Perché non riusciamo a toglierci dalla testa Mi ami mi odi di Elodie

Fra tutte le arti, nessuna è tribale come la musica. La musica popolare che ascoltiamo è uno dei più efficienti veicoli sul quale indirizziamo la costruzione delle nostre personalità, e in base al nostro gusto separiamo ogni giorno il mondo che ci circonda in buoni e cattivi – chi volesse approfondire il tema può leggere un saggio storico di Carl Wilson, il cui titolo italiano preferisco non ripetere. Di conseguenza, la polarizzazione dei gusti è un po’ il succo della passione musicale, fandom o meno: ogni artista pop che si rispetti è tanto venerato quanto disprezzato, e l’approvazione unanime semplicemente non fa parte di questo universo. In particolare, nulla nel pop polarizza come le donne, specie nelle culture che fanno finta di non volersi misurare con la misoginia, come quella italiana.
Come si vestono le dive pop, con chi stanno, qual è la loro forma fisica, cosa pensano delle colleghe: ogni volta che ci rapportiamo alla musica pop prodotta da donne in questa maniera, stiamo inasprendo il tono del dibattito in modo non necessario (se non, forse, per qualche click). Ma quando l’occhio morboso e indiscreto insiste, una popstar può fare la scelta di giocare a sua volta a questa partita; provare a prendere la conversazione nelle proprie mani e indirizzarla dove meglio crede, riappropriandosi delle uniche proprietà che le pertengono nel suo ruolo di artista pop: la voce e l’immagine. Così possiamo spiegare, almeno in parte, il senso di Mi ami mi odi, il nuovo singolo pubblicato da Elodie venerdì 4 aprile, che ha tutte le carte in regola per insinuarsi non solo nell’orecchio dell’ascoltatore appassionato, ma anche di quello indispettito.
“In parte”, perché ogni canzone pop è un gioco di specchi: l’artista ti guarda negli occhi e ti dà del tu, mentre si sta rivolgendo a tutte le persone in ascolto, vecchio trucco perfezionato dai Beatles 60 anni fa. E quindi i piani di lettura sono molteplici: quando Elodie dice “Tu chе riparo sei per me? Sotto la pioggia non mi dici niеnte” (forse vaga eco di Umbrella di Rihanna, ma con un ribaltamento) sta parlando a un compagno? A un amico? A un collega? All’ascoltatore? O al sistema mediatico, che ha bisogno di lei “per due soldi” ma non si prende la briga di darle riparo? Nessuna risposta è sbagliata di per sé, anche perché l’ambiguità è una caratteristica che la canzone abbraccia da subito, anche musicalmente.
Se ti chiedessi di definire l’emozione principale che Mi ami mi odi vuole suscitare, cosa risponderesti? Chiaramente è un brano con una sua profonda malinconia (“bugie” è la sesta parola che sentiamo), ma il beat dritto e deciso ci vuole anche accelerare il battito cardiaco. E poi, nonostante un profondo disincanto, la chiave di volta della posizione espressa nel ritornello è di riconquista della propria indipendenza: “non importava più tanto se poi a salvarmi non sarai tu” – inteso, credo, che Elodie si salverà da sola (“mia, solo mia”). Quindi, è un brano incoraggiante o deprimente? Angosciante o divertente? Di nuovo, fare pop significa non dover scegliere, e provare a condensare un coacervo di emozioni dentro una rumororissima proposizione artistica.
La composizione e l’arrangiamento del brano, come sempre, svelano le carte. Il giro armonico in tonalità minore fluttua spesso e volentieri nella tonalità maggiore. Particolarmente curiose sono le incursioni in questo territorio, che il nostro orecchio associa a un senso di risolutezza, nelle battute in cui vengono cantati versi che, come abbiamo già visto, indicano una svolta evidente nell’atteggiamento della voce narrante, tra la presa di coscienza e la decisione di agire: “infamano per due soldi”, “faccio solo danni”, nella strofa, arrivano sopra una successione che dal Mi minore passa all’accordo parallelo Mi maggiore, alzando la tensione, con un effetto opposto a quello attenuante descritto quando parlammo del passaggio maggiore>minore osservato in Balorda Nostalgia. Più avanti, nel ritornello, il salto al maggiore non ha più bisogno di nuance: “a salvarmi non sarai tu” ci presenta un salto dalla tonica (La minore) a questo Mi maggiore (settima) che ha un carattere definitivo, e un sapore classicheggiante – per apprezzare questo passaggio in un brano contemporaneo celebre, prova a sentire l’alternanza di accordi nelle primissime battute di New Born dei Muse.
Un’ulteriore nuance arriva nella battuta del pre-ritornello, quando Elodie canta “tu che riparo sei per me?”. Qui la sensazione è di essere sollevati e trasportati verso il resto del ragionamento, con quello che potrebbe essere un accordo di dominante secondaria, e che comunque abbonda in dissonanze che restituiscono un senso di agrodolce rassegnazione, quello che normalmente sentiamo con un accordo di settima maggiore. Qualunque fosse la precisa emozione che l’artista, i suoi autori (Elisa, Jacopo Ettorre) e i suoi produttori (Dardust, Cripo) volevano trasmettere e qualunque sia l’esatto contesto armonico del passaggio, l’effetto che se ne riceve è di drammatico slancio. E a questo contribuiscono due cose: una melodia memorabile, e il ricco armamentario ritmico e timbrico impiegato nel brano.
Della prima possiamo elogiare le diverse caratterizzazioni emotive, trasportate anche da una performance cangiante, in sintonia con il mood armonico e narrativo della canzone, di volta in volta. Così, Elodie esalta la malinconia del passaggio “la mia vita non è…” con un legato e un tremolo (l’aumento e diminuzione alternata e rapida di volume) ma poi abbraccia lo staccato del refrain “mi ami mi odi mentre un’altra notte brilla sul mio body”. Questo passaggio, in particolare, ha un che di emblematico: il disegno melodico è chiaramente indirizzato verso il basso, in una scala discendente, ma le note saltabeccano in basso e in alto come se la popstar stesse facendo un esercizio atletico sull’ellittica in palestra – cosa che peraltro avverrà nel caso di molti ascoltatori, con tutta probabilità.
Nella produzione sentiamo poi un pastiche di motivi dance-pop: dalla scivolata in giù degli archi di sapore disco-soul alla cassa rotonda e sommersa che rimanda alla deep house, passando per l’abbondante utilizzo del sidechain che rimanda all’EDM anni ‘00 e le molte sfumature techno, tech-house e trance alla Darude che ci riportano un po’ più indietro agli anni ‘90. (Il sidechain, tra parentesi, è quell’espediente tecnico grazie al quale la cassa e alcune strumentali sono sincronizzati in modo tale da attenuare il volume della prima quando intervengono i secondo, e così ottenere l’effetto di una pulsazione). Un coacervo di riferimenti alla cultura del clubbing che i fan più sfegatati non mancheranno di dipanare, al pari dei simbolismi e delle allusioni nel testo (e nel video): dal “cavallo bianco” che sembra ricordare Bianca Jagger allo Studio 54 (e di rimando Beyoncé di Renaissance) al “vogueing” delle ballroom reso popolare da Madonna.
Può essere un rimando alla Queen of Pop anche l’immaginario della croce. Ma, ancora una volta, nel pop nulla si legge solo in un verso. Alla croce, metaforicamente, è appesa la popstar, oggetto di amore e odio come da titolo. Come dobbiamo leggere questa simbologia? Come una provocazione verso i benpensanti che, credendo di vivere nell’Inghilterra vittoriana, la “mettono in croce” per il suo modo di mostrare il corpo e usarlo come strumento artistico e commerciale (body body body)? O forse come l’adesione di Elodie al vittimismo dei numeri uno, chiave di lettura di un’epoca in cui i numeri uno (come gli Stati Uniti, per fare un esempio storico attuale) si dipingono come il bersaglio innocente di azioni concertate contro di loro? Non importa, in qualunque modo tu la legga, avrai già scelto da che parte stare prima ancora di schiacciare play.