Saman Abbas, lo zio nel processo d’appello: “I cugini scavarono la fossa, non li ho visti seppellire il corpo”

"Ho visto Ikram e Nomanhulaq scavare, ma quando hanno sepolto Saman io non ero lì". A parlare è Danish Hasnain, zio della 18enne di Novellara uccisa tra aprile e maggio 2021 perché si era opposta a un matrimonio combinato. Lo zio dell'adolescente uccisa ha rilasciato alcune brevi dichiarazioni nel processo di appello per l'omicidio della nipote.
Lo scopo era far valutare al perito la compatibilità del racconto di Hasnain con le analisi del perito archeologo forense Dominic Salsarola. "Mi hanno chiesto di aiutarli – ha riferito lo zio di Saman in merito alla notte dell'omicidio, quando i due cugini Nomanhulaq Nomanhulaq e Ikram Ijaz hanno scavato la fossa per nascondere il cadavere della 18enne -. Io mi sono rifiutato. Ad alta voce ho detto loro di no. Si sono allontanati con la salma e non ho visto come l'hanno sepolta. Io sono andato a casa, ero molto provato, ho pianto per 10-15 minuti. Dopo sono arrivati anche loro e abbiamo dormito tutta la notte".
Nelle precedenti dichiarazioni, Hasnain aveva raccontato invece di aver aiutato i due cugini di Saman a spostare la terra durante la sepoltura. Messo davanti alla sua affermazione, Hasnain ha parzialmente ritrattato, spiegando di aver "solo spostato la terra".
Secondo gli accertamenti, a seppellire il corpo di Saman sono state almeno due persone. Il perito archeologo forense Dominic Salsarola ha sottolineato che la salma della giovane era "come adagiata" nella fossa, deposta come se fosse morta per cause naturali. La vittima sarebbe stata calata e non gettata nella fossa e per questa operazione, secondo i periti, non basta il lavoro di una sola persona.
Davanti alla Corte sono imputati per l'omicidio della 18enne il padre, Shabbar Abbas, e la madre Nazia Shaheen, condannati già all'ergastolo. Imputati anche lo zio e i due cugini di Saman. A indicare il luogo della sepoltura della 18enne fu Danish quando era già in carcere.
L'appello della Procura si concentra principalmente sull'assoluzione dei due cugini e sull'esclusione dell'aggravante della premeditazione. Per l'accusa, la Corte di assise di Reggio Emilia avrebbe eliminato prove decisive "travisando le dichiarazioni di testimoni, discostandosi dagli accertamenti peritali, fino a costruire uno scenario che offusca la realtà, che è purtroppo più basilare, nella sua drammaticità".