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Conflitto Israele-Palestina e in Medio Oriente

“Israele ha gettato tutti in una fossa comune”: parla il superstite della strage di soccorritori a Gaza

Munther Abed, 27 anni, ha raccontato al Guardian l’attacco condotto dall’esercito israeliano ad alcune ambulanze della Mezzaluna Rossa Palestinese, della Protezione Civile e a un veicolo dell’ONU. Il bilancio è di 15 vittime, tutti soccorritori. L’IDF ha annunciato l’apertura di un’inchiesta.
A cura di Davide Falcioni
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Un volontario della Mezzaluna Rossa palestinese che ha assistito all'esecuzione sommaria di quindici paramedici a Gaza ha raccontato, in una testimonianza esclusiva affidata al Guardian, i dettagli del massacro compiuto dall'esercito israeliano ai danni di un team di soccorritori che lo scorso 23 marzo era stato inviato alla periferie di Rafah a recuperare i superstiti a un raid dell'IDF.

Munther Abed, questo il nome del 27enne, unico superstite del massacro in cui hanno perso la vita otto soccorritori della Mezzaluna Rossa, sei della protezione civile e un dipendente dell'ONU, ha spiegato che quel giorno si trovava a bordo della prima ambulanza arrivata sul luogo bersagliato da un attacco aereo nel quartiere di Hashashin, a Rafah, quando il mezzo è stato colpito da un'intensa raffica di proiettili. I suoi due colleghi, seduti davanti, sono stati uccisi sul colpo, mentre lui è sopravvissuto.

"Le luci dell’ambulanza erano accese e il logo della Mezzaluna Rossa era ben visibile"

I fatti sono avvenuti nel cuore della notte del 23 marzo; intorno alle 4 del mattino il centralinista dei servizi di emergenza di Hashashin ha dato l'allarme chiedendo l'intervento di un'ambulanza. Abed, che quel giorno era di turno come volontario, è salito sul mezzo di soccorso, che è partito immediatamente. Alla guida c'era il suo amico, Mostafa Khufaga, e accanto a lui Ezzedine Shaath. "Le luci dell’ambulanza erano accese e il logo della Mezzaluna Rossa era ben visibile mentre ci dirigevamo verso il luogo dell’attacco", ha detto il 27enne.

Alle 4:20 del mattino l'ambulanza però è stata bersagliata da una raffica di mitra: "Mi sono riparato sul pavimento dell’ambulanza. Non ho sentito nulla dai miei colleghi, se non i loro ultimi momenti, il loro ultimo respiro", ha detto. "All’improvviso, tutto è diventato silenzioso, l’ambulanza si è fermata e le luci si sono spente. La portiera del lato conducente si è aperta e ho sentito voci che parlavano in ebraico. La paura e il panico mi hanno sopraffatto, e ho iniziato a recitare alcuni versetti del Corano".

Munther Abed spogliato e torturato, poi le raffiche verso altre 3 ambulanze

A quel punto Munther Abed è stato spogliato e gli sono state legate le mani dietro alla schiena. Poi, è stato gettato a terra per essere interrogato: "Ho subito torture, tra cui percosse, insulti, minacce di morte e un tentativo di strangolamento quando un soldato ha premuto un fucile contro il mio collo. Un altro soldato mi ha puntato un pugnale sulla spalla sinistra. Dopo un po’, è arrivato un ufficiale e ha ordinato ai soldati di fermarsi, definendoli ‘pazzi'".

La fossa comune nella quale sono stati sepolti soccorritori e ambulanze

"In quel momento ho visto arrivare un veicolo della protezione civile e un’altra ambulanza. Appena si sono avvicinati, sono stati accolti da un intenso fuoco israeliano che è durato circa cinque minuti. Dopo la sparatoria, non ho visto nessuno uscire dai mezzi", ha detto, aggiungendo che altri spari sono stati indirizzati ad altre tre ambulanze, tutte con le luci d'emergenza accese e dunque ben riconoscibili. "Quando il sole ha iniziato a sorgere, intorno alle 6 del mattino, il paesaggio attorno a noi è diventato più chiaro", ha detto Abed. "Ho visto arrivare carri armati, quadricotteri e droni. L’area era completamente circondata, e sono arrivati un grande bulldozer e un escavatore israeliani. Hanno iniziato a scavare un’enorme fossa e vi hanno gettato dentro le ambulanze e il veicolo della protezione civile, seppellendoli e coprendo poi la buca".

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I corpi dei colleghi di Abed, Khufaga e Shaath, sono stati dissotterrati da quella fossa comune lo scorso fine settimana, insieme ai resti di altri sei soccorritori della Mezzaluna Rossa: Saleh Muamer, Mohammad Bahloul, Mohammed al-Heila, Ashraf Abu Labda, Raed al-Sharif e Rifatt Radwan. Oltre a loro c'erano anche sei dipendenti della protezione civile palestinese e uno dell’agenzia umanitaria dell’ONU, Unrwa.

Dopo il massacro Abed è stato detenuto per diverse ore, denudato e nuovamente picchiato e interrogato sul suo passato. Dopo essere stato costretto a fornire le identità di alcuni residenti del posto, in serata è stato rilasciato con solo il suo orologio e la biancheria intima, ma senza carta d’identità, uniforme da paramedico e scarpe. Il 27enne ha camminato verso al-Mawasi finché non è riuscito a fermare un veicolo della Mezzaluna Rossa di passaggio, che lo ha soccorso.

In merito ai fatti del 23 marzo l'IDF ha negato ogni illecito, sostenendo di aver aperto il fuoco su veicoli "sospetti" privi di segnali di emergenza. Abed, tuttavia, ha smentito categoricamente questa versione: "Le luci dell'ambulanza erano accese e il logo della Mezzaluna Rossa era chiaramente visibile". Dopo la crescente pressione internazionale, l'IDF ha annunciato l'apertura di un'inchiesta sull'accaduto, ma finora nessun ufficiale è stato ritenuto responsabile.

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