Unicef, in soli 10 giorni almeno 322 bambini sono stati uccisi a Gaza dopo la rottura del cessate il fuoco

Dopo una pausa estremamente precaria di soli due mesi, gli attacchi israeliani a Gaza sono ripresi il 18 marzo, causando la morte di almeno 322 bambini e il ferimento di altri 609 nei dieci giorni successivi, secondo i dati diffusi dall'UNICEF. Tra le vittime, ci sono anche i minori colpiti dal bombardamento israeliano del 23 marzo sul reparto chirurgico dell'ospedale Al Nasser, nel sud della Striscia, che ha distrutto una delle principali strutture sanitarie della regione. L'UNICEF ha evidenziato che la maggior parte delle vittime erano bambini sfollati, che vivevano in tende improvvisate o in abitazioni già danneggiate dai bombardamenti israeliani precedenti, sottolineando la tragica interruzione di una fragile speranza di pace per la popolazione civile. Con il ritorno delle operazioni militari, che hanno visto un'intensificazione dei bombardamenti aerei e delle offensive terrestri, i bambini di Gaza sono stati nuovamente intrappolati in un ciclo incessante di violenza e sofferenza: l'UNICEF ha definito la situazione come un'emergenza umanitaria, con il bilancio delle vittime che continua a crescere ogni giorno, mentre le condizioni di vita nella Striscia peggiorano in modo sempre più drammatico.
Un conflitto devastante e la crisi umanitaria
L'invasione di Israele in Palestina ha causato la morte di più di 15mila bambini e il ferimento di oltre 34mila, infliggendo un impatto devastante alle nuove generazioni: più di un milione di bambini sono costretti a vivere in condizioni di sfollamento continuo, senza accesso ai servizi di base. L'emergenza è ulteriormente aggravata dal blocco totale degli aiuti umanitari da parte di Israele, in vigore, di nuovo, dal 2 marzo, che ha ridotto drasticamente le forniture essenziali come cibo, acqua potabile e cure mediche. La carenza di questi beni continua ad avere conseguenze drammatiche sulla salute della popolazione civile, con un aumento della malnutrizione, delle malattie prevenibili e della mortalità infantile, minacciando, ancora una volta, la vita di migliaia di bambini. L'UNICEF ha richiesto con forza la fine delle ostilità, ribadendo l'urgenza di un cessate il fuoco duraturo, e il ripristino dell'accesso umanitario a Gaza, sottolineando che la protezione dei bambini e degli operatori umanitari deve essere una priorità assoluta. L'associazione ha esortato la comunità internazionale a esercitare pressioni affinché vengano rispettati gli obblighi internazionali, in particolare quelli legati alla protezione dei bambini. Nonostante i rischi, le organizzazioni umanitarie continuano a lavorare senza sosta sul campo, cercando di fornire assistenza ai bambini e alle loro famiglie, ma i continui attacchi da parte di Israele contro i convogli e le strutture umanitarie stanno ostacolando gravemente questi sforzi.
Nuove vittime tra gli operatori umanitari: il massacro a Rafah
Mentre la violenza in Gaza raggiunge nuovi picchi, emerge un altro tragico episodio: la notizia dell'uccisione di almeno quindici operatori umanitari a Rafah, nell'area meridionale della Striscia. Secondo la Protezione Civile Palestinese, i soccorritori sono stati ammanettati, giustiziati uno ad uno e poi sepolti in una fossa comune, sotto le macerie di alcune ambulanze della Mezzaluna Rossa Palestinese. Tra le vittime ci sono otto paramedici della Mezzaluna Rossa (PRCS), sei membri delle squadre di ricerca e soccorso e un dipendente delle Nazioni Unite. I corpi, ritrovati con segni evidenti di esecuzioni sommarie, presentano ferite da colpi d'arma da fuoco e segni di torture.
Il portavoce della Protezione Civile Palestinese, Mahmoud Basal, ha dichiarato che almeno una delle vittime aveva le gambe legate, un'altra era stata decapitata, e una terza ritrovata senza indumenti superiori; il Ministero della Sanità palestinese ha confermato che alcuni dei corpi presentavano ferite alla testa e al petto, e le mani erano legate: l'episodio è stato definito da Basal "una delle peggiori stragi mai viste a Gaza", con accuse contro le forze israeliane di aver cercato di nascondere il massacro seppellendo i corpi vicino ai veicoli di soccorso. La Mezzaluna Rossa Palestinese ha dunque condannato l'omicidio dei suoi operatori, sottolineando che stavano "solo svolgendo il loro lavoro umanitario".
Il contesto della strage e la risposta internazionale
Secondo Jonathan Whittall, responsabile dell'Ufficio per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite in Palestina, il massacro è avvenuto mentre le forze israeliane stavano avanzando verso Rafah: il 23 marzo, dieci soccorritori della Mezzaluna Rossa e sei della Protezione Civile sono stati infatti inviati nell'area per soccorrere i feriti, ma le ambulanze e il camion dei vigili del fuoco sono stati attaccati dalle IDF, insieme a un veicolo delle Nazioni Unite arrivato successivamente. Dopo cinque giorni di tentativi per raggiungere l'area, le squadre delle Nazioni Unite sono riuscite a ottenere il permesso di accedere al sito, dove hanno poi trovato i corpi delle vittime e i veicoli schiacciati e parzialmente sepolti.
Nel bilancio totale della guerra a Gaza, dal suo inizio nell'ottobre 2023, le forze israeliane hanno ucciso almeno 105 membri della Protezione Civile, 27 paramedici della Mezzaluna Rossa e quasi 1.400 dipendenti del Ministero della Sanità. Il numero complessivo delle vittime palestinesi ha superato le 50mila, tra cui 15mila bambini. La comunità internazionale ha sollevato richieste di un'indagine indipendente sull'accaduto, ma finora le autorità israeliane non hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali: la strage di Rafah si aggiunge alle numerose accuse di crimini di guerra che gravano sulle operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza, alimentando il già drammatico bilancio di vite perse in un conflitto che sembra non trovare fine.