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La Liberazione dal fascismo e le battaglie di Fabbrico: 80 anni di resistenza culturale

Il 27 febbraio del 1945, ottant’anni fa, Fabbrico, un paesino di poche migliaia di anime, veniva liberata dai Fabbricesi dal nazifascismo, primo centro a ispirare la lotta per la Liberazione. Ma la sua storia non si ferma lì: Fabbrico diventerà negli anni un piccolo luogo simbolo di resistenza culturale e autodeterminazione dei popoli.
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Il 27 febbraio del 1945, ottant’anni fa, Fabbrico, un paesino di poche migliaia di anime, veniva liberata dai Fabbricesi dal nazifascismo, primo centro a ispirare la lotta per la Liberazione. Ma la sua storia non si ferma lì: Fabbrico diventerà negli anni un piccolo luogo simbolo di resistenza culturale e autodeterminazione dei popoli. Ci sono “piccole” storie, perlopiù sconosciute alla maggior parte delle persone, che sono invece grandissime storie e che hanno avuto la capacità di determinare  la “grande” storia, quella che tutti conosciamo. Fabbrico di certo, con le sue tormentate vicende, è da annoverare fra queste prime, con una storia, nel corso di un tempo lungo, che riesce a raccontare benissimo quella di tutta l’Italia. E perdonate l’uso della parola “storia” così ripetuto, ma in questo caso è l'unica parola che restituisce davvero il senso del racconto che sto per farvi.

Quando si parla di tempo però, di cosa esattamente stiamo parlando? Spesso, e senza pensarci troppo, definiamo il tempo in ordine di accadimenti, o periodi, posti su una linea retta e continua, perché è più semplice e immediato visualizzarlo così ma in realtà il tempo è una somma continua e sovrapposta di eventi, un flusso ininterrotto. In realtà i fisici teorici contemporanei hanno definito il tempo come una quarta dimensione malleabile e differente a seconda delle condizioni e non un valore assoluto, ma io non sono un fisico teorico e questo non è un trattato di fisica quantistica, quindi direi che non sia necessario proseguire per questa strada: quel che è certo però è che ogni momento della storia passata, presente e futura, influisce e determina gli aventi che stiamo vivendo, senza soluzione di continuità.

La Germania di oggi, anche dopo le elezioni di pochi giorni fa, è una delle nazioni più potenti, economicamente e politicamente, dell’Europa, e questo grazie alla sua riunificazione dopo la caduta del muro di Berlino, fatto a pezzi perché trent’anni prima era stato edificato, eretto in una notte per dividere fisicamente la Germania in seguito alla disfatta subita in guerra vent’anni prima, una guerra voluta da Hitler e dai nazisti saliti al potere cavalcando il malcontento generato dalla sconfitta della Prima Guerra Mondiale e così via dicendo, potremmo andare avanti all’infinito.

Con una citazione a me cara potrei aggiungere che la Storia siamo noi, che ogni evento è costruito dalle azioni dei singoli e seppure siamo ormai persuasi, dopo un ventennio di cultura popolare totalitariamente individualista, che le scelte individuali non portino a nulla, non dovremmo mai dimenticare che sono proprio quelle a formare le scelte collettive, senza le une non ci sarebbero le altre, e sono proprio alcune piccole grandi meravigliose storie ad averci portati dove siamo oggi, ad averci resi quello che siamo oggi: azioni di singole persone, che divengono azioni di massa, fino a diventare momenti collettivi che cambiano la storia.

Questa è la storia di Fabbrico. Un paesino di pochissime migliaia di anime che diventa centro economico di riferimento della bassa Reggiana, poi ispirazione per la lotta partigiana e centro della rivoluzione culturale: un simbolo di autodeterminazione dei popoli, perché in definitiva se ci ostiniamo a credere con tutte le nostre forze che un altro mondo sia possibile, allora forse lo può essere per davvero. Anche se soltanto piccolo pezzo alla volta. E in tutto questo senza che vi siano nomi altisonanti scritti in neretto sulle pagine dei libri di scuola, perché questa è la storia di un intero paese e delle persone che lo hanno abitato, vissuto e costruito, letteralmente parlano.

In un territorio del tutto dedicato all’agricoltura, Fabbrico diventa unico centro industriale, grazie a Giovanni Landini che nei primi anni del ‘900 apre un’officina di riparazione e costruzione di macchine enologiche, e che con i suoi figli poi diventerà uno dei maggiori costruttori di trattori del paese. A differenza dei comuni limitrofi, i lavoratori della Landini si sentono “privilegiati”, perché certi che con un lavoro e uno stipendio fisso possano garantire ai propri figli e figlie un'educazione e un futuro migliore; per questo e per la ricchezza stessa, il paese si sviluppa anche come centro culturale. Un paese che forse già nel suo nome conservava il suo destino.

Negli anni della guerra la fabbrica viene convertita, come in tutto il paese, in produzione di ordigni bellici e grazie al sabotaggio dei partigiani, operai stessi della Landini, la produzione si ferma, evitando così il bombardamento a tappeto degli Alleati, che avrebbe, con molte probabilità, raso al suolo un paesino così piccolo.

Il 25 febbraio 1945 un gruppo di partigiani si radunarono in paese e, a bordo di un camioncino, gridarono che presto la guerra sarebbe finita, esplodendo alcuni colpi in aria: la cosa scatenò la reazione delle truppe occupanti, una rappresaglia e la successiva battaglia, unico scontro in campo aperto fra partigiani e forze della RSI nel 1945 nella pianura Reggiana.
Vi prego però di non giudicare l’azione dei partigiani con lo sguardo di noi contemporanei: quella che potrebbe sembrare un’azione inutile, “una bravata” come alcuni avrebbero poi detto, in realtà, in un tempo privo di alcun tipo di comunicazione, dove le radio erano gestite dalla dittatura, e anche solo scambiare fugaci notizie poteva essere pericolosissimo, quei partigiani, a costo delle loro stesse vite, volevano che la popolazione sapesse che la guerra forse sarebbe potuta finire, che non dovevano disperare, che il nemico occupante nazifascista poteva essere sconfitto. Era una proclamazione di gioia, fiducia e libertà, necessaria per il morale del popolo.

Nella battaglia del 27 febbraio moriranno alcuni partigiani e svariate camice nere e nazisti, ma Fabbrico sarà il primo comune ad essere libero e liberato dalle forze occupanti, senza l’aiuto delle forze Alleate, diventerà un punto di riferimento per tutta la regione, un luogo simbolo per la speranza, una scintilla che ardesse il fuoco della rivolta: uomini e donne, da soli si erano liberati. Le scelte individuali avevano formato una scelta collettiva, sfociata nella libertà.

L’immediato dopoguerra è un periodo di grande fermento, di ritrovata gioia, entusiasmo e speranza per un futuro migliore dopo vent’anni di oscurità. In tutta Italia, Fabbrico compresa, parte la ricostruzione del paese, persone di ogni provenienza, cultura, classe sociale, si adoperano fisicamente per rimuovere le macerie: netturbini fianco a fianco di ingegneri, puliscono e costruiscono nelle ore libere. Il governo di unità nazionale condiviso fra Repubblicani, democristiani, socialisti e comunisti, offre un quadro di speranza per tutte e tutti mai come sino ad allora. Ma dura poco, seppure due anni possono essere un tempo anche lungo, nella vita di una persona.

Landini diede in gestione al fronte della gioventù, poi divenuto Anpi, il Teatro Verdi di sua proprietà che diventa immediatamente un luogo di incontro della comunità, ma dopo il '48, dopo la rottura dell’unità nazionale contro il nazifascismo, e del governo di coalizione, con l’elezione del nuovo governo democristiano grazie alla sconfitta del fronte popolare che rinunciava così a una via democratica al socialismo, l’Italia si ritrovò nuovamente divisa, questa volta fra comunisti e anticomunisti. Landini tolse all’Anpi il teatro e lì ebbe il tutto ebbe un nuovo inizio. La privazione unilaterale di ogni ipotesi di progresso, autodeterminazione e unità, anziché seppellire il morale dei fabbricesi (come, metaforicamente, molti partigiani i tutta Italia avevano fatto seppellendo le loro armi anziché consegnarle), li rese ancora più determinati.

In anni in cui c’era un gran bisogno di sognare, il sogno del paese era semplicemente quello di avere una sala cinematografica accessibile a tutti ma il costo per la sua costruzione era di due milioni di lire, cifra impossibile da raggiungere: l’unica via era l’autofinanziamento e l’autoproduzione. E così fecero. Presentarono agli uffici competenti un progetto che venne approvato e grazie alle donazioni della popolazione che si autotassava, cominciarono i lavori. La cooperativa assunta per la costruzione aveva i suoi operai e i suoi lavori, e in più i volontari facevano quel che c’era bisogno: turni di un paio d’ore mattina e sera, prima e dopo il lavoro, durante i quali uomini e donne si dividevano i lavori necessari.
Con un linguaggio modero e che mi è molto caro potremmo dire che la gente non si rassegna all’idea che un altro mondo sia possibile.

A quanto pare però l’idea però di avere un migliaio di socialisti e comunisti riuniti ogni sera non sembrava essere una gran bella prospettiva agli occhi di uno stato democratico e cristiano. Fu così che nel ’49 causa asserito smarrimento negli uffici ministeriali competenti dei progetti (una scena quasi kafkiana e comica se non fosse terribilmente vera e tragica), i lavori furono sospesi per sei mesi. Ma il vero colpo d’arresto fu la morte di uno dei tanti volontari, Franco Pedrazzoli, rimasto vittima di un incidente sul lavoro nel maggio del 1950, quando la magistratura sospende i lavori per tre anni. Sarà proprio a lui e alla sua memoria che il teatro verrà dedicato. Da allora passeranno tre anni infiniti per la popolazione che voleva solo aver diritto di autogestire le proprie vite e la propria dignità.

Nel 1953 la sera stessa dell’inaugurazione, durante la proiezione del Giulio Cesare con Marlon Brando, entra la polizia e chiude tutto: trattato come un'alcova di pericolosi facinorosi, il cinema viene chiuso e sequestrato per un problema legato alle licenze di proiezione che pare non avessero. Nonostante vari tentativi la licenza non viene concessa e si ripiega allora su attività teatrali, avanspettacoli, feste da ballo, concerti perché nonostante tutto i Fabbricesi non si arrendono. Perché il tempo non è un concetto lineare e queste azioni sono figlie di quel freddo 27 febbraio di quasi dieci anni prima, figlio della volontà costruita negli anni di lavoro dei decenni prima e così via dicendo.

Nel ‘57 costituiscono il Circolo amici del cinema una formula per proiettare film per soci: così facendo si potevano vedere film con biglietti più popolari. Agli inizi del 1959 Fabbrico contava già più di 3000 soci su una popolazione di circa 5000 abitanti. Un’attività enorme che determinò un boicottaggio inimmaginabile: per arrestare la crescita del pensiero comunista e socialista che, come recitano alcuni giornali dell’epoca, poteva proliferare “attraverso squallidi cortometraggi di propaganda sovietica e settaria di un partito sottoposto agli ordini di una potenza straniera e nemica”. Ma anche e forse soprattutto per quella perenne campagna elettorale a cui noi italiani, ventennio dopo ventennio, siamo sottoposti senza soluzione di continuità.

Nel febbraio del 1967 venivano di nuovi contestati al Circolo i reati di apertura e gestione di una sala cinematografica senza licenza. Questa battaglia legale si concluse nel Luglio del 1968 col sequestro della cabina e proiettore del Circolo, e questo creò un clima di generale tensione che portò la Landini ad una crisi che prevedeva licenziamenti di massa che portò gli operai ad occupare la fabbrica. Fabbrico divenne simbolo di un modo di fare cultura differente. E fu allora che la stampa nazionale diede risalto alla notizia di un piccolo paese che scendeva in piazza per la riapertura del proprio teatro e la lotta del Circolo non rimase circoscritta alla realtà provinciale ma si estese a tempi più ampi riguardanti il discorso della cultura di massa in generale.

Il ’68 comincia come assemblea permanente che ribalta tutti i ritmi del paese, fino all’occupazione permanente del teatro: in questo contesto si inseriscono le importante adesioni non solo morale all’appello di Fabbrico da parte di numerosi intellettuali e uomini di cinema che visitarono il circolo e con i cui soci si trovarono a discutere. Un nome su tutti, anche per il tipo di impegno ed energie profuse è senz’altro quello di GianMaria Volontè. Non da meno le presenze di Dario Fo, del regista francese Marc’O o di Edmonda Aldini fra gli altri. L’incontro di questi intellettuali coi cittadini direttamente interessati non fu però sempre facile e in alcuni casi si creò uno scontro e grande discussione fra i Fabbricesi che si vedevano privati delle loro battaglie e delle istanze che venivano seppellite dai “forestieri” che ambivano a una rivoluzione continua, culturale e la solidarietà si trasforma in incomprensione o perlomeno di un tentativo di cambiamento, e spesso il tentativo è altrettanto degno quanto la riuscita.

Dal 21 dicembre 1970 il Pedrazzoli può riaprire. Nel ’75 con la crisi del cinema in tutta italia, anche per colpa della nascita delle tv private, diventa necessario cercare ancora una volta di cambiare e fu necessario trovare una diversa formula: si cerca di diversificare le attività, tantissime delle quali rivolte ai ragazzi e ragazze per tenerli lontani dall’eroina: momenti di produzione teatrale, musicale, naturale.

Negli anni ’80 l’intrattenimento e le attività ricreative divengono la nuova formula perché, se è vero che Fabbrico sembra raccontare la storia del paese, anche in questo caso, come in tutta Italia, le dinamiche mutano. La nuova generazione comincia ad organizzare feste, trasformando la platea per in discoteca. Le tv private sono al loro apogeo, Craxi abolisce la scala mobile, il largo dissenso si fa sempre più raro soffocato dalla piaga dell’eroina, fino a quando nel 1990 arriva la sconfitta definitiva: il cinema, teatro, assemblea permanente, luogo di umanità in cerca di un’altra via per stare insieme, chiude. E molti avvertono come un momento in cui un pezzo della propria storia sia andato per sempre.

Ma lo dicevo all’inizio: la storia siamo noi. E questa storia non è ancora conclusa. Dopo svariati anni di ristrutturazione (la platea viene ridotta perché, ahinoi, il flusso di gente non è più lo stesso) nel 2004, il cinema teatro Pedrazzoli riapre e viene restituito alla città. È un teatro comunale, che viene dato in gestione ad una cooperativa prima e a un’associazione poi. È ancora centro di cultura e quelle mura hanno tantissime storie da raccontare. Entrando in quella sala, parlando con le persone che lo hanno vissuto, mi vien da dire che quel luogo è una macchina del tempo: se posso sedermi e, nella magia del buio di sala, assistere ad un qualsiasi spettacolo, lo devo a chi ha costruito con le proprie mani quel posto negli anni ‘50, a chi lo ha occupato, liberandolo, negli anni ‘70, a chi ha dato la sua vita per la libertà negli anni’40, a chi ha perseverato e non ha mai disperato, nonostante tutto, negli anni ‘80, a chi ha creduto che potesse esserci un altra vita per i propri figli e proprie figlie negli anni ‘20, a chi lo ha riaperto pochi anni fa. La storia siamo noi, nessuno si senta escluso.

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