Nuova scoperta a Pompei, terme in casa per stupire gli ospiti: “Ora investiamo in scavi fuori la città”

Lo scavo dell’insula 10 nella Regio IX, iniziato due anni fa per la messa in sicurezza dei fronti e per il miglioramento dell’assetto idrogeologico del pianoro, si avvia alle battute finali. Panificio, lavanderia, saloni per feste sfarzose e banchetti opulenti, iscrizioni elettorali, bagni privati tracciano il profilo del ricco personaggio che verosimilmente finanziava le attività commerciali lungo via di Nola e che abitava la lussuosa casa ubicata dietro le botteghe, tra bagni caldi e campagne politiche. Scavare, avanzando man mano da nord a sud dell’insula, è stato come scoprire gradualmente chi potesse essere il proprietario, riunendo pezzi e intuizioni. A raccontarcelo è il direttore del Parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtrigel.
La storia di Pompei antica è quella delle sue domus. È nelle case, localizzate topograficamente grazie alla divisione in insulae e Regiones ideata da Giuseppe Fiorelli a metà Ottocento per esigenze di studio ed orientamento, che la vita degli antichi abitanti si intreccia con quella degli studiosi moderni. Non solo archeologi, ma anche architetti, ingegneri, antropologi, archeobotanici, vulcanologi. Il cantiere nell’insula 10 della Regio IX ha rivelato finora grandi sorprese, dal panificio con gli scheletri delle vittime al larario, passando per il cosiddetto salone nero e il sacrario azzurro, fino alle terme private presentate al mondo venerdì scorso. La sequenza dei quattro ambienti lungo il lato orientale dell’insula è chiara: si passa dall’apodyterium (spogliatoio) al tepidarium, poi al calidarium con accanto il praefurnium e di fronte un peristilio che presenta al centro una vasca con funzione di frigidarium.
Limitante definirlo luogo di igiene, perché era soprattutto spazio di relax e socializzazione dell’élite pompeiana. Una pratica di lusso spesso usata dai candidati alle elezioni cittadine che si adoperavano a contendersi il favore della cittadinanza. “Oro vos faciatis”. Era questo l’invito che campeggiava sui manifesti, antenato del “vota e fai votare”, nel quadro di una ricerca esasperata del consenso ai fini dell’ascesa al potere, riconoscibile anche in quella folla di inquilini dei cenacoli che denota l’esigenza da parte del padrone di casa di riunire intorno a sé un numero nutrito di ospiti. La turba dei clientes.
Dottor Zuchtriegel qual è l’unicità di questa scoperta?
Si tratta di terme che fanno parte di un’area della casa dedicata ai banchetti, all’ozio, alla vita della famiglia che vi abitava. A colpirci è stata la presenza di una vasca al centro di un cortile aperto e circondato dalle colonne di un porticato. Da questa zona termale, attraverso un corridoio e una porta, ci si immetteva direttamente nella sala da pranzo, ricordando l’usanza romana di andare prima al bagno e poi di recarsi al banchetto.
Sulle pareti di questo peristilio sono dipinti atleti impegnati in discipline sportive, era un ginnasio?
In realtà l’intenzione è quella di creare una particolare atmosfera di grecità, di erudizione. Non è tanto uno spazio dove si faceva attività fisica, qui si vuole evocare una radice culturale.
In che senso?
Tutto proviene dal mondo greco e qui se ne mantiene volutamente la memoria tramite le pitture. I primi bagni li conosciamo dai ginnasi greci, dove i giovani si dedicavano allo sport, si allenavano e dopo facevano un semplice bagno. Si deve, soltanto successivamente, ai Romani l’articolato sistema di riscaldamento con il doppio pavimento e i tubi nella parete.
Dunque le terme accanto alla sala conviviale. Lei ha parlato di una “messa in scena di uno spettacolo” del proprietario, mentre un “pubblico, grato e affamato, avrebbe applaudito con sincera ammirazione”. Ma questo balneum al centro del peristilio non era troppo intimo, privato per aprirlo ai clientes, di più basso rango e non parenti del padrone di casa?
Sta qui la differenza tra allora e oggi. Per noi l’amicizia prescinde, o almeno dovrebbe, dalle gerarchie sociali, dalle disparità economiche. In questa domus, invece, le cene non si svolgevano solo per divertirsi, ma rientravano in un collaudato rapporto di dare e avere. Il proprietario coinvolge persone a cui darà protezione e da cui otterrà riconoscenza, supporto negli affari o durante le elezioni e la legittimazione del suo status sociale.
Ma chi era il proprietario di questa domus?
Nella casa a nord, dove c’è un panificio e separata da questa domus con le terme, è stata trovata una grossa macina con le iniziali di un certo Aulus Rustius Verus che pare essere stato il finanziatore di quest’attività e noto grazie ad una serie di iscrizioni elettorali, ritrovate nella cucina, in cui si candida come edile, la seconda carica cittadina per importanza dopo il duumvirato. Cosa insolita perché generalmente questo tipo di iscrizioni comparivano sulle facciate degli edifici affinché tutti potessero leggerle, simili ai moderni manifesti.
Questo cosa significa?
Se le iscrizioni si trovano dentro le mura domestiche, vuol dire che Rustius Verus invitava a casa sua per farsi promozione politica. E un uomo che appartiene alla cerchia elitaria di Pompei non abita di certo in una casa dove c’è un panificio, è impensabile per l’epoca. Forse era il proprietario di tutto l’isolato e viveva nella zona sud dove ci sono le terme, mentre a nord i sui liberti o sostenitori gestivano il panificio. Non dimentichiamo che distribuire il pane era utile per costruirsi consenso. Ma restiamo nel campo delle ipotesi. Una sola cosa è certa.
Quale?
Si tratta di una persona benestante. E questo non significa fosse un notabile. A quel tempo potevi anche avere tanti soldi, ma essere un homo novus, un parvenu, cioè un ricco che non ha alle spalle una famiglia di ceto alto o un bagaglio di fine erudizione.

Come il personaggio di Trimalcione, rozzo liberto arricchito, descritto da Petronio nel Satyricon?
Nel nostro caso sicuramente era una persona ricca e due sono le possibilità. Poteva discendere da una stirpe illustre, visto che nella domus ci sono pitture antiche già per l’epoca, di secondo e terzo stile, mentre lo stile in voga al momento dell’eruzione era il quarto. In pratica, gli arredi e le decorazioni degli ambienti della casa seguono la moda di decenni, se non addirittura di un secolo, prima dell’eruzione. Oppure, seconda ipotesi, è una persona divenuta facoltosa che ha comprato l’abitazione di una famiglia nobile decaduta.
Molti ambienti rimessi in luce hanno restituito materiali e strumenti, dalle tegole alle zappe, legati a consistenti lavori di ristrutturazione che l’intero isolato stava subendo. Le terme erano funzionanti quando il Vesuvio si svegliò?
La domus era interessata da lavori, non credo a causa del terremoto del 62 d.C. Siamo abbastanza certi che nel periodo intermedio, tra il 62 e il 79, Pompei subì i danni materiali di movimenti tellurici non ricordati dalle fonti, perché meno violenti. Uno sciame sismico che fece tremare le case, tanto che ne abbiamo trovate parecchie in ristrutturazione.
Direttore, quando e perché è iniziato il progetto di scavo nella Regio IX?
L’insula 10 nella Regio IX è una lingua di terra fino a due anni fa non scavata, tranne la facciata, tra due isolati invece scavati. Il fronte di scavo, cioè il confine tra l’area scavata e quella inesplorata, è abbastanza lungo, quindi sempre soggetto a criticità a causa della pressione del terreno sui muri antichi e del deflusso delle acque meteoriche. Negli anni Ottanta del secolo scorso lì è crollato un muro di quelli già portati alla luce sulla facciata dell’isolato.
Dunque l’obiettivo è stato quello di rimodulare il vulnerabile fronte di scavo?
Sì, la priorità. Agli inizi del 2023 si è pensato di scavare una parte dell’isolato, non tanto per fare meravigliose scoperte, ma per motivi di conservazione e tutela, per migliorare lo stato dei luoghi, accorciando il fronte di scavo e soprattutto sistemandolo. Questa la finalità dello scavo. Poi le scoperte meravigliose sono avvenute lo stesso (sorride, ndr).
Quali?
A partire dal panificio, la cui attività si basava sullo sfruttamento degli schiavi, i “servi vincti” come dicevano gli antichi, non “soluti”, non sciolti, ovvero che non potevano girare liberamente, chiusi in catene. Questo scavo non solo ci ha permesso di acquisire dati sull’arte e sull’architettura, cioè sugli aspetti piacevoli della storia antica, ma ci ha offerto di più.
Cosa?
La possibilità di indagare l’organizzazione sociale, i lati bui di una società in cui esisteva la schiavitù. Anche queste sono scoperte. Forse lo sono di più, perché è un riscoprire qualcosa che è stato dimenticato, talvolta rimosso.
Uno scavo di messa in sicurezza, quello attuale nella Regio IX. Quindi ha una scadenza?
Sì, siamo giunti quasi alla fine. Valutazioni con dati alla mano ci suggeriscono di fermarci. Sarebbe irresponsabile adesso scavare qui ad oltranza. Per ragioni conservative occorre interrompere senza creare nuovi problemi. È il momento di lavorare sull’analisi degli elementi scientifici raccolti e sulla fruizione, sull’accessibilità. Intanto, abbiamo altri scavi in corso o in programma. A Pompei si continuerà ad esplorare, ma un po’ più fuori la città antica.
Ad esempio?
Penso alla Villa dei Misteri, a quella suburbana di Civita Giuliana saccheggiata per anni dai tombaroli. C’è molto ancora da scoprire, perché il territorio di Pompei è relativamente poco noto rispetto alla città dentro le mura. Per questo motivo ritengo sia importante investire negli scavi anche e soprattutto nell’agro pompeiano.
Prima ha usato il termine irresponsabile, cosa vuol dire responsabilità in archeologia?
A Pompei tra gli anni Novanta del secolo scorso venne imposta una moratoria sugli scavi. Mi sembra un provvedimento eccessivo, però è nostro dovere, oltre a scavare, custodire per le generazioni future. Diventano, perciò, necessari, la manutenzione, il monitoraggio del sito, la prevenzione e l’individuazione dei pericoli. Bisogna spendere migliaia di euro, non una volta bensì ogni anno, per salvaguardare le aree scavate. Se oggi non faccio manutenzione programmata per duecentomila euro, rischio di spendere dieci volte tanto, entro breve tempo, perché il danno aumenta. Sono evidenze scientifiche, non mi invento nulla.
A proposito di conservazione, nello scavo del peristilio di queste terme private si è parlato di un metodo innovativo per raggiungere il piano pavimentale rimuovendo i depositi di lapilli, ma senza smontare gli elementi architettonici instabili del colonnato, cioè la trabeazione orizzontale ancora integra e in sede al di sopra delle colonne. Nelle foto si vede un sistema di ponteggi, di cosa si tratta?
Abbiamo trovato l’architrave del colonnato che era di pietra e legno. Il legno carbonizzato chiaramente non regge più, mentre la trabeazione stava ancora lì perché sostenuta dai lapilli sotto. È ovvio che asportando i lapilli per scavare, avremmo dovuto rimuovere la trabeazione affinché non collassasse, cioè smantellarla e successivamente ricomporla, come si è preferito fare in passato. Un’operazione lenta e difficile. Invece con il sistema di impacchettarla e lasciarla sospesa, se ne preservano l’autenticità e l’integrità e si facilita il progetto di restauro in loco, senza spostarla, mantenendo il più possibile intatto ogni piccolo frammento di materiale antico.
In pratica, sono stati scongiurati il taglio e la temporanea rimozione della trabeazione attraverso una struttura di supporto reversibile.
Esattamente.

Ritornando a Trimalcione e all’identità del proprietario, nell’annunciare la scoperta si è voluto accostare il contesto alla famosa cena, anticipata dall’episodio del balneum. Un mondo grottesco, di pacchiana esibizione, popolato da personaggi che alludono ad un’attualità senza tempo. Ma quanto è veramente attuale Pompei? È giusto attualizzarla per favorirne la conoscenza (ad esempio Lei ha parlato di spa per far capire ai non addetti ai lavori che cosa erano le terme) o Pompei è città eterna proprio perché, sotto varie forme, parla agli uomini e alle donne di tutti i tempi?
Penso che il ruolo dell’archeologo debba essere quello di far capire che non si tratta dello stesso mondo: pure quello che sembra essere simile in realtà è molto diverso. Anche le parole che abbiamo ereditato da quel mondo, ad esempio amicizia, amore, democrazia, rispecchiano una società differente, in molti casi cambiano radicalmente significato. I gladiatori non possono equipararsi ai nostri beniamini sportivi, lì era lotta vera, sangue vero. Rischiamo una sorta di cortocircuito nel pensare che nulla cambia, che tutto è sempre lo stesso, che semplicemente non avevano lo smartphone, ne viene fuori una visione appiattita della Storia. Eppure, per quanto possa essere diverso tutto, dal linguaggio alla spiritualità e alla visione del mondo, sottotraccia persiste una comune appartenenza all’umanità. Alla fine ti accorgi che la mente umana, non nel senso di pensiero ma di coscienza, resta uguale attraverso i secoli. E questo spiega perché le parole dei filosofi o di Gesù di Nazareth, pronunciate migliaia di anni fa, hanno la capacità di colpirci ancora.
Riguardo i cortocircuiti, verrebbe spontanea una domanda, sulla scia del profluvio di commenti che ha scatenato la definizione di pizza dell’affresco con l’ormai celebre composizione di vivande su sfondo nero. Cortocircuito comunicativo, provocazione o tentativo di sintetizzare?
In verità ho detto che può sembrare una pizza, ma ovviamente non può esserlo. È una specie di focaccia con sopra un condimento, abbiamo anche citato alcune fonti che suggeriscono l’esistenza di tali cibi. Non è la pizza margherita, ma legare il dipinto alla pizza può avere un senso non banale.
Cioè?
Da dove vengono le cose che abbiamo nel nostro mondo? Il nostro passato non abita solo nei musei o nei siti archeologici, ma resiste innanzitutto nel nostro Dna. Forse alcune cose che oggi facciamo rappresentano un’eredità dell’età della pietra. Si tende a pensare al cibo come roba frivola, mentre invece è tradizione legata all’agricoltura, alla produzione degli ingredienti, alla loro lavorazione, al paesaggio. La famosa dieta mediterranea e molti piatti hanno radici profonde.
Ma è una focaccia o una ciotola?
Guardando da vicino l’affresco ci siamo interrogati su questo. Esistono esempi di contenitori dell’epoca, ma credo che in questo caso sia più verosimile parlare di focaccia. Comunque, da due anni gli articoli accessibili a chiunque del nostro e-journal offrono un primo inquadramento scientifico con bibliografia e non pretendiamo che ogni cosa sia vista da tutti alla stessa maniera. Ma mi lasci dire un’ultima cosa.
Prego.
Alla fine sono pigmenti e forme sull’intonaco, dico questo perché a volte bisogna essere consapevoli che già in antico non è detto che tutti capissero subito tutte le immagini e cosa rappresentassero in realtà. Sì, possiamo discuterne, ma l’essenza di quel quadro è che si tratta di un cibo molto semplice posto su un piatto di argento in un contesto, quello della pittura, molto raffinato. La frugalità della vita rurale raffigurata in una casa urbana, proprio sul muro che separa il panificio dall’atrio della domus signorile. In un unico racconto.