere in piazza: chiedere tutele per i freelance e cancellare dal vocabolario di redattori e reporter le parole “precariato a vita”. La manifestazione, promossa dall’Associazione Stampa Romana e dal Coordinamento Errori di Stampa, ha visto anche l’adesione dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti. Il sindacato Fnsi, così come ci spiega una delle promotrici del sit-in, si è defilato: “Non sappiamo perché non abbiano dato la loro adesione – ci spiega Raffaella Cosentino, di Assostampa Romana – una cosa è certa: anche loro hanno contribuito al perdurare di questa situazione vergognosa. Non dobbiamo però dimenticare che la nostra controparte sono gli editori”. Solidarietà ai giovani colleghi viene espressa anche da Enzo Iacopino ed Enrico Paissan, presidente e vicepresidente dell’Ordine Nazionale: “Un grande giornale come il Messaggero fa lavorare gratis i suoi collaboratori se il pezzo non supera le 700-800 battute – ci dice Iacopino – Io credo che questa sia una cosa assolutamente vergognosa. Per fare bene questa professione servono stipendi degni di questo nome. Altrimenti la dignità delle persone va a farsi benedire”.

I giornalisti scesi in piazza hanno difatti un obiettivo comune contro cui combattere: lo strapotere degli editori in materia di assunzioni e collaborazioni, molto spesso motivate da criteri di carattere politico più che meritocratici. La legge sull’equo compenso, in discussione al Parlamento, si concentra infatti proprio sulle proprietà editoriali, che dovranno garantire un compenso minimo ai collaboratori per accedere ai finanziamenti pubblici così tanto ambiti ed elargiti nel corso degli ultimi decenni. Provvedimento su cui i lavoratori presenti contano molto, per ridare dignità a una professione che, almeno in termini di corrispettivi economici, è letteralmente affondata. “Altro che Casta: il giornalismo italiano ha cambiato volto – si legge nella nota diffusa dai promotori della manifestazione – gli autonomi e i precari sono ormai più numerosi dei contrattualizzati: 24mila contro 19mila”. La tendenza che si è affermata negli ultimi anni, soprattutto nelle grandi testate nazionali, è infatti quella di sostituire i “costosi” redattori interni con i collaboratori atipici, esterni al giornale, spesso sottopagati e senza alcuna tutela, come le ferie non pagate e l’inesistente assicurazione medica. “Eppure siamo noi a produrre gran parte dell’informazione in questo Paese – dice Valeria Calicchio, di Errori di Stampa – ai nostri colleghi contrattualizzati chiediamo un minimo di solidarietà: che anche loro incrocino le braccia per risolvere una situazione ormai insostenibile. Persino chi coglie pomodori nei campi, pagato a nero dai “caporali”, guadagna più di noi”.

In piazza è sceso anche Giovanni Tizian, giovane giornalista precario all’onore delle cronache per essere stato minacciato dalla ‘ndrangheta per i suoi articoli sull’influenza della criminalità organizzata nel Nord Italia. “Quattro euro a pezzo e sotto scorta” è infatti lo slogan che accompagna la manifestazione, dedicata al cronista dell’associazione daSud. Voce bassa, sguardo timido e modi leggermente impacciati, Tizian sembra lontano anni luce dal prototipo dell’eroe, più simile a un giovane reporter che tenta di far bene il suo lavoro nel Paese che si posiziona al 61esimo posto per qualità e libertà dell’informazione.  Con lui, decine di altri giornalisti che, dopo anni di lavoro, vedono ancora incombere lo spettro del precariato o della cassa integrazione, così come accaduto ai cronisti di Liberazione, quotidiano di Rifondazione Comunista: “Il nostro editore non percepisce come un problema la chiusura del giornale – ci dice Guido Caldiron, del Comitato di Redazione – i criteri che guidano queste persone sono più economici che giornalistici”. Parole che potrebbero applicarsi a molte altre realtà editoriali del Belpaese, dove il giornalismo continua a rappresentarsi come la continuazione della politica con altri mezzi.

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