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È morto Mario Dondero, il fotografo che ha immortalato il Novecento

È morto, nella serata di domenica, Mario Dondero: uno dei fotografi più importanti e noti del secolo scorso, che con il suo obiettivo aveva accompagnato i grandi avvenimenti della storia. Credeva profondamente nel valore civile del suo lavoro, e in nome di questo si è fatto fotografo di gente comune e di intellettuali famosi, ma anche partigiano risoluto e reporter di guerra: “conservare uno spazio di ingenuità. Soltanto così non si diventa cinici”.
A cura di Federica D'Alfonso
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Si è spento domenica sera a Fermo, all'età di 87 anni, il reporter Mario Dondero, considerato una delle più originali figure del fotogiornalismo contemporaneo. Era nato a Milano nel 1928, di origini liguri, ma da anni viveva nelle Marche, dopo una vita passata a viaggiare immortalando con la sua Leica scrittori, intellettuali e artisti, ma anche numerosi fronti di guerra. Nell'arco dei decenni ha lavorato con quotidiani e periodici italiani e internazionali, sempre animato dal desiderio di fornire un "racconto sincero delle situazioni": famoso soprattutto per l'uso prediletto del bianco e nero, diceva a riguardo: "il colore distrae. Fotografare una guerra a colori mi pare immorale". Il suo scatto più celebre resta senz'altro quello al gruppo di intellettuali del Nouveau Roman, oltre a quelli a Daniel Pennac o a Samuel Beckett, o alla Sorbona occupata dagli studenti.

Mario Dondero è stato un uomo profondamente politico, prima partigiano in Val d'Ossola e poi giornalista e fotografo fin dagli anni Cinquanta: ha collaborato con quotidiani e periodici come "L'Avanti", "l'Unità", "Milano Sera" e "Le Ore". A Milano in particolare si era legato al cosiddetto gruppo dei "Giamaicani", scrittori e fotografi frequentatori del bar Giamaica, tra i quali Luciano Bianciardi e Uliano Lucas.

Nel 1955 si era trasferito in Francia, dove inizia la collaborazione con "L'Espresso", "L'Illustrazione Italiana", "Le Monde", "Le Nouvel Observateur" e il "Daily Herald". Qui realizza una delle sue foto più celebri: immortala il gruppo degli scrittori del "Nouveau Roman", a Parigi, sul marciapiede davanti alle Éditions de Minuit a Saint-Germain-de-Prés, nel 1959. Diceva di se stesso che se non fosse "incappato nella fotografia. Il modo per andare oltre la parola", avrebbe continuato a fare il giornalista. In Francia frequenta e ritrae scrittori e intellettuali come Roland Topor, Claude Mauriac e Daniel Pennac, e nel corso degli anni ritrarrà personalità come Giorgio De Chirico, Ungaretti, Maria Callas, Orson Welles e Federico Fellini, Vittorio Gassman e Roman Polanski, Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, Primo Levi ed Edoardo Sanguineti, Neruda e Garcia Marquez.

Poi l'amata Africa, il Marocco, l'Algeria, la Guinea, ma anche l'America Latina, Cuba e l'URSS. Negli ultimi vent'anni perfino il Canada e l'Afghanistan. Oriente e occidente, guerre fredde e conflitti tremendi nell'obiettivo della sua fedele Laica: Fidel Castro, Ronald Reagan, Nikita Krusciov e Mikhail Gorbaciov.

La passione politica ha finito spesso per condurmi sui fronti di guerra e così, in più di un'occasione, ho corso il rischio di lasciarci le penne: come durante il conflitto tra Marocco e Algeria, o in Guinea. Ma io ho fotografato di tutto: artisti, scrittori, ma soprattutto la gente comune. Perché ho sempre pensato a un racconto incentrato sull'osservazione di fatti minimali, su ciò che nella società rimane latente e deve essere riportato alla luce. In questo risiede il valore civile del nostro mestiere. Malgrado i giganteschi cambiamenti intervenuti.

Proprio quest'anno Roma aveva celebrato lo straordinario genio artistico e la professionalità di questo fotoreporter con una mostra dedicata a ben 250 suoi scatti: dal dicembre 2014 all'aprile 2015 le Terme di Diocleziano hanno ospitato non soltanto una eccezionale retrospettiva sul lavoro di questo giornalista, ma anche, attraverso di esso, una riflessione importante su alcuni dei momenti più significativi del secolo scorso. Perché parlare di Marco Dondero in fondo vuol dire questo: ripercorrere attraverso il suo obiettivo i cambiamenti che dagli anni Cinquanta ad oggi hanno formato il nostro presente.

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