Dardust: “Ho avuto tutto, ora ho bisogno di tornare all’essenziale. Sanremo? Un recap di questi anni”
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Il nome di Dardust ha cambiato il pop in questi ultimi anni, influenzandone massicciamente il suono e diventando uno dei nomi più noti della musica italiana. È stato autore, produttore e direttore d'orchestra a sanremo, ma ha prodotto alcune delle canzoni più amate di questi ultimi tempi. Dardust, però, ha un progetto principale che porta avanti da anni, che consta di cinque album di musica neoclassica, in cui il pianoforte si mescola all'elettronica, e ognuno di questi ha preso ispirazione da alcuni Paesi. L'ultimo lavoro si chiama Urban Impressionism, prende il via dalle periferie di Parigi e arriva a New York, che dà il nome all'ultimo singolo. Fanpage ha parlato con Dario Faini – vero nome dell'artista – di questo, delle periferie, del bisogno di togliere dopo anni caleidoscopici e di successi, ma anche dei suoi live a Roma e Milano, di Sanremo, di Geolier e Massimo Pericolo, Jovanotti e dell'importanza del pianoforte.
Ogni volta che parliamo è per l’uscita di un tuo album neoclassico e non per un Producer album. Non ti piacciono? Non è il momento?
Avevo fatto questo esperimento con Defuera, però in verità no, non mi interessa, perché il mondo del pianoforte, che è un po' la mia cifra stilistica, non ha bisogno di vocal, o meglio, io li metto ma in una maniera nuova in questo nuovo tour, creando un piccolo crash nel circuito piano, pianista contemporaneo, usando i campionatori. Chiamandosi Urban Impressionism, mi piacerebbe portare il questo mondo quello delle periferie, quei colori che vengono dalla trap dall'hip-hop, ma facendolo in una maniera nuova, come dei campioni che arrivano e creano delle atmosfer. Tenendo sempre chiaro che il centro è il pianoforte, però, quindi il vocal nel mio percorso è qualcosa che va quasi a distrarre, perché il pubblico vuole proiettare quello che vuole, non ha bisogno della voce che dà una sceneggiatura, è proprio diverso questo mondo dalla narrativa pop, e io sono più incentrato su questo che sul fare il disco con le con le feat. Poi voglio che quando il pubblico viene ai miei concerti venga a sentire me, non me e poi gli ospiti che salgono sul palco. Magari avrò 1000 paganti invece di 10000, però so che sono lì per me, voglio abituare il mio pubblico a quello che sto facendo, per me è più importante.
Ci hai abituato a legare la tua musica ad alcuni luoghi, infatti l’ultimo singolo si intitola New York 17.3.24 (con Ze in the clouds) che immagino siano luogo e data di composizione…
Esatto, sì, mi piaceva ed è sempre stato così, anche se il cuore dell'ultimo disco è Parigi, poi sono stato anche a New York, ma il cuore del disco è l'impressionismo urbano. Sono andato a Parigi, ma non all'Orangerie o nei musei impressionisti, bensì nelle periferie perché mi piaceva l'idea di portare il pianoforte in quel tipo di contesto, che non è naturale: tutti i dischi pianistici sono abbinati alla natura, alla calma, è una musica che deve stare di sottofondo, non rompere troppo le scatole, invece a me piaceva portare i colori del piano nel contesto urbano periferico. È lì, infatti, che sono nati i graffiti, i murales, l'hip-hop, tante forme d'arte spontanee, è un luogo dove le regole della società dominante vengono sovvertite, c'è una bellezza diversa, più selvaggia, ma che crea dell'imprevedibile.
Citavi i graffiti, il rap, e tra l’altro urban è anche un genere che esplori e va per la maggiore pur non avendo nulla a che fare con il tuo album, volevi ci fosse anche un link a quel mondo?
Sì, è esattamente quello, mi piaceva questo gioco di parole. L'Urban, l'Hip Hop nascono dalle periferie, ci sono tanti personaggi che nascono da lì, portano quel linguaggio lì, l'hanno portato nel mainstream, rinnovando e rivoluzionando il linguaggio del pop, quindi è molto interessante questa cosa. Urban ha anche quella accezione, benché di Urban questo disco non abbia niente, anche se dal vivo qualcosa di Urban ci potrebbe essere, coi campioni e la modalità con cui uso le macchine.
Nella nota stampa parli di ispirazioni derivate da Debussy, Steve Reich e Brian Eno, e non posso pensare ai suoi album Ambient, soprattutto a Music for airports che a qualcuno può sembrare musica di sottofondo ma che ha bisogno di tanta attenzione, che è quello che intendevi prima parlando della musica di sottofondo, immagino, no?
Sì, anche Eric Satie la chiamava musica d'arredamento, in maniera ironica, ovviamente. In verità la musica pianistica può essere di sottofondo, ma se ti concentri e l'ascolti, ci entri dentro, ti può aprire un mondo e puoi disegnarci tu quello che vuoi, può darti delle emozioni, può essere assolutamente impattante come una canzone pop. Apparentemente è un genere di nicchia, però sulla carta potrebbe non esserlo ma ci vuole sicuramente del tempo.
Spesso ti chiederanno – forse l'avrò fatto anche io in passato – come entra questo tuo lato nella musica pop e urban/rap che produci, poi ascolto l'intro di Io t’o giuro di Geolier e Sfera, sento quel piano iniziale e vedo la tua firma, no?
E infatti nel mio profilo Spotify, non a caso, ho voluto lasciare solo due pezzi oltre ai miei, che sono Io t'o giuro, appunto, e Signore del bosco con Massimo Pericolo. Non ho voluto togliere questi brani dal mio profilo, come artista, su Spotify, anche in vista dell'ultimo disco Urban Impressionism. Dato che Dardust è un progetto che si affaccia al mondo, mi piaceva proprio dialogare con il linguaggio napoletano che ha un fascino incredibile, mentre con Massimo Pericolo c'è più un esotismo giapponese legato alla nostra passione comune per Miyazaki. Mi piaceva lasciare questi due brani proprio perché secondo me sono coerenti a tutto il racconto che facciamo, sono le uniche due eccezioni di questo mio racconto.
Non posso non notarne un'altra che non ci sta, ovvero Montecristo di Jovanotti, una canzone che ha dentro tante anime: c'è tutta la parte orchestrali iniziale degli archi, poi partono dei trick synth (poco dopo che Jova dice “trick”), fino ad alcuni pattern reggaeton, afrocaraibici o il lavoro sulla voce di Jova che diventa sintetica. Senza contare che ha un ritornello che parte tardissimo per gli standard, praticamente un pezzo antiradiofonico in cui dentro c'è una sintesi di Dardust, un condensato delle tue anime.
Sicuramente sì, è stato un lavoro libero, non ci interessava la forma canzone, non ci interessavano né lo streaming né la radio, andavamo piuttosto a fare il gioco di raccontare la verità e l'urgenza di alcune cose che Lorenzo aveva bisogno di dire. Poi aveva questo testo incredibile, secondo me, e volevamo raccontarlo in una forma musicale che fosse libera e non appartenesse a nessuno standard: è un brano senza aspettative, come quelli più belli che ho fatto e di cui sono veramente orgoglioso. Era assolutamente inutile inglobare Lorenzo, dopo un anno difficile come il suo, in una forma canzone da 3 minuti per fare streaming o radio, non aveva senso. Lorenzo, poi, è uno che va oltre i campionati, è un pioniere, ha sempre portato tanti generi, li ha contaminati, creando scenari nuovi ed è quello che abbiamo fatto con Montecristo, lui se lo può assolutamente permettere, se non lo fa lui non lo può fare nessuno.
Certamente, Lorenzo in questo è stato fondamentale, ma oltre al suo c'è il tuo di mondo.
Certo, infatti mi ha invitato a nozze, non a caso è l'unico progetto che ho fatto negli ultimi mesi, è stato l'unico da produttore a cui ho lavorato perché era un progetto in cui la mia creatività, che è stata sempre quella di contaminare e osare, si sposava perfettamente con lo spirito pionieristico di Lorenzo e infatti non a caso è stato il lavoro creativo più bello degli ultimi miei anni.
C'è anche il brano di Clara che so, però, che hai scritto un po' di tempo fa, detto ciò posso dire che in generale il peso della tua assenza quest'anno a Sanremo si sentiva, faceva rumore?
E perché faceva rumore?
Perché in questi anni sei stato protagonista di un cambio del pop e l'impressione è che tu te ne sia tirato fuori quando certe derive di quel cambiamento sono arrivate a saturazione, e infatti hai fatto Montecristo e Urban Impressionism.
È esattamente così, è stata una mia scelta, ovviamente. C'è stata La noia di Angelina e prima ancora Soldi di Mahmood, La genesi del tuo colore di Irama, Voce di Madame, Andromeda di Elodie, tutti brani che hanno creato delle piccole rotture, hanno portato degli scenari nuovi, ma penso anche a Cenere di Lazza, tutti i brani che hanno fatto tanto parlare, no? La noia è stata un altro risultato inaspettato, io almeno non me l'aspettavo, e ha creato altro clamore, quindi è stata proprio una mia scelta dire: "Ok, adesso voglio stare low profile, voglio fare altro". Non voglio creare delle saturazioni di quello che è il mio suono, di quella che è la mia creatività ed ero concentrato fondamentalmente su altro, quindi spero sia arrivata l'idea che questa è stata veramente una scelta. Detto ciò, non è detto che io non torni a Sanremo, anzi mi piacerebbe tornarci con qualcosa che sia disruptive.
E in generale cosa te n'è sembrato dell'edizione di quest'anno?
Mi sembra che sia stato un bel Sanremo, con dei brani solidi, così come le esibizioni, però nel totale mi è sembrata una scena italiana che è in una fase di recap di tutto quello che è successo negli ultimi anni. Quest'anno si è fatto un punto della situazione: c'è la forma canzone che è uscita di nuovo fuori, gli episodi di modernariato che abbiamo ascoltato erano comunque filoni già presenti negli anni passati, insomma, è stato un riassunto di tutto quello che c'è stato negli ultimi anni. È una musica che ha guardato al passato, non al futuro e l'ha fatto dando il valore a quelli che sono stati gli ultimi 10 anni, e non lo dico con un'accezione negativa, anzi, per me è anche un bene che siano usciti personaggi come Lucio Corsi e Brunori. È stato uno specchio del passato più che una porta verso il futuro.
Torniamo all'album: in che modo l'ambiente in cui registri influenza l'album che uscirà? Lavora su un pensiero che è precedente al luogo?
Sono tutte cose che nascono nella stessa maniera. Io volevo fare un disco che mi permettesse di andare nelle periferie, poi le ho indagate, ho visto che Parigi era un manifesto del brutalismo, tanti tanti quartieri avevano questa tipologia di palazzi, e il brutalismo si matcha perfettamente con l'immaginario del disco, il fatto di mettersi a nudo, perché i palazzi sono spogli, mostrano la propria creatività, e così si creano delle suggestioni che inizio a esplorare musicalmente, poi vado nel luogo, il luogo mi dà altre suggestioni, continuo a scrivere, cambio, da lì mi arrivano altri input, mi arriva il concetto di visual, insomma non si capisce se arriva prima il concetto o arriva prima il suonare, è tutto molto fluido.
Hai annunciato due concerti evento a Roma e Milano poi, come sempre, vai a suonare all'estero, in che modo cambierà il live rispetto al disco?
Sarà diverso perché ci saranno delle aggiunte, ci sono dei campioni, c'è tutto un setup tecnico più colorato. Sarà un live diverso dai miei precedenti perché non ci sono visual, luci e distrazioni. Io voglio veramente che questa volta il pubblico venga lì per la musica, non per lo show, cosa che ho fatto in passato. Mi piace fare gli show, ma questa volta voglio esserci io al centro col mio pianoforte, il mio setup e soprattutto ci sono io che parlo, ci saranno dei monologhi tra i brani, saranno dei racconti, mi piace proprio l'idea di asciugare, di togliere. Sto togliendo i colori, se vedi il mio profilo Instagram è tutto bianco e nero. Il pianoforte sarà l'unico colore.
Questa cosa ripercorre tutta la chiacchierata che ci siamo fatti, ovvero il bisogno di tornare a spogliarti di tutto ciò che è sovrastruttura. Quando hai capito che era la strada da intraprendere?
È successo un po' parallelamente all'attività da produttore: La noia è arrivata alla vittoria di Sanremo come un brano ipercolorato, ipercontaminato e allo stesso tempo stavo chiudendo il tour di Duality che era un super show in due atti con scenografie, luci, cambi di scena. A quel punto ho detto che più di quello era difficile fare e bisognava creare uno zero, ripartire, togliere, anche perché per me togliere è una cosa nuova, io devo sempre andare in zone dove non sono stato, che siano stimolanti. Quando arrivi ad avere tutto o continui a rimanere su quel livello, ma diventa noioso, oppure togli tutto e riparti da zero e tracci un nuovo percorso, ed è quello che ho fatto dall'anno scorso. È proprio un'esigenza naturalissima questa di andare in zone dove non sono stato e togliere cose è formativo, perché se hai un perimetro con pochi elementi, li devi far fruttare al massimo, quindi conosci comunque nuove cose. Ti focalizzi su altre altri aspetti che magari non hai intravisto nel passato perché eri ripreso da tanto inquinamento di colori, di suoni. Quando togli, inoltre, ti si crea tanto spazio davanti e lo devi colmare in maniera nuova, con pochi elementi e questo è bellissimo!
E su questa cosa ci stai lavorando anche per quanto riguarda le produzioni pop e urban?
Non lo so, te lo saprò dire fra un po'. Sicuramente c'è un approccio diverso adesso, cerco di far suonare le cose meglio con meno elementi, però l'output deve essere sempre disruptive.
Dietro di te c'è un poster di David Bowie, cosa rappresenta per te?
David Bowie mi ha dato l'insegnamento più grande, ovvero quello di non creare un tracciato lineare, di stupire sempre, di cambiare sempre direzione, di non assecondare mai il pubblico, chi c'è dall'altra parte, ma di creare un tracciato proprio, di mettersi anche in zone di rischio a livello creativo, ed è quello che nel mio piccolo sottolineo e, con tutta l'umiltà del mondo, è quello che cerco di fare, quindi è stato il più grande maestro in questo.
Il tour di Dardust
- 12 marzo – Milano @ Pirelli HangarBicocca – “I Sette Palazzi Celesti”
- 14 marzo – Roma @ La Nuvola – Auditorium
- 18 marzo – Barcellona @Sala Paral-Lel 62
- 21 marzo – Madrid @San Pol
- 22 marzo – Lisbona @Teatro Capitolio
- 29 marzo – Parigi @L’Archipel
- 31 marzo – Bruxelles @Bozar
- 1 aprile – Amburgo @Nachtasyl
- 2 aprile – Berlino @Colosseum
- 3 aprile – Praga @Conservatoire Hall
- 6 aprile – Utrecht @ TivoliVredenburg – Cloud Nine
- 8 aprile – Londra @Hoxton Hall