Digital Life 2013: emozionanti “paesaggi liquidi” tra arte e tecnologia
Finalmente è giunta l'ora dell'appuntamento 2013 con Digital Life. Per il quarto anno consecutivo, la rassegna romana dedicata all’arte digitale presenta interessantissimi lavori a mostrare brillantemente le interazioni tra l’arte e la tecnologia, sotto il titolo evocativo di Liquid Landscapes.
Parte del ricco programma del Romaeuropa Festival, Digital Life si svolge questa volta al MACRO Testaccio dal 10 ottobre al primo dicembre, con un’appendice da non perdere al MAXXI, allestita invece fino al 10 novembre. Novità dell’edizione 2013 è la collaborazione preziosa con Le Fresnoy, il prestigioso centro francese di formazione e produzione artistica legata alle nuove tecnologie. Autori stranieri e italiani espongono per il pubblico installazioni multimediali e interattive, video, ambienti sonori e sculture cinetiche.
Quando si parla di arte digitale, di tecnologia applicata all’arte, si pensa forse a forme espressive fredde, impersonali, non coinvolgenti. Liquid Landscapes dimostra invece quanto l’arte digitale sappia essere poetica: le opere esposte raccontano sentimenti, paure, nostalgie; denunciano, disperano o propongono alternative; sono cariche di pensiero, di umanità, e, per lo spettatore, sono conturbanti ed emozionanti. Senza mai trascurare l’impatto visivo e l’idea di bellezza, esse sono lucidi emblemi di un’estetica moderna; al contempo sono prodotti tecnologici innovativi, elaborati e di altissimo livello, nati nella maggior parte dei casi da fruttuose collaborazioni tra differenti professionalità.
Il titolo Paesaggi liquidi indica il tema su cui verte la mostra, il paesaggio che può essere intangibile, virtuale, reale, aumentato, rielaborato, distrutto, creato. Nel primo padiglione del MACRO, la sezione The World You Know riflette sui luoghi a partire da matrici concrete, immagini e paesaggi realmente esistenti e poi rielaborati. Appassionanti i lavori del cinese Du Zhenjun, tre grandi fotografie sul tema di una Babele moderna, frutto di minuziosi collage digitali in alta definizione, assemblaggi di immagini prese da internet e accostate fittamente in scenari dai cieli plumbei: in Destruction, per esempio, l’artista mette insieme tantissimi frammenti che documentano l’abbattimento delle sculture-icona, dalla statua di Saddam Hussein a quella di Stalin, dalla croce alle rappresentazioni buddiste; oppure in The Wind un monumento spiraliforme che ricorda quello della Terza Internazionale domina su una città moderna e sulle piccole figure di persone in balia del vento, metafora della globalizzazione che spazza via le differenze omologando ogni cosa.
Zhenchen Liu, altro artista cinese, cattura l’attenzione con il video Underconstruction, dove un lungo e inquietante piano sequenza virtuale a volo d’uccello, creato da materiali fotografici, esplora le rovine del centro storico di Shanghai, denunciando la tragica demolizione del quartiere. Alla memoria dei luoghi è dedicato anche L’Empire, affascinante videoinstallazione interattiva di Aurélien Vernhes-Lermusiaux che proietta le riprese degli edifici in rovina dell’isola abbandonata di Hashima, in Giappone, e attraverso un dispositivo tecnologico fa sì che al passaggio dello spettatore nell’area sensibile di fronte allo schermo corrisponda una virtuale ricostruzione dell’edificio proiettato.
In Ligne Verte, video con interventi in animazione digitale, Laurent Mareschal dà vita a una metafora sull’idea di confine invalicabile, quale è il muro che separa Israele dai territori palestinesi: è proprio quello il limite che viene disfatto, letteralmente distrutto da una natura energica che prende il sopravvento sull’opera umana. Legato a scenari di guerra è anche Ground, lavoro del giapponese Ryoichi Kurokawa che sottopone le fotografie dei conflitti in Medio Oriente a una distorsione digitale, accompagnata da elaborazioni sonore, fino all’annullamento.
Evocativo il lavoro di Hans Op De Beek, Staging Silence (2), che ricostruisce in video i luoghi visitati, come mini set fatti con oggetti quotidiani. Arricchiscono questo padiglione le opere di Casalegno, Maubert, Rimbaud, Scifo, Venturelli, Babina, Boganim, Franklin e Rivas.
Nella sezione The World You Own il paesaggio è prodotto dalla tecnologia. Con Unità minime di sensibilità, ambiente sonoro dal forte impatto visivo, Roberto Pugliese crea un ‘salice piangente’ di lunghi cavi collegati a piccoli speaker sospesi che trasmettono i suoni catturati all’esterno della sala e rielaborati in digitale, interagendo così con l’ambiente e creando un avvolgente paesaggio sonoro. Anche i vortici d’aria nelle bacheche di vetro di Donato Piccolo, in Narciso e Tenore di Fondo, si relazionano all’ambiente reagendo ai suoni esterni e modellandosi di conseguenza.
I creativi Quiet Ensemble, nel suggestivo e inedito Solin Vario-Il sole protetto, fanno incredibilmente interagire suono digitale, luce artificiale e mondo animale, in un grande ambiente dove delle lampadine si illuminano attirando piccoli insetti volanti, con una colonna sonora fatta dal suono elettrico amplificato delle lampade e dal rumore degli insetti che finiscono sul vetro. Incantevoli le immagini di Coagulate, il video con cui il romeno Mihai Grecu propone coreografie di fluidi in visioni modificate da distorsioni acquatiche. Altre opere in mostra sono di Bernardini, Momoko Seto e Paul Thorel, anch’essi autori di paesaggi tecnologici virtuali e innovativi.
Unica opera dislocata e collocata al MAXXI è Happy Moms, la disinibita installazione videosonora di Daniele Puppi, che recupera immagini tratte da un repertorio pornografico, vintage e kitch, per poi frammentarle e riassemblarle in videoproiezioni ambientali. Una grande proiezione in 16:9 è scompaginata e fatta ruotare vorticosamente come un’elica, fino a far perdere la percezione di ciò che si sta guardando; quando questo avviene, il ritmo del vortice rallenta e l’immagine torna leggibile, per poi riprendere la sua assurda rotazione accompagnata dal suono coordinato. Nell’opera di Puppi c’è un equilibrio ben bilanciato tra rigore, ironia e pornografia. Qui è in atto un gioco tra forze centrifughe e centripete, e lo spazio della grande sala quadrata di Zaha Hadid ne è un perfetto contenitore.
Nella nostra gallery ci sono le foto di tutti i lavori di Digital Life, ma, mai come in questo caso, bisognerebbe andare in mostra per vedere, esperire e attivare quelle opere.