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Cosa succede adesso e chi ci guadagna dalla crisi di Governo

Cosa potrebbe accadere dopo le dimissioni dei ministri del Popolo della Libertà?
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A 5 mesi esatti dal giorno del suo giuramento al Quirinale, Enrico Letta è chiamato ad onorare quella promessa fatta agli italiani. "Non mi accontenterò di vivacchiare", aveva infatti detto il giorno dopo Letta alle Camere (per poi ribadirlo più volte, da ultimo nella nota di ieri sera, al termine del Consiglio dei ministri che ha di fatto sancito la rottura definitiva tra Pd e Pdl). E cinque mesi dopo, dopo un cammino che definire travagliato è riduttivo, dopo una serie di compromessi e rinvii, dopo mezze vittorie (l'uscita dalla procedura di infrazione Ue, ad esempio) e nuovi passi indietro, si è giunti davvero al punto di non ritorno. A far crollare il castello di carte costruito con pazienza e (va detto) con coraggio da Letta e Napolitano, le disavventure giudiziarie di Silvio Berlusconi, ad un passo dalla decadenza dalla carica di senatore. Già, perché la questione Iva è ovviamente una "conseguenza" della rottura tra Pd e Pdl sulla giustizia, non la causa: e il tentativo di ribaltare questa ricostruzione è probabilmente destinato a fallire.

A questo punto però occorre mettere un po' di ordine e capire come potrebbe evolvere la situazione nelle prossime ore. Appare scontato che il Governo Letta, questo esecutivo almeno, non ha più ragione di esistere. Quello che resta da capire è se il Presidente del Consiglio deciderà di rassegnare le dimissioni nelle mani di Napolitano, oppure se, come riportano alcune voci da Palazzo Chigi intenderà presentarsi alla Camere per una sfiducia formale che "renda chiaro al Paese" di chi è la responsabilità della caduta del Governo. In ogni caso se l'esecutivo cadesse, la fase successiva prevederà nuove consultazioni, con il Capo dello Stato che proverà a verificare se esistono le condizioni per dar vita ad un nuovo governo, probabilmente "di scopo", per la modifica della legge elettorale. Va detto che si tratta di una eventualità remota, per tutte le ragioni che conosciamo (mancanza di numeri intorno ad una idea chiara di modifica del Porcellum, percorso istituzionale già avviato eccetera), così come molto complesse sono le strade che portano al Letta bis (magari sostenuto da eventuali dissidenti Pdl al Senato) o ad un nuovo Governo tecnico (opzione già bocciata in passato da Pd, Pdl e M5S).

In questo quadro, paradossalmente, la questione centrale è quella della tempistica. Il 15 ottobre infatti si chiude la cosiddetta finestra elettorale e appare improbabile che entro tale data si arrivi allo scioglimento delle Camere e a nuove elezioni: in ogni caso, dunque, difficilmente si voterà a novembre. Tempo che è cruciale anche nel ragionamento sulla decadenza di Berlusconi. Chiariamo subito: non c'è possibilità concreta che la Giunta rinvii la decisione e che dunque dichiari decaduto Silvio Berlusconi dalla carica di senatore. Attenzione però perché quello che potrebbe slittare è il voto decisivo per dichiarare decaduto Berlusconi, che spetta al Senato: se si arrivasse alle dimissioni dei parlamentari infatti i tempi si allungherebbero ulteriormente.

Così, Berlusconi potrebbe raggiungere "l'obiettivo" del 15 ottobre, che è il giorno in cui scade il termine per richiedere l'affidamento in prova ai servizi sociali. In linea teorica, infatti, oltrepassata quella data, scatterebbero i domiciliari, ma l'arresto del Cavaliere deve comunque essere autorizzato dal Senato: tecnicamente è solo una formalità (non ci sono casi in cui si nega l'arresto di un condannato in via definitiva), ma va da se che il Parlamento deve avere la "possibilità materiale" di esprimere il voto. Insomma, l'unica cosa certa è che Berlusconi guadagnerà tempo prezioso.

Poi ci sono le implicazioni di carattere politico – economico. A cominciare dall'aumento dell'Iva, ormai inevitabile, e dal probabile accantonamento della legge di stabilità, che avrebbe dovuto contenere misure fondamentali: cassa integrazione, rifinanziamento missioni all'estero e nuova service tax su tutte (oltre che la correzione per il rientro nella soglia del 3 percento nel rapporto deficit – Pil). In subordine anche il Pd risentirà del cambiamento di scenario: difficile celebrare un Congresso in queste condizioni, difficile aggiungere uno scontro interno alla complessità delle questioni in ballo. Più probabile la conferma delle primarie per la scelta del leader, con il vincitore annunciato Matteo Renzi che si dovrebbe "accontentare" di una nomination alla leadership, senza "prendere il controllo del partito". Ma anche in questo caso, siamo davvero nel campo delle supposizioni.

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A Fanpage.it fin dagli inizi, sono condirettore e caporedattore dell'area politica. Attualmente nella redazione napoletana del giornale. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica e comunicazione. Senza pregiudizi.
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